Anche Intesa Sanpaolo chiede aiuto allo Stato

Dopo che Berlusconi ha affermato per l’ennesima volta a Bruxelles che il sistema creditizio italiano è solido e non ha bisogno di aiuti di stato, anche Intesa Sanpaolo segue l’esempio di Unicredit (4 miliardi di euro) e Banco Popolare (1,45 miliardi) e si mette in fila per avere 4 miliardi sotto forma dei cosiddetti Tremonti Bond, che altro non sono che un aiuto di stato.

Per la verità Corrado Passera, l’amministratore delegato della banca, pochi giorni fa aveva giudicato come “demagogiche” le condizioni per accedere a questo prestito ma evidentemente avere 4 miliardi a buon mercato fa sempre comodo quando i ratios di patrimonializzazione scendono a livelli di guardia. Con questa iniezione di liquidità arriverà a un tier 1 del 7,4% sempre ben al di sotto di quell’ 8 per cento che è la soglia minima sopra la quale si trovano tutte le banche americane ed europee concorrenti. Lo stesso discorso vale per Unicredit e Monte Paschi Siena, la prossima richiedente.

Si dirà che le banche italiane non hanno titoli tossici in bilancio. Ma sia Unicredit che Intesa sono esposte per molti miliardi nei confronti dei paesi dell’est e comunque, abbiamo visto, il loro patrimonio, insieme a quello di Monte Paschi Siena, dovrebbe essere svalutato di un buon 70-80 per cento se fossero applicate le stesse regole che vengono utilizzate per gli “stress-test” delle loro concorrenti straniere. Quello della solidità delle banche italiane è rimasto un cavallo di battaglia solo del nostro premier, una delle tante barzellette che racconta nei vertici agli altri leader europei.

L’imbroglio dei Tremonti Bond

Quando si tratta di Tremonti, la realtà supera sempre la nostra più fervida immaginazione ed è quanto si è costretti ad ammettere, per l’ennesima volta, leggendo il decreto del ministro pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 55 del 7-3-2009, scaricabile da questo link.

Come sottolinea Paolo Barrai su Mercato Libero, i cosiddetti Tremonti Bond, apparentemente cari, rappresentano invece per le banche una grandissima occasione per prendere i soldi dei cittadini italiani a costo zero.

Infatti tali titoli sono obbligazioni subordinate, equiparabili alle azioni ordinarie. Ovvero non danno diritto alla cedola se il bilancio della banca non è in utile e inoltre le cedole perse in un anno non sono recuperabili nell’anno successivo.

Ma c’è qualcosa di più. L’allegato al decreto del ministro recita infatti così:

I Titoli hanno lo stesso grado di subordinazione delle azioni ordinarie anche in continuità d’impresa secondo i seguenti termini:
– le perdite che riducono il coefficiente patrimoniale di vigilanza complessivo fino all’8 per cento sono assorbite interamente dal capitale sociale e dalle riserve;
– le perdite che riducono il coefficiente patrimoniale di vigilanza complessivo al di sotto dell’8 per cento sono assorbite nella medesima proporzione dai Titoli e dalla somma di capitale sociale e riserve.

Tale grado di subordinazione si sostanzia in una modifica del Valore Nominale Iniziale nei termini seguenti:
– se il coefficiente patrimoniale di vigilanza complessivo si riduce al di sotto dell’8 per cento per effetto di perdite, il Valore Nominale dei Titoli è ridotto in proporzione (i.e., se il coefficiente patrimoniale di vigilanza si riduce al 4 per cento, il valore nominale verrà ridotto del 50%);
– il Valore Nominale dei Titoli così ridotto è incrementato con i successivi utili netti nella medesima proporzione in cui si incrementa il patrimonio netto per effetto degli stessi utili netti, fino a concorrenza del Valore Nominale Iniziale.

Inoltre “Gli Interessi non pagati non sono cumulabili e, pertanto, se non pagati, si intendono definitivamente persi” e “gli interessi sono corrisposti solo in presenza di Utili Distribuibili ed entro i limiti degli stessi”.

Infine, dulcis in fundo: “Gli interessi e i dividendi – a qualunque titolo – sulle azioni ordinarie non possono essere corrisposti quando l’Emittente ha un coefficiente patrimoniale di vigilanza complessivo pari o inferiore all’8 per cento per effetto di perdite.”

