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Mentre i governi e i mezzi d’informazione mondiali celebrano il grande accordo sul niente raggiunto in quel di Londra, arrivano i nudi e crudi dati della realtà a deprimere Wall Street.

Gli Stati Uniti continuano a perdere posti di lavoro con un inesorabile ulteriore taglio in marzo, spingendo la riduzione totale iniziata 16 mesi fa a oltre cinque milioni di unità. Nel mese di marzo i dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro, e che andranno rivisti come sempre per difetto nelle prossime settimane, parlano di altri 663 mila posti di lavoro persi, al di sopra di quanto atteso dagli analisti. Il tasso di disoccupazione sale al 8,5%, il più alto dal novembre 1983.

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Royal Bank of Scotland annuncia tagli per 2,5 miliardi di sterline nei prossimi 3 anni. Il suo presidente Philip Hampton ha affermato che senza l’acquisizione di ABN Amro la Royal Bank avrebbe potuto dichiarare un utile operativo invece di dover accusare perdite per 26 miliardi ed ha aggiunto che l’operazione con la banca olandese è stata fatta “al prezzo sbagliato, nel modo sbagliato, nel tempo sbagliato”. Com’è lontana l’Italia. In Inghilterra chi sbaglia paga (come è successo a Sir Fred Goodwin) mentre qui li eleggono banchieri dell’anno.

Premio di consolazione

Royal Bank of Scotland ha molte ragioni di doversi pentire per la sua partecipazione all’offerta da 71 miliardi di euro per lo “spezzatino” di ABN Amro nel 2007. Quell’operazione infatti ha contribuito non poco a creare il buco di 26 miliardi di euro di perdite nel 2008, il peggior risultato nella storia finanziaria della Gran Bretagna.

Oggi però può consolarsi, se vale qualcosa, con la medaglia d’argento, dietro Goldman Sachs, e il primo posto in Europa, nel Premio (vedi classifica) che ogni anno il Financial Times assegna ai broker le cui raccomandazioni “buy”, “hold” e “sell” siano risultate le più redditizie, grazie proprio, ironia della sorte, ai consigli offerti alla propria clientela dal team della divisione titoli di ABN Amro nel corso del 2008.

A ognuno il suo

Sfuggito miracolosamente alla maledizione di Groenink (la scalata ad ABN Amro, fatale per Fortis e RBS mentre Santander si è salvata per le penne rifilando per 9 miliardi di euro un asset – Banca Antonveneta, che si è svalutato in pochi mesi del 50% – al Monte Paschi Siena) il Chief Executive della Barclays, John Varley, deve ora fare comunque i salti mortali per evitare la nazionalizzazione e quindi la triste sorte capitata alle concorrenti Lloyds Bank e Royal Bank of Scotland.

Servono, secondo gli analisti del Credit Suisse, non meno di 8 miliardi di sterline per assicurare circa 80 miliardi di asset a rischio. Varley ha giurato che eviterà ad ogni costo la nazionalizzazione ma, volente o nolente, oggi deve scegliere tra due mali: vendere azioni al governo di Sua Maestà o svendere alcuni degli asset più redditizi. Per sua sfortuna e per fortuna dei contribuenti inglesi il primo ministro britannico non si chiama Gordon Bermonti.

La vendetta di Groenink

Camilla Conti e Lorenzo Di Lena hanno prodotto questo utilissimo lavoro in cui affrontano l’ipotesi di cosa succederebbe se lo stress test sulla solidità patrimoniale delle banche Usa fosse applicato anche per le big del credito italiane:

Guardando i numeri rischierebbe di trasformarsi in un crash test da cui, con l’eccezione di Ubi, il cui coefficiente patrimoniale “tangibile” si ridurrebbe comunque, la forza patrimoniale degli istituti nostrani verrebbe quasi dimezzata.

Lo abbiamo già visto nel mio post Stress Test che, ad esempio, il patrimonio netto del gruppo Monte Paschi Siena, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto), dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta. La forza patrimoniale del gruppo senese verrebbe dunque più che dimezzata.

A parziale consolazione, i due autori rilevano comunque che il Tce ratio, per quanto ridimensionato rispetto al tier1, resterebbe sopra la soglia (ritenuta) di sicurezza del 3%, sia nel caso Mps che per gli altri principali gruppi bancari italiani, se però considerassimo per buoni i loro bilanci patrimoniali, non tenendo conto delle svalutazioni intervenute negli ultimi mesi. Dunque “prognosi riservata”:

Secondo i prezzi di mercato le banche oggi valgono molto meno del valore di libro, in qual che caso appena il 20-30% del patrimonio netto contabile, quello “ufficiale” che risulta dai bilanci. Ciò significa che gli operatori ritengono che molte attività siano da svalutare o che la redditività sia destinata a peggiorare in futuro, per effetto di una grave crisi che comporterà perdite sensibili su crediti e simili (o un mix delle due cose).

Problema con il quale è stata invece costretta a fare i conti Royal Bank of Scotland in Gran Bretagna, dove i criteri contabili sono evidentemente più stringenti ed è richiesta più trasparenza che in Italia, avendo la banca con sede ad Edinburgo dichiarato una perdita di circa 28 miliardi di euro, in larga parte dovuta a svalutazioni sulla sua acquisizione di ABN Amro, avvenuta nell’Ottobre del 2007, e per perdite su crediti.

Oggi RBS annuncia una profonda ristrutturazione del gruppo che prevede l’impacchettamento delle sue attività in sofferenza congelate per i prossimi tre-cinque anni in una divisione non-core (una bad bank aziendale insomma) pari al 20% – per un valore di 270 miliardi di euro – del totale dei suoi asset.

RBS si ristrutturerà anche dimensionalmente abbandonando il 90% dei mercati asiatici e delle sue attività globali, disinvestendo il 45% di tutto il capitale impiegato, tagliando più di 3 miliardi di costi (si parla di 20.000 posti di lavoro in meno) e concentrando la sua operatività sul territorio britannico.

Ironia della sorte RBS si augura che lo Stato lasci presto il controllo della banca nel momento stesso in cui viene previsto l’incremento dell’attuale quota di maggioranza detenuta dal governