Votantonio

Bufera nel Partito Democratico contro la Serracchiani che viene criticata anche per aver spiegato di preferire Franceschini perché «più simpatico». Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, ironizza: «Anche Totò e Tina Pica erano simpatici, sarebbero stati un ticket straordinario».

Parole sante: non ci sono dubbi che Totò e Tina Pica sarebbero più credibili dei due attuali candidati alla Segreteria.

La vendetta di Groenink

Camilla Conti e Lorenzo Di Lena hanno prodotto questo utilissimo lavoro in cui affrontano l’ipotesi di cosa succederebbe se lo stress test sulla solidità patrimoniale delle banche Usa fosse applicato anche per le big del credito italiane:

Guardando i numeri rischierebbe di trasformarsi in un crash test da cui, con l’eccezione di Ubi, il cui coefficiente patrimoniale “tangibile” si ridurrebbe comunque, la forza patrimoniale degli istituti nostrani verrebbe quasi dimezzata.

Lo abbiamo già visto nel mio post Stress Test che, ad esempio, il patrimonio netto del gruppo Monte Paschi Siena, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto), dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta. La forza patrimoniale del gruppo senese verrebbe dunque più che dimezzata.

A parziale consolazione, i due autori rilevano comunque che il Tce ratio, per quanto ridimensionato rispetto al tier1, resterebbe sopra la soglia (ritenuta) di sicurezza del 3%, sia nel caso Mps che per gli altri principali gruppi bancari italiani, se però considerassimo per buoni i loro bilanci patrimoniali, non tenendo conto delle svalutazioni intervenute negli ultimi mesi. Dunque “prognosi riservata”:

Secondo i prezzi di mercato le banche oggi valgono molto meno del valore di libro, in qual che caso appena il 20-30% del patrimonio netto contabile, quello “ufficiale” che risulta dai bilanci. Ciò significa che gli operatori ritengono che molte attività siano da svalutare o che la redditività sia destinata a peggiorare in futuro, per effetto di una grave crisi che comporterà perdite sensibili su crediti e simili (o un mix delle due cose).

Problema con il quale è stata invece costretta a fare i conti Royal Bank of Scotland in Gran Bretagna, dove i criteri contabili sono evidentemente più stringenti ed è richiesta più trasparenza che in Italia, avendo la banca con sede ad Edinburgo dichiarato una perdita di circa 28 miliardi di euro, in larga parte dovuta a svalutazioni sulla sua acquisizione di ABN Amro, avvenuta nell’Ottobre del 2007, e per perdite su crediti.

Oggi RBS annuncia una profonda ristrutturazione del gruppo che prevede l’impacchettamento delle sue attività in sofferenza congelate per i prossimi tre-cinque anni in una divisione non-core (una bad bank aziendale insomma) pari al 20% – per un valore di 270 miliardi di euro – del totale dei suoi asset.

RBS si ristrutturerà anche dimensionalmente abbandonando il 90% dei mercati asiatici e delle sue attività globali, disinvestendo il 45% di tutto il capitale impiegato, tagliando più di 3 miliardi di costi (si parla di 20.000 posti di lavoro in meno) e concentrando la sua operatività sul territorio britannico.

Ironia della sorte RBS si augura che lo Stato lasci presto il controllo della banca nel momento stesso in cui viene previsto l’incremento dell’attuale quota di maggioranza detenuta dal governo, pari al 57% del capitale, fino a circa il 70%, attraverso la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie. Con queste premesse è difficile prevedere a breve un disimpegno pubblico.

La morale della storia è nella notizia che il maggior responsabile di questo disastro, Sir Fred Goodwin, già defenestrato mesi or sono dalla guida del gruppo, dovrà rinunciare a buona parte della ricca pensione che si era fatto assegnare, circa 750 mila euro all’anno, per intervento del Cancelliere dello Scacchiere che ha giudicato disdicevole che il cinquantenne Sir Fred goda di un tale privilegio dopo aver condotto alla disfatta, per le sue manie di grandezza spacciate per scelte strategiche, un gruppo bancario che, prima dello sciagurata operazione di ABN Amro, godeva di ottima salute.

Mi chiedo: in Italia potremmo aspettarci un simile finale per un presidente o un amministratore delegato di una banca? E, nel caso, avrebbe almeno diritto ad accedere al Fondo di solidarietà oppure non sarebbe più giusto che fosse condannato a chiedere l’elemosina fuori dei cancelli della villa di Groenink sulle colline senesi?

La banda degli onesti

Nel recente vertice di Berlino tra i quattro principali paesi dell’Unione Europea, a cui hanno partecipato anche il presidente della UE, Barroso, il premier olandese, quello spagnolo e quello della Repubblica Ceca, gli hedge fund sono stati chiamati in causa tra i maggiori imputati dell’attuale disastro finanziario.

In particolare sono state proposte norme rigorose per imporre una più stringente regolamentazione, compresi una maggiore trasparenza e la sottomissione alle autorità di controllo. Di fatto questo sarà uno dei principali punti di cui verrà chiesta l’approvazione al summit del G20 di Londra in calendario il prossimo 2 aprile.