A queste condizioni, diventa pertanto più che credibile l’ipotetico finale disegnato da Mercato Libero:

1) I bilanci 2009 e 2010 delle banche italiane che ricorreranno alle obbligazioni di Tremonti chiuderanno in rosso grazie a svalutazioni che invece dovrebbero competere al 2008.

2) Le banche quindi non pagheranno interessi al governo per i prossimi due anni. Ovvero i soldi dei cittadini verranno usati per salvare le banche senza remunerazione alcuna. Un costo insopportabile per il cittadino. Fra l’altro i managers e i potentati bancari rimarranno saldamente al potere.

3) Se in futuro le banche cominceranno a fare profitti, saremo in un contesto iperinflattivo, con tassi d’interesse abbondantemente più alti del 7,5% che dovranno pagare al governo.

Bond, con licenza di uccidere

Il Banco Popolare ha reso noto di aver presentato al ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla Banca d’Italia istanza per l’emissione degli strumenti finanziari di patrimonializzazione previsti dall’articolo 12 del decreto legge 185/08 (Tremonti-bond). Il Consigliere Delegato Pier Francesco Saviotti ha dichiarato che si tratta di: “un’operazione opportuna che, anche in chiave prospettica, assicurerà una patrimonializzazione adeguata al Gruppo, consentendo di rafforzare il sostegno alle famiglie ed alle Piccole e Medie Imprese sui territori di radicamento, in linea con la vocazione storica delle proprie banche”.

A meno che non vada a finire come con la cartolarizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato, di cui parlo oggi in altro articolo, Giulio Tremonti 007 fa così la sua prima vittima tra le banche, costringendo alla resa quella che per la verità se la passa meno peggio, quanto a patrimonializzazione. Sull’argomento ho scritto abbastanza in precedenti post, per cui non mi ripeto, ma vi segnalo questo articolo, tecnico ma che merita di spenderci un pò di tempo ed attenzione.

L’Argentina è vicina

Che il governo cominci a rendersi conto che c’è veramente una crisi? Ha cominciato Berlusconi a prenderne coscienza una decina di giorni fa, facendo qualche mezza ammissione ma continuando a sprizzare ottimismo da tutti i pori ancora oggi, quando, tra l’altro, ha bocciato di nuovo la proposta di Franceschini di dare un sussidio di disoccupazione a coloro che non hanno il paracadute della cassa integrazione con l’incredibile motivazione che la sua introduzione sarebbe un incentivo ai licenziamenti e al lavoro nero!!!

Mentre per lo meno il nostro premier non consiglia più di comprare azioni Eni, Enel e Mediaset il suo ministro Tremonti parla di un 2009 più difficile del 2008 ed è costretto ad ammettere che l’Italia ha visto una contrazione del credito maggiore che negli altri paesi europei. Una crisi iniziata nel 2007, ha detto, ma peggiorata da Settembre dello scorso anno.

Dunque 2009 “annus horribilis”? Ma scherziamo? La stampa esagera sempre. Non c’è da preoccuparsi, i Tremonti Bond metteranno tutto a posto. Secondo il ministro ci sarebbe la fila per quei 12 miliardi dati al tasso usurario dell’8,5% ma che le banche finora si sono guardate bene dal chiedere. Chissà se Tremonti non finirà anche lui segnalato da Bloomberg, insieme a Brunetta, come ministro dell’Argentina.

Banche stressate

Chi mi segue dall’inizio dell’anno, da quando cioè ho ripreso le pubblicazioni, sa come la penso sulla nazionalizzazione delle banche, sulla patrimonializzazione di quelle italiane e sui cosiddetti Tremonti Bond, riguardo ai quali mi chiedevo se avremmo visto presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose.

A iniziare dal tasso di remunerazione di questi titoli assimilabili alle obbligazioni subordinate: dal 7,5 all’8,5%, almeno il doppio di quello offerto nelle emissioni di obbligazioni subordinate di questi ultimi mesi. Il decreto prevede inoltre che qualora le banche non rimborsassero i bond entro quattro anni, i tassi salgano progressivamente ogni anno. Un meccanismo equivalente a quello dei prestiti usurari. Perchè mai le “solide” banche italiane dovrebbero dunque ricorrervi, pagando un conto così salato?

Perchè in realtà non sono affatto solide e, come abbiamo già visto, il valore del loro attivo andrebbe abbattuto di una percentuale compresa tra il 60 e l’80 per cento. Sono con l’acqua alla gola e i Tremonti Bond servirebbero solo a tappare momentaneamente le falle e a tirare avanti ancora qualche mese. A dirlo non è solo un economista dilettante come il sottoscritto ma anche Alessandro Penati, Professore ordinario di scienze economiche alla Cattolica di Milano, che si è posto la mia stessa domanda. Nella sua risposta ci spiega che i Tremonti bond non servono a niente e che occorrerebbero almeno 130 miliardi di euro per salvare le banche italiane:

[…] La caduta dei prezzi di immobili e azioni, e l’ aspettativa delle sofferenze che la recessione causerà, ha ridotto le stime di mercato del valore dell’ attivo delle banche, assottigliandone e, in molti casi, azzerandone il capitale. Ecco perché il crollo dei titoli bancari. Per assorbire le perdite, attuali e prevedibili, e ricostruire il patrimonio delle banche non ci sono capitali privati sufficienti. Che piaccia o no, le risorse devono essere pubbliche.[…]

Ho provato a sottoporre le nostre quattro maggiori banche (Popolare, Intesa, Unicredit, Mps) a un mio stress test. La recessione è già ora la più grave degli ultimi 30 anni: a fine 2008, il Pil italiano era sceso cumulativamente (-2,9%) più che nel 1993 (-1,9%), nel 1983 e nel 2001. Ho pertanto ipotizzato che le sofferenze lorde crescano almeno ai livelli del 1994, e che il loro valore sia il 40% del nominale. Ho dimezzato il valore dell’ avviamento in bilancio: è il premio che le banche hanno pagato per le acquisizioni e fusioni degli anni scorsi, fatte a prezzi da bolla. E ho ridotto del 15% la sola componente azionaria dei titoli in portafoglio al 30/9 (metà della discesa della Borsa); del 35% i titoli di capitale non negoziabili, e del 10% la posizione in derivati. Le condizioni sono meno severe di quelle usate negli Usa: ma le potenziali perdite possono spazzar via tra il 72% e l’ 87% del patrimonio (post aumento per Unicredit) delle maggiori banche italiane. Per assorbire eventualmente queste perdite e riportare il loro patrimonio al 8% delle attività rischiose servirebbero 130 miliardi. Dunque, ha ragione la Borsa. E i Tremonti bond sono inutili. I capitali previsti appaiono insufficienti. E sono ulteriori debiti che le banche si accollano (pagandoli salati), quando il problema è invece di costringerle a fare pulizia e assorbirne le perdite.

Il mio nome è Bond, Tremonti Bond

Come ci spiega Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore è improprio chiamarli bond o obbligazioni in quanto non sono titoli di debito ma strumenti ibridi più assimilabili alle azioni e in quanto tali sono titoli rischiosi nel caso la banca che li ha emessi dovesse andare in rosso. Nè è giusto chiamarli Tremonti Bond perchè non sono un’invenzione di Tremonti ma sono strumenti finanziari usati in altri paesi d’Europa, così come negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda.

Comunque sia il ministro dell’Economia ha firmato oggi il decreto che dà il via libera alla sottoscrizione, da parte del Tesoro, di questi titoli emessi dalle banche italiane. Come contropartita, le banche pagheranno una cedola annuale compresa tra il 7,5 e l’8,5% per i primi anni, per poi crescere gradualmente e si impegneranno a favorire il credito alle imprese, soprattutto piccole e medie, e alle famiglie.

Il Tesoro richiede alle banche impegni specifici, articolati in 5 punti, che saranno oggetto di attento monitoraggio, promette il Ministero, sul modello applicato con successo in Francia:

a) il contributo finanziario per rafforzare la dotazione del fondo di garanzia per le Pmi;
b) l’aumento delle risorse da mettere a disposizione per il credito alle piccole e medie imprese;
c) per i lavoratori in cassa integrazione o percettori di sussidio di disoccupazione, la sospensione del pagamento della rata di mutuo per almeno 12 mesi;
d) la promozione di accordi per anticipare le risorse necessarie alle imprese per il pagamento della cassa integrazione;
e) l’adozione di un codice etico.

