Un’ondata di produttività

Nel secondo trimestre la produttività in Usa ha segnato un aumento del 6,4%, ben al di sopra delle attese degli analisti. Ma insieme al balzo di produttività, si registra un calo drastico del costo del lavoro per unità oraria: è sceso del 5,8%, quasi triplicando le attese degli analisti. Si spiegano così le ottime trimestrali delle società USA ma anche il rischio di una “double-dip recession”: le imprese a stelle e strisce stanno espellendo forza lavoro, pagando gli occupati assai meno di prima. Se questi dati apparentemente positivi fanno felici le borse, non è certo una buona ricetta per uscire dalla recessione, come ci spiega Oscar Giannino:

Se la produttività sale per severa contrazione della base produttiva e creando frotte di disoccupati cioè diminuendo il reddito disponibile delle famiglie; se questo a propria volta deve poi energicamente contrarsi anche per riequilibrare i livelli troppo alti di debito toccati in precedenza; e se in più il debito pubblico esplode spiazzando il risparmio privato, allora gli investimenti per tornare ad estendere la produzione mancheranno tanto più, quanto più bassa sarà prevedibile la base dei consumi conseguente. Risultato: recessione secca, amici miei. Chissà se i listini lo capiranno, e soprattutto i banchieri centrali che generosamente li sostengono.

Arrivederci alla prossima onda.

Alla borsa basta il profumo

Unicredit, il gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, ha chiuso il secondo trimestre dell’anno con un utile netto pari a 490 milioni di euro, in discesa del 74,4% su base annua ma in crescita rispetto ai 447 milioni dei primi tre mesi del 2009, un dato superiore rispetto alle attese degli analisti (434 milioni). Evviva, meno 74,4% e, anche se i risultati non reggono nemmeno il confronto con quelli delle pari e disastrate concorrenti europee, la borsa italiana festeggia con un, al momento, +4,4%.

A chi interessa poi se anche per Unicredit questo risultato stitico sia in buona parte dovuto ad un notevole incremento delle attività di investment banking, leggasi scommesse su cambi, titoli, materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere, mentre la qualità del credito continua a peggiorare? Sono stati infatti accantonati, a garanzia di crediti inesigibili a vario titolo, altri 2,431 miliardi, portando il dato complessivo del semestre a oltre 4 miliardi. Quisquilie, tanto se non c’è l’arrosto basta il profumo.

Banche sull’orlo di una crisi dei crediti

Che il “deterioramento” del credito stia diventando una costante nei risultati delle banche al di là e al di quà dell’oceano non è confermato solo dai timori espressi dal chief executive di Deutsche Bank, Joseph Ackermann, il quale afferma che i veri effetti della tempesta perfetta devono farsi ancora sentire, prevedendo l’arrivo di un’ondata di perdite sui crediti concessi alle imprese ed ai consumatori che potrebbe mettere in ginocchio il sistema finanziario peggio che il buco nero dei titoli tossici. Sono i numeri a parlare da soli.

Barclays ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con una crescita degli utili del 9,9%, passati da 1,72 a 1,89 miliardi di sterline (3,16 miliardi di dollari), al di sotto di quanto previsto, per una volta, dagli analisti che avevano pronosticato una crescita a 2,2 miliardi di sterline. Ma come già abbiamo visto per Credit Suisse, Goldman Sachs, J.P. Morgan e la stessa Deutsche Bank gran parte degli utili (il 35% per Barclays) sono derivati dalle attività di investment banking, cioè tutte quelle attività che hanno a che fare con le scommesse sui cambi, i titoli, le materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere.

Dall’altro lato gli accantonamenti per future perdite sui crediti – l’introduzione del mark to fantasy se ha nascosto le perdite dovute ai titoli tossici non vale per la tradizionale attività creditizia – crescono esponenzialmente. La banca inglese ha dovuto accantonare per i rischi da deterioramento del credito 4.56 miliardi di sterline, il doppio di quanto accantonato nello stesso periodo dello scorso anno, un importo superiore anche a quello previsto dagli analisti.

John Varley, il numero uno della Barclays, bontà sua, minimizza, ma le cifre parlano chiaro e deve ammettere: “In alcune partite di credito abbiamo visto il tasso di deterioramento ridursi e qualche segnale di stabilizzazione ma – aggiunge – non voglio sopravvalutare tutto ciò perchè, ad esempio, la disoccupazione crescerà in molte economie dove siamo presenti e la disoccupazione ha un effetto ritardato sui crediti”.

Più ottimista Stephen Green, il CEO di HSBC (Hongkong and Shangai Banking Corporation), con base a Londra, oggi al quinto posto delle classifiche mondiali per valore degli asset. Ottimismo forse obbligato anche per il nome che porta. Green pur dimostrandosi prudente con l’affermazione che le previsioni economiche rimangono incerte, tuttavia dichiara che “forse abbiamo toccato, o stiamo per toccare il fondo del ciclo dei mercati finanziari”. Non sembrerebbe così dai risultati presentati dalla sua banca anche se il mercato ha premiato la sua dichiarazione con un bel +6,4%.

HSBC, infatti, ha riportato, nel primo semestre, una diminuzione dei suoi profitti pari al 57 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, con un utile netto che dai 7,7 miliardi di dollari dello scorso anno scende a 3,3 miliardi di dollari, proprio a causa del deteriorarsi dei crediti concessi a imprese e consumatori negli United States e in qualche altro posto.

Anche in questo caso il segno positivo dei profitti è stato ottenuto dalla divisione investment banking che ha guadagnato nel primo semestre, al lordo delle tasse, 6.3 miliardi di dollari, in particolare speculando su titoli e cambi. Ma la cosiddetta “buona” notizia è bilanciata da persistenti perdite sui crediti concessi a imprese e consumatori. HSBC ha dovuto accantonare ben 13,93 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto ai 10.1 miliardi accantonati nello stesso periodo l’anno precedente.

E il più grosso mal di testa per HSBC continua ad essere rappresentato dal credito al consumo con accantonamenti che arrivano a 7,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 6,69 miliardi dello stesso periodo, anche se inferiori se paragonati ai 8,8 miliardi del secondo semestre 2008.

Altro che stabilizzazione finanziaria! Tra la mina vagante delle carte di credito, l’aumento dei fallimenti e della disoccupazione dovremmo aspettarci l’arrivo dell’onda più alta della tempesta perfetta. Invece i responsabili della crisi continuano a usare il trucchetto di nascondere la polvere sotto il tappeto. E là sotto la bolla del mercato azionario continua a gonfiarsi. Non importa se sarà tra uno, tre, sei mesi o un anno. Alla fine esploderà anche questa bolla ma chi l’ha cavalcata questa volta non avrà più neanche il tappeto sotto al quale nascondersi.

Update. Sottotitolo del mio post: “Quello che non vi farà mai sapere la stampa ufficiale”. Guardate qui come liquida i risultati di Barclays e HSBC un giornale “autorevole” come il Sole 24 Ore. A tanto siamo ridotti con gli affascinanti “conti migliori delle attese”.

Roulette tedesca

Dopo l’arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c’era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l’accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l’ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell’economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall’attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.