Alla borsa basta il profumo

Unicredit, il gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, ha chiuso il secondo trimestre dell’anno con un utile netto pari a 490 milioni di euro, in discesa del 74,4% su base annua ma in crescita rispetto ai 447 milioni dei primi tre mesi del 2009, un dato superiore rispetto alle attese degli analisti (434 milioni). Evviva, meno 74,4% e, anche se i risultati non reggono nemmeno il confronto con quelli delle pari e disastrate concorrenti europee, la borsa italiana festeggia con un, al momento, +4,4%.

A chi interessa poi se anche per Unicredit questo risultato stitico sia in buona parte dovuto ad un notevole incremento delle attività di investment banking, leggasi scommesse su cambi, titoli, materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere, mentre la qualità del credito continua a peggiorare? Sono stati infatti accantonati, a garanzia di crediti inesigibili a vario titolo, altri 2,431 miliardi, portando il dato complessivo del semestre a oltre 4 miliardi. Quisquilie, tanto se non c’è l’arrosto basta il profumo.

Roulette tedesca

Dopo l’arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c’era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l’accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l’ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell’economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall’attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.

Aspettando l’Islanda

A quel lettore che mi ha interrogato a proposito di MBS e CDO e al quale ho risposto tra il serio e il faceto parlando di ADM (Armi di Distruzione di Massa) vorrei anche aggiungere che in sè stessi i cosiddetti derivati, considerati singolarmente e laicamente, non sono strumenti del demonio, ma rispondono e avrebbero dovuto rispondere a delle reali esigenze finanziarie. La cartolarizzazione, gli swap, gli ABS e compagnia cantante non sono stati la causa della crisi. E’ l’uso che ne è stato fatto, l’esasperazione, l’impacchettamento infinito di più strumenti dentro altri sofisticati prodotti di ingegneria matematico-finanziaria che ha prodotto una formidabile e incontrollabile leva finanziaria fondata sul debito secondo un gigantesco schema Ponzi dove questa volta con il cerino in mano sono rimasti non solo milioni di investitori e di istituzioni ma anche gli stessi Creatori, le banche, e non solo quelle americane, anzi, a quanto pare, quelle europee, come vedremo, sono messe anche peggio.

Questa follia alimentata dall’avidità umana è durata quasi un trentennio, sostenuta dalla politica di deregolamentazione dei mercati iniziata con Reagan, fatta propria ed accentuata dal “democratico” Clinton e portata all’esasperazione fino alla sua implosione nelle due ultime amministrazioni di Bush figlio. Oggi anche coloro che sono al capezzale del malato e ai quali ci affidiamo per la sua guarigione, sono stati tra i maggiori responsabili di questa crisi, da Bernanke a coloro che fanno parte dello staff economico del presidente Obama, i vari Summers, Rubin e Geithner, ai banchieri rimasti ai loro posti a godere di stipendi milionari, il che ci lascia alquanto scettici dovendo anche constatare che la strada intrapresa è quella di mettere qualche pannicello caldo al paziente, nella speranza di poter tornare al più presto ai bei tempi andati come se nulla fosse successo e all’insegna del mai tramontato principio di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

Ma, come dicevo all’inizio, l’Europa è messa peggio degli stessi Stati Uniti e forse dovremmo farcela finita di dare sempre la colpa della tempesta perfetta ai nostri cugini d’oltreoceano o come si dice, al mondo anglosassone, perchè se è vero che l’esplosione della bolla dei subrime l’ha scatenata, tutto il mondo e l’Europa in particolare ha galleggiato euforica su quella bolla per anni o, se volete, ha continuato a ballare sul Titanic nonostante le grida d’allarme di chi vedeva, tra le nebbie generate dalla follia, delinearsi la sagoma minacciosa dell’iceberg. Su dati e situazione europea consiglio la lettura di questo articolo pubblicato qualche giorno fa da Lavoce.info.

La produzione industriale è diminuita, rispetto ai massimi livelli raggiunti, del 18 per cento nella zona euro contro il 13 per cento negli Usa. Nell’aprile 2008, il Fmi prevedeva, per il 2009, un tasso di crescita dello 0,6 negli Stati Uniti e dell’1,2 nella zona euro. Oggi, prevede un calo del Pil del 2,8 negli Usa e del 4,2 in Europa.

Il Fmi ha appeno rivisto le sue stime sulle perdite delle banche e sulla necessità di capitali freschi. Stima che, nel periodo 2007-2010, le banche europee (zona euro e Gran Bretagna) subiranno perdite per 1.200 miliardi di dollari dei loro attivi, contro i 1.050 negli Stati Uniti.

Ma soprattuto, rispetto a questo ammontare, le banche europee hanno accertato a oggi perdite per 260 miliardi di dollari (meno di un quarto) contro i 510 miliardi degli Stati Uniti. Le banche europee, dunque, dovrebbero ricapitalizzare per 500 miliardi di dollari, quelle statunitensi per 275 miliardi.

In poche parole, le banche europeee hanno ancora due terzi del cammino di fronte a loro, mentre quelle americane sono già a metà strada. Ma dove sono finiti i titoli tossici? Chi li ha in pancia? Dov’è l’esposizione maggiore?

Domande che dovrebbero interessarci molto tutti quanti, ministri delle Finanze e Bce in testa ma che invece restano inevase. Fino a quando – e non sembra mancare molto – esploderà la bolla, destinata a innescare anche la crisi assicurativa: allora sì che le agenzie di rating avranno un bel da fare con i downgrading e i governi con i tentativi di tamponare la situazione.

Ma i soldi non ci sono e se anche ci sono portano con sé un devastante effetto collaterale, il default sul debito sovrano: controllate i cds dei vari Stati europei nelle prossime giornate, lasciate stare indici azionari e valute. La speculazione è ripartita in grande stile, si va sulla giostra con i petrolio e si scommette short sui cds: significa che i fondamentali stanno saltando o sono già saltati. Ma qui, nella sicura casa europea, tutto tace.

Non disturbate il manovratore, please! Almeno fino alle europee, poi ci sarà davvero da ridere nel vedere l’asse renano cercare di salvare le proprie banche e i neo-membri dell’Est cercare l’appoggio britannico per evitare di andare a gambe all’aria. Un esempio? Seguite l’andamento dei cds ungheresi, vi farete un’idea da soli.

Già l’Ungheria, sarà la nuova Islanda? O toccherà all’Austria? Unicredit e Intesa non hanno niente da dire su Budapest e Vienna o possono tranquillamente fare proprio il più idiota di tutti gli slogan del nostro governo, “ne usciremo meglio degli altri paesi”?

Anche Intesa Sanpaolo chiede aiuto allo Stato

Dopo che Berlusconi ha affermato per l’ennesima volta a Bruxelles che il sistema creditizio italiano è solido e non ha bisogno di aiuti di stato, anche Intesa Sanpaolo segue l’esempio di Unicredit (4 miliardi di euro) e Banco Popolare (1,45 miliardi) e si mette in fila per avere 4 miliardi sotto forma dei cosiddetti Tremonti Bond, che altro non sono che un aiuto di stato.

Per la verità Corrado Passera, l’amministratore delegato della banca, pochi giorni fa aveva giudicato come “demagogiche” le condizioni per accedere a questo prestito ma evidentemente avere 4 miliardi a buon mercato fa sempre comodo quando i ratios di patrimonializzazione scendono a livelli di guardia. Con questa iniezione di liquidità arriverà a un tier 1 del 7,4% sempre ben al di sotto di quell’ 8 per cento che è la soglia minima sopra la quale si trovano tutte le banche americane ed europee concorrenti. Lo stesso discorso vale per Unicredit e Monte Paschi Siena, la prossima richiedente.

Si dirà che le banche italiane non hanno titoli tossici in bilancio. Ma sia Unicredit che Intesa sono esposte per molti miliardi nei confronti dei paesi dell’est e comunque, abbiamo visto, il loro patrimonio, insieme a quello di Monte Paschi Siena, dovrebbe essere svalutato di un buon 70-80 per cento se fossero applicate le stesse regole che vengono utilizzate per gli “stress-test” delle loro concorrenti straniere. Quello della solidità delle banche italiane è rimasto un cavallo di battaglia solo del nostro premier, una delle tante barzellette che racconta nei vertici agli altri leader europei.

Mentre Palazzo Cordusio brucia a Piazza Affari si stappa Champagne

Mentre una borsa impazzita festeggia gli utili di Unicredit “sopra le attese” (il titolo ha toccato quasi un +20%), arrivano nella stessa giornata notizie deprimenti per il gruppo di Alessandro Profumo, benché il mercato e i politici della maggioranza e dell’opposizione, senza distinzione di colori, vogliono continuare a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, credendo alla favoletta che le nostre banche sono le più solide al mondo.