Ora finalmente non c’è che da aspettare questo strumento alla prova dei fatti. Vedremo presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose? E, nel caso, servirà realmente ad accrescere le opportunità di finanziamento all’economia?

Corvi e “ottimistri”

Il ministro Scajola accusa la Marcegaglia di essere un uccello del malaugurio perchè fornisce dati e previsioni nere (invece forse anche troppo ottimistiche) della crisi dell’economia italiana.

Berlusconi accusa l’informazione di fomentare il pessimismo e intanto parla di nazionalizzare le banche (tra l’altro come se fosse un’idea sua), smentendo subito dopo di riferirsi alle banche italiane che godrebbero di ottima salute.

Purtroppo per loro e per tutti gli inguaribili ottimisti anche le Borse smentiscono e in particolare i titoli bancari oggi subiscono l’ennesima Waterloo mondiale. E ci si mette anche l’Istat con i dati industriali di dicembre.

A Wall Street Citigroup perde il 19,52% e Bank of America il 16,79%. In difficoltà anche JpMorgan -6,75% e Wells Fargo -10,49 per cento.

A Piazza Affari Intesa Sanpaolo sprofonda sotto i 2 euro a 1,925 euro in calo dell’8,44%. Male anche Banco Popolare (-7,51%), Ubi (-6,04%), UniCredit (-5,55%), Mediobanca (-4,47%), Bpm (-4,3%). Contiene le perdite, si fa per dire, Mps che si attesta sotto un euro a 0,99 centesimi (-3,04%).

In Europa, Ubs cede il 12,81% dopo che il dipartimento di Giustizia americana ha avviato una nuova offensiva legale per forzare il gruppo elvetico a rivelare informazioni su 52.000 conti appartenenti a cittadini statunitensi. Giù anche Rbs (-9,17%), Hypo Real Estate (-18,79%), Axa (-15,99%) e Crédit Agricole (-9,48%).

E se le banche italiane si continua a ripetere sono quelle meno a rischio, comincia a profilarsi per loro un 2009 drammatico. L’ufficio studi di Intermonte stima che le banche italiane ridurranno del 70% i profitti a fine anno. E già oggi è allarme patrimonio:

[…] Ma il vero problema, quello che può non far avverare la profezia di Berlusconi, dopo vent’anni in cui quasi tutti gli istituti sono stati privatizzati – e si sarebbe detto con successo, almeno fino a un anno fa – riguarda il patrimonio. Nei marosi della crisi operatori e istituzioni vogliono solidità patrimoniale crescente, mentre perdite, accantonamenti e difficoltà nella raccolta indurrebbero le banche a ridurre il capitale di vigilanza misurato dall’indice Core Tier 1. Su questo le nostre banche sono tra le più deboli dell’Occidente.

Uno Stato, specie se ricco di denari e povero di debito pubblico, potrebbe dare una mano. L’Italia, dopo tre mesi di scontri tra governo e banchieri, presterà una decina di miliardi, a tassi salati dell’8,5% e altri gravami. Ciò malgrado, da marzo tutti i grandi istituti – tranne forse Mediobanca e Ubi – emetteranno i famigerati Tremonti bond, convertibili in azioni su loro richiesta. L’unica “nazionalizzazione” per ora è questa, in sedicesimo. Ma di questa ce n’è un dannato bisogno.

Il prevedibile ricorso ai Tremonti Bond (che oggi hanno avuto il via libera dalla Commissione UE) la dice lunga sulla solidità del nostro sistema bancario e qui, per chi si è appassionato, c’è un altro punto di vista che esamina la questione della patrimonializzazione da un’altra interessante angolazione.

Non è questione di corvi ma di sano realismo, di cui i nostri governanti non sono evidentemente dotati.

Post scriptum
Citigroup, il più grande gruppo bancario del mondo, con oltre 300.000 impiegati e 200milioni di conti correnti in 100 paesi del mondo, più di quelli che aderiscono all’ONU, oggi capitalizza poco più di 13 miliardi di dollari, ovvero 10 miliardi di euro, giusto un miliardo in più di quello che è stato pagato per Banca Antonveneta solo 9 mesi fa.