Che tempo che fa

Dal Wall Street Journal:

A heavy snowstorm in the eastern U.S. this weekend had some analysts wondering if shoppers would brave the bad weather on this crucial shopping day, typically the biggest shopping day of the year.

Non bastava la crescita della disoccupazione, la spesa insufficiente dei consumatori, il default del Dubai, i rischi del debito sovrano, la Grecia e la conferenza di Copenaghen. Ora analisti ed economisti in ansia per la debolezza della ripresa economica devono fare i conti anche con la neve. Se fossi in loro però non la vedrei in modo così negativo: se non altro questa volta potranno dare la colpa a una tempesta di neve quando riprecipiteremo in un’altra recessione.

Non c’è ripresa senza consumi

La catena di negozi Kroger, un colosso americano del settore alimentare, dichiara una perdita nel terzo trimestre di oltre 1 miliardo di dollari e perde il 14% in Borsa. Precipitano anche le quotazioni delle altre industrie del settore, seppure con ribassi più contenuti. Sono gli effetti del calo dei consumi e dei prezzi, altro che rischi di inflazione e ripresa economica!

Intanto arriva in contemporanea la notizia che l’indice della fiducia dei consumatori americani, un indicatore ai quali analisti ed economisti attribuiscono un importante significato, ha segnato un ulteriore calo a dicembre, estendendo la flessione del mese di novembre a seguito dei timori relativi all’economia e al mercato del lavoro e passando da 47,9 a 46,8 punti percentuali nei due mesi considerati.

Ieri abbiamo visto come la situazione finanziaria dei consumatori sia totalmente in contrasto con la possibilità di una ripresa sostenibile.

I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l’8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull’economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all’anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Oggi anche il Wall Street Journal si accorge che

Consumer lending shrank 1.7% in October, the ninth consecutive drop, extending the dramatic decline of financing available to help fuel the U.S. economy.

The $3.5 billion decline, calculated by the Federal Reserve, caps a 4% drop in consumer lending from its July 2008 peak. Before then, borrowing by U.S. consumers — including credit-card debt and auto loans, but excluding mortgages — had been growing for more than a half-century.

Consumer activity accounts for about two-thirds of U.S. economic growth. Curtailed lending to consumers could hurt the chances for a strong recovery.

Il credito al consumo segna ad Ottobre il nono consecutivo calo mensile (-1,7%), estendendo il drammatico declino dei finanziamenti disponibili per alimentare l’economia americana. La diminuzione di 3,5 miliardi di dollari calcolata dalla Federal Reserve, rappresenta un calo pari al 4% del credito al consumo dal suo picco del Luglio 2008. In precedenza il credito al consumo – compresi i finanziamenti attraverso carte di credito e prestiti auto ed esclusi i mutui – era sempre stato in crescita negli ultimi 50 anni. La spesa dei consumatori conta per due terzi nella crescita economica degli Stati Uniti. La riduzione dei prestiti ai consumatori, ammette, bontà sua, il WSJ, potrebbe nuocere alle possibilità di una forte ripresa.

In realtà non c’è alcuna possibilità di vedere una crescita reale dell’economia e quindi una ripresa sostenibile finchè è in corso il processo di riduzione del debito da parte dei consumatori. L’unica teorica possibilità, di scuola, per invertire questo trend sarebbe la crescita nominale del Pil attraverso l’inflazione. Ma questa sarebbe una politica economica terribilmente ardua da perseguire con un fenomeno in atto di riduzione del debito. Ma questa è un’altra storia.

Orizzonti di recessione

Come sottolinea Paul Krugman sembrano crescere le probabilità di cadere in una nuova recessione. L’ipotesi di trovarci di fronte a una “double dip recession” o ad una recessione a forma di W non va per la maggiore ma è quella che da tempo tutti i segnali, che mi sforzo di evidenziare un giorno sì e l’altro pure, ci dicono si stia minacciosamente profilando all’orizzonte.

Nonostante borse e mercati continuino ad alimentarsi di speranze e della liquidità immessa a fiumi nel cuore della crisi, ci sono molte ragioni che dovrebbero far riflettere sulla possibilità di una ricaduta. In primo luogo buona parte della crescita che abbiamo visto realizzarsi in questi mesi è dovuta ai programmi di stimolo messi in campo dai governi.

Nel motore del mercato senza la cui ripartenza non c’è speranza di ripresa per il resto del mondo industrializzato, quello degli Stati Uniti, lo stimolo ha già prodotto il suo massimo impatto sulla crescita del Prodotto Interno Lordo e raggiungerà l’apice dei suoi effetti sul livello del Pil a metà del prossimo anno e quindi comincerà ad affievolirsi, ci avverte Krugman.

In secondo luogo, la crescita della produzione manifatturiera è dovuta per larga parte, come ho sottolineato tante volte, alla ricostituzione delle scorte di magazzino e anche questo fattore è destinato a svanire nei prossimi trimestri. Due articoli pubblicati ieri sul Wall Street Journal descrivono bene questi segnali messaggeri di una nuova recessione.

Nel primo, intitolato Si profilano tagli occupazionali allo svanire dello stimolo, si parla delle società costruttrici di grandi vie di comunicazione che, dopo aver completato la maggior parte dei piccoli progetti finanziati dal pacchetto di stimoli economici messo in campo dal governo, stanno cominciando a veder fermarsi le proprie attività, un minaccioso presagio per il debole quadro occupazionale della nazione.

Highway-construction companies around the country, having completed the mostly small projects paid for by the federal economic-stimulus package, are starting to see their business run aground, an ominous sign for the nation’s weak employment picture.

Nello stesso tempo sempre ieri l’Institute for Supply Management (ISM) ha dichiarato che l’indice dell’attività manifatturiera è sceso rispetto al precedente mese di ottobre, passando a novembre da 55.7 a 53.6, sebbene pur sempre al di sopra dei 50 punti che indicano espansione, ma suggerendo che la crescita della produzione sta già rallentando.

Anche Paul Krugman si direbbe più ottimista rispetto a questi segnali preoccupanti se ci fosse qualche indicazione di una sia pur tenue ripresa della domanda privata, dei consumi, degli investimenti produttivi, di qualunque cosa. Ma non c’è nulla che vada in questa direzione. Solo le borse sembrano impermeabili ai venti di tempesta. Ma si sà che proprio nell’occhio del ciclone regna la calma più perfetta.

Update: Thanks to EconomPic

Misteri di Wall Street

Le borse oggi si tingono di profondo rosso. Non sarà mica per i dati settimanali sulla disoccupazione negli Stati Uniti il cui trend rimane costantemente sopra le 500 mila richieste di sussidio e le stime della precedente settimana sono state riviste al rialzo (da 502 mila a 505 mila)? O perchè il report odierno della MBA segnala un incremento record delle insolvenze e delle foreclosure nel terzo trimestre del 2009 che colpisce il 14,4% dei mutui casa già in essere e rappresenta un incremento pari al 13,2% rispetto al secondo trimestre?

Suvvia, beata innocenza, queste non sono le notizie che possono affossare le borse drogate di questi mesi. Là dove non poterono i soliti pessimi dati economici, riuscì, secondo il Wall Street Journal, un oscuro analista di Bank of America Merrill Lynch che ha declassato otto aziende produttrici di microchip, incluso il colosso Intel, facendo crollare le loro azioni all’apertura di Wall Street. Misteri del silicio, o piuttosto onnipotenza delle big bank che manipolano a loro piacimento i destini dei mercati? Ai sopravvissuti l’ardua sentenza.

Uno Zar comunista?

Che sotto la pellaccia dello Zar degli stipendi si nasconda un comunista? A materializzare questo sospetto su Kenneth Feinberg, incaricato dal Tesoro americano di “calmierare” gli scandalosi compensi dei dirigenti delle aziende che hanno ricevuto aiuti governativi, non è il nostro premier che vede rosso anche dietro la sua ombra, ma addirittura il posato Wall Street Journal.

Ovviamente la Bibbia di Wall Street si guarda bene dal pronunciare la scandalosa parola ma in un articolo intitolato Pay Czar Increased Base Pay at Firms viene pubblicata una sofisticata analisi tesa a dimostrare che la regolamentazione introdotta dallo Zar se da una parte taglia premi e compensi dall’altra tende ad introdurre una più alta base salariale fissa, una bestemmia per chi è culturalmente abituato a collegare premi ed emolumenti ai risultati aziendali.

Peccato ci si dimentichi da parte degli addetti ai lavori ossequiosi delle lobbies dei banchieri che questo sistema ha completamente fallito la sua missione, spingendo verso l’azzardo morale e l’assunzione di quei rischi che producono sì ricchi dividendi e premi milionari nel breve periodo, ma che alla lunga determinano effetti devastanti come provato dall’attuale crisi finanziaria.

Incentivare la fedeltà aziendale e le professionalità dei manager attraverso stipendi più alti e premi che non siano collegati a risultati di breve periodo potrà sembrare troppo penalizzante per chi è abituato a giocare nel casinò a cielo aperto di Wall Street con i soldi dei contribuenti, ma non è una buona ragione per lasciare le cose come stanno adombrando lo spettro del socialismo dietro il tentativo di regolamentare e porre un freno a meccanismi che hanno già procurato tanti danni. Purtroppo sembra che il crollo dello scorso autunno non abbia insegnato nulla e ci si voglia avviare spensieratamente incontro alla definitiva catastrofe. L’avidità umana non prende mai lezioni dalla Storia.

Passaggio a Nord-Ovest

Secondo un recentissimo sondaggio del Wall Street Journal solo il 36% degli americani ritiene che Obama ed il Congresso dovrebbero preoccuparsi di rilanciare l’economia da subito anche se questo significasse un maggior debito pubblico, mentre il 59% pensa che dovrebbero puntare a mantenere sotto controllo il deficit anche se questo può voler dire ritardare la ripresa.

Senonchè ad una precedente domanda, il 38% degli intervistati aveva dichiarato che le priorità assolute del governo dovrebbero essere la creazione di posti di lavoro e la crescita dell’economia, mentre solo il 17% aveva indicato in cima alle priorità il controllo del deficit e della spesa statale.

Evidentemente gli americani ritengono che ci sia un modo per rilanciare l’economia e creare posti di lavoro senza che il governo tiri fuori un solo dollaro, ovvero come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Purtroppo il sondaggio del Wall Street Journal non ci rivela come i pionieri americani pensano di raggiungere il nuovo Eldorado.

Ritorno al Passato

Second-quarter earnings so far better than expected. Già, i profitti del secondo trimestre sono di gran lunga migliori di quelli attesi. E il mercato ha aperto con consistenti ordini di acquisto per i principali titoli industriali. Nelle prime contrattazioni molti dei principali titoli hanno raggiunto il punto più alto dell’ultima settimana. Gli acquisti si sono estesi al resto dei titoli industriali nella tarda mattinata; il movimento al rialzo è proseguito per quasi tutto il giorno. Forti i titoli auto, in particolare GM…..e così via.

Un report dalla Borsa di New York di questi giorni? Indovinato, è un report del Wall Street Journal del 24 luglio, ma di 79 anni fa, del 24 luglio del 1930 per la precisione. Non vi dice niente questa data?

Thanks to News from 1930

Inchieste sospette

Un’accuratissima (all’apparenza) inchiesta del Wall Street Journal ci rende edotti, con dovizia di dati, cifre e grafici, di come e di quanto il settore finanziario abbia tagliato le proprie spese lobbistiche nel corso del 2008 e nei primi mesi del nuovo anno.

Per la precisione, nei primi tre mesi del 2009, ci dice il giornale online, il settore finanziario ha speso 104.7 milioni di dollari per le sue attività lobbistiche nei confronti del Congresso e dell’amministrazione Obama, l’8% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il WSJ individua le cause di questo calo nella stretta a cui Obama prevede di sottoporre le banche mettendole sotto il ferreo(?) controllo(?) della Fed e nella caduta di immagine patita dalle istituzioni finanziarie presso politici e pubblico. Politici che però per parte loro hanno continuato ad incassare, nello stesso periodo, 19,9 milioni di dollari, andati per il 60% ai democratici, che hanno visto salire esponenzialmente la loro quota dal 54% del 2007 e dal 43% del 2005.

Con tutto il rispetto per la bibbia di Wall Street, dati e grafici potrebbero avere però una lettura più maliziosa, così come l’assenza di Goldman Sachs dalla categoria. Se guardiamo al grafico (cliccare sull’immagine per ingrandirla) noteremo che le entità nazionalizzate hanno ridotto a zero la loro spesa, le altre in proporzione inversa ai contributi pubblici ricevuti.

Oltretutto che bisogno avrebbero i banchieri di elargire contributi quando ormai, al di là delle sceneggiate sulle Grandi Riforme dei mercati finanziari, hanno il controllo del governo stesso? Se poi c’è bisogno di oliare il Congresso e di rinsaldare la compattezza delle truppe cammellate, bastano pochi spiccioli. E la curva del grafico è in leggera risalita. Come mai il Wall Street Journal non nota questi verdi germogli di speranza?

Chi paga i bonus? I defunti

Le banche statunitensi stanno utilizzando una tecnica non molto conosciuta per finanziare il pagamento di bonus, liquidazioni e pensioni ai propri dirigenti: attraverso l’utilizzo di polizze di assicurazione vita stipulate per centinaia di migliaia di lavoratori, con se stesse come beneficiarie.

Le banche hanno iniziato con gran parte di queste assicurazioni sulla vita durante la bolla dei subprime, quando è sorto il problema dei compensi e delle liquidazioni dei loro manager, e le stesse autorità regolatrici del settore hanno spinto per l’uso delle assicurazioni sulla vita come un modo per finanziare compensi e benefits per i manager.

Le polizze assicurative sono essenzialmente come dei fondi pensione privati: le Aziende versano il denaro nei contratti, che sono come grandi, non deducibili, piani di pensionamento, e investono i versamenti su prodotti non tassabili. Nel corso del tempo, i datori di lavoro incassano le polizze esentasse quando i dipendenti, gli ex dipendenti e i pensionati muoiono.

Qualcuno ora dirà che certe cose possono succedere solo negli Stati Uniti, ma la filosofia di fondo è la stessa ad ogni latitudine. Il lavoratore, vivo o morto, è come il maiale: non si butta mai niente.

Fonte: Wall Street Journal

Crisi di astinenza

Ormai alla Borsa di New York si farebbero anche con la magnesia. Scrive il Wall Street Journal:

La sorprendente debolezza dei dati riguardanti le vendite al dettaglio e l’inflazione, accoppiata con un certo scetticismo circa la salute del settore bancario, ha suscitato all’inizio della giornata un forte ribasso del mercato. Ma le azioni hanno ridotto le perdite dopo che il Dipartimento del Commercio ha comunicato che le scorte di magazzino sono scese nel mese di febbraio più di quanto previsto dagli economisti, il che suggerisce che la domanda sta mettendosi in pari con l’offerta.

Intanto quattro uomini in una banca metalli di Valenza rubano 500 chili d’oro, per un valore di dieci milioni di euro. Anche la criminalità si adegua.