Ora ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle “regolamentate” banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n’è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Rassegna stampa

Il liberista Tremonti si accoda al liberista Greenspan, anzi rincara la dose e addirittura afferma che la nazionalizzazione delle banche americane andava fatta molto tempo prima. Comincio davvero a dubitare che la nazionalizzazione sia una buona soluzione, visto anche che il ministro dice sempre cose geniali ma non ne indovina mai una giusta.

I Giapponesi non vogliono essere da meno e il ministro delle Finanze Kaoru Yosano propone addirittura un intervento diretto del governo per comprare azioni in Borsa e tentare così di arginare la caduta delle quotazioni. Si avvererà così l’antica profezia che dopo le nazionalizzazioni tutti gli azionisti verranno spazzati via?

Bernanke invece fa l’oroscopo alla recessione e ci dice che la ripresa ci sarà nel 2010 se il pacchetto di stimolo di Obama avrà effetto. Non conosco l’ammontare dello stipendio del Presidente della Fed ma sicuramente sarà pagato profumatamente per esprimere opinioni così acute ed illuminanti.

Barack Obama invece entro il 2012 vuole dimezzare il debito pubblico. Come farà non l’ha detto ma stante che molti economisti prevedono che per uscire dalla recessione gli Stati Uniti hanno bisogno di risorse pari al doppio se non al triplo del suo debito pubblico spero non abbia in mente di abolire il dollaro e stampare una nuova moneta scambiata ad un decimo del valore dell’attuale banconota verde. I cinesi s’incazzerebbero.

Concludo questa breve rassegna stampa con Berlusconi che, come il presidente iraniano Ahmadinejad, vuole il nucleare. Avremo gli osservatori dell’Onu anche in Italia?

Stress test

Il Tesoro degli Stati Uniti inizia questa settimana gli “stress test” sulle principali banche utilizzando come indicatore di criticità il Tangible Common Equity (TCE) e non il Tier 1. Il TCE indica sostanzialmente quanto gli azionisti ordinari otterrebbero in ipotesi di scioglimento della società, ed esclude dai ratios le preferred shares e gli intangibles, come l’avviamento pagato per acquisire altre banche e i crediti d’imposta differiti.

Se il TCE dovesse essere usato come nuovo standard di valutazione della solvibilità delle banche anche in Italia, avremmo interessanti risultati, stante l’enorme incidenza di avviamenti da fusioni presenti nei bilanci dei nostri maggiori istituti di credito.

Tanto per fare un esempio, il patrimonio netto del gruppo Mps, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto). Per fortuna non siamo in America, ma che succederebbe se al G20 di Londra si decidesse di adottare, a livello mondiale, lo stress test?

Il cavaliere bianco e i banchieri di Wall Street

Sembra siano tutti d’accordo nel ritenere che ieri i timori della loro nazionalizzazione abbiano fatto precipitare i valori azionari delle banche negli Stati Uniti . Questo è probabilmente vero, ma le ragioni di tale reazione andrebbero approfondite, anche perchè l’esempio specifico potrebbe avere una valenza più generale in futuro per altri casi, anche di casa nostra.

Quella paura, credo, non è la paura ideologica che un governo comunista espropri delle società private in buona salute. Si sta discutendo di un’acquisizione temporanea da parte del governo ai prezzi di mercato dei principali gruppi finanziari – sicuramente Citigroup e Bank of America – che sono rimasti in attività e hanno mantenuto un loro valore solo perché i creditori ritengono ci sia una implicita garanzia del governo. Le maggiori banche del paese a stelle a strisce sono state già, fondamentalmente, nazionalizzate, ma facendo un grande regalo a banchieri ed azionisti, attraverso la prima trance di 350 miliardi di dollari del piano di salvataggio, già erogati dal Tesoro.

I valori di borsa toccati da queste banche non riflettono la differenza di valore tra le loro attività e la loro passività. Quelle banche sono tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall’ “effetto Geithner”, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali, un altro grazioso regalo che pioverebbe ancora una volta come una manna sugli azionisti, da parte del nuovo Segretario del Tesoro.

In altro post avevo già sottolineato che Citi e BofA avrebbero bisogno di circa 200 miliardi di dollari come primo intervento della seconda fase di salvataggio, senza risolvere comunque il problema della loro solvibilità. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è sceso a solo circa 32 miliardi. Sarebbe molto più conveniente per il sistema finanziario, per lo Stato e i contribuenti acquisire temporaneamente ai prezzi di mercato quelle banche, ripulirle degli attivi tossici, ristrutturarle e una volta risanate privatizzarle di nuovo.

Allora, non è abbastanza singolare che il mercato reagisca negativamente ad un’ipotesi di salvataggio in cambio del quale il governo chiederebbe la stessa cosa che un cavaliere bianco del settore privato avrebbe chiesto, ossia la proprietà? La paura non è dunque ideologica ma è la paura dei banchieri che temono di perdere poltrone e ricchi bonus e degli azionisti che non potrebbero continuare a lucrare sulla crisi ricevendo ancora aiuti a fondo perduto, a spese dei contribuenti.