Ha iniziato ieri Bloomberg con un report sull’esposizione di Unicredit nell’europa orientale sottolineando come un decennio di espansione, che ha visto più di 65 miliardi di dollari di acquisizioni in operazioni che si estendono dalla Polonia al Kazakistan stia allarmando gli analisti che prevedono un default dei prestiti in quei paesi dell’est, dove la banca ha concentrato la sua crescita. Bloomberg ricordava anche che Unicredit ha perso il 76 per cento del suo valore di borsa negli ultimi 12 mesi, il secondo più grande calo tra le banche italiane.

Poi è arrivata la dichiarazione di questa mattina che parla di utili sopra le attese, sorvolando sul fatto che la banca ha subìto comunque un calo dei profitti del 57 per cento nel quarto trimestre. In compenso, sempre questa mattina, Unicredit ci ha informato anche che sta programmando di chiedere 4 miliardi di euro in aiuti di Stato. In verità i risultati non sono stati così male rispetto alle previsioni degli analisti ma i risultati si riferiscono al 2008, che, come il gruppo bancario ha detto nella sua dichiarazione, era ancora un “anno molto buono” in Europa orientale. Il 2009 promette di essere molto peggio, e il 2010?

Infine il colpo di grazia. HVB group, la divisione tedesca di Unicredit, ha annunciato questa mattina una perdita di 671 milioni di euro nel 2008 a causa di svalutazioni su investimenti e maggiori accantonamenti per crediti a rischio . Secondo HVB i risultati commerciali sono “gravemente colpiti dalla estrema turbolenze di mercato intensificatesi nel corso del quarto trimestre del 2008”.

E vissero tutti felici e contenti

E’ iniziata la favola dei “conti migliori del previsto” e dei bilanci con “utili sopra le attese”. Era scritto nel copione di questa crisi che nell’orgia di dati negativi i maggiori responsabili della tempesta perfetta cercassero di confondere le acque e di illudere i mercati con falsi segnali di ripresa. Siamo ormai all’inganno istituzionalizzato e anche questo è un segnale di come finanza e politica continuino a sottovalutare il morbo che avvolge con la sua ombra tutto il pianeta.

Hanno cominciato oltreoceano Citi, BofA, Wells Fargo, JPMorgan che, fino al giorno prima sull’orlo del baratro, dopo aver inghiottito come idrovore centinaia di miliardi dei cittadini americani, al solo sentir parlare di nazionalizzazioni e blocco dei superbonus ai top manager, si sono alzate dal letto di morte per saltellare come vispe Terese salvo però non dichiarare perdite, titoli tossici e svalutazioni che hanno in corpo.

Qui da noi in attesa che i prefetti decidano a chi erogare il credito, rendendo superfluo pagare lo stipendio non solo ai top manager delle banche ma persino ai Direttori di Agenzia, Unicredit dichiara ovviamente un utile 2008 “sopra le attese” e propone “un dividendo in azioni di nuova emissione rivenienti da un aumento di capitale gratuito da attuarsi mediante imputazione di riserve disponibili”. Già proprio così: finchè c’è musica si continua a ballare.

Monte Paschi Siena invece, per dare il contentino alla fondazione ed ai senesi, pagherà, a quanto sembra, un mini-dividendo. Tanto, per tappare le falle ci sarà sempre tempo e modo, con i Tremonti Bond. Tempo che non era più a disposizione di Banco Popolare che ha dovuto bussare con il cappello in mano alla porta di Tremonti per chiedere oltre un miliardo di euro per salvare Italease. Prima reazione del mercato negativa e Moody’s ha messo i rating del Banco sotto osservazione.

Tocca al Fondo Monetario Internazionale richiamare tutti, banche pronte al falso in bilancio, borse schizofreniche, premier disperati e presidenti di confindustria che vedono soldi veri, alla dura e cruda realtà. Il Fondo pubblicherà domani nuove stime sulla crescita dell’economia globale e dei principali paesi del G20 per il 2009 e il 2010. Le nuove stime rifletteranno il peggioramento delle prospettive registrato nel corso delle ultime settimane. La crisi sarà lunga e finirà, certo, ma sarà a lieto fine?