L’inizio della fine

I nostri mezzi d’informazione, occupati ogni giorno a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica su argomenti graditi al manovratore (emigrazione clandestina, stupri, ronde, sicurezza, testamento biologico, scioperi selvaggi, etc.) non danno lo spazio e la rilevanza che meriterebbe alla catastrofe economica che imperversa sull’Europa e sul nostro paese.

Allora, per trovare notizie del summit di ieri a Bruxelles bisogna andarsi a leggere gli articoli sulle ultime battute di Berlusconi che, tra una barzelletta e l’altra, ha partecipato anche al vertice. Così fra le righe si riesce a capire che la riunione, convocata d’urgenza ed emergenza dal primo ministro della repubblica ceca, nonchè presidente di turno del Consiglio Europeo, Mirek Topolánek, è stata perfettamente inutile e si è conclusa, come sempre, con un nulla di fatto.

L’Agenda dei lavori comprendeva principalmente due argomenti: lotta al protezionismo e un piano di aiuti per i paesi dell’Est sull’orlo della bancarotta. Al primo dei due punti, sotto accusa gli aiuti di Nicolas Sarkozy all’industria automobilistica francese a condizione di lasciare la produzione in Francia, condizione che danneggia la Slovacchia e altri paesi dell’Europa centrale.

Ebbene scagli la prima pietra chi è senza peccato. Soprattutto se siede tra i primi quattro paesi d’Europa. Così sull’argomento si è glissato se non per riaffermare genericamente nel documento conclusivo che i paesi membri sono contro il protezionismo. Salvo fare comunque i propri comodi tra le mura domestiche. Come altro leggere anche questa strana e fortuita sequenza di coincidenze: lo Stato tedesco acquisisce una quota della Opel; la Opel vende una delle sue fabbriche in Germania alla Daimler, e la Daimler cancella il suo progetto di costruire una nuova fabbrica in Ungheria?

Ungheria che fa anche le spese del cambio di rotta della Merkel che pure aveva lanciato qualche giorno fa l’idea di un piano di aiuti per i paesi dell’Europa orientale e centrale. Non se ne fa nulla, salvo esaminare qualche singolo caso. La scelta di intervenire “caso per caso” vuol dire rinunciare ad una politica organica e comune lasciando i singoli paesi in difficoltà alla mercè delle diverse volontà e dei differenti interessi, riguardo alla loro esposizione e al loro debito, dei paesi più forti. Ma significa soprattutto un utilizzo col contagocce dei fondi e quindi nessuna possibilità di invertire la spirale recessiva.

E proprio la Cancelliera tedesca è stata la principale affossatrice della richiesta del primo ministro ungherese che ha proposto un pacchetto di salvataggio di 190 miliardi di euro avvertendo che senza questi aiuti calerebbe una nuova cortina di ferro tra Est ed Ovest. Evidentemente i grandi d’Europa sono convinti ognuno di stare meglio e di poter subire meno danni dell’altro dall’incombente crack finanziario dei paesi dell’Est europeo, e magari anche di guadagnarci qualche vantaggio.

Ripensandoci, questa volta il Summit non si è risolto con un nulla di fatto. Questa riunione potrebbe aver infatti rappresentato l’inizio dello sgretolamento dell’Euro-zona e persino dell’Unione Europea stessa. Sicuramente rappresenta il punto di non ritorno della crisi economica, il momento in cui il limite estremo dell’attuale crisi è diventato insormontabile e non sarà più possibile tornare indietro.

P.S.
Chi ritiene sbagliato aiutare i paesi dell’Europa dell’Est può leggersi il mio post Vento dell’Est per capire quali potrebbero essere le ripercussioni di una loro bancarotta.

Vento dell’Est

Un ciclone si sta per abbattere sull’Europa e sul – tanto sbandierato come solido – sistema bancario italiano. A lanciare l’allarme è l’agenzia di rating Moody’s.

Secondo l’agenzia, infatti, i Paesi dell’Est europeo – nonostante la crescita in alcuni casi vertiginosa fatta registrare nei mesi scorsi – si trovano ormai in una condizione di grande difficoltà complessiva. La loro, specifica Moody’s in un report, è “una crisi profonda e che non accenna a stabilizzarsi. Per questo sono inevitabili forti ripercussioni sugli interessi delle banche europee occidentali”.

A destare il maggiore allarme sono i sistemi economici che presentano significativi deficit fiscali. In questo senso, le situazioni peggiori sono quelle delle repubbliche baltiche e di Ungheria, Croazia, Romania e Bulgaria (ma, aggiunge ancora Moody’s, per le banche occidentali non è così sicuro investire neanche in Ucraina, Kazakistan e Russia).

L’84% delle banche dell’Europa dell’Est sono di proprietà di istituti italiani, francesi, belgi, tedeschi, svedesi e austriaci. Le esposizioni più pesanti sono quelle dell’Austria, dell’Italia e della Svezia.

Tra le banche più a rischio Unicredit. Ma lo scenario che si prefigura è apocalittico:

Questo misterioso atto di follia collettiva è l’equivalente per l’Europa della bolla dei mutui subprime negli USA. Tuttavia c’è una differenza cruciale: le banche europee devono pagare il conto per entrambe le bolle di debito, quelle statunitensi no.

In più l’Europa ha pure in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti nei Paesi Emergenti: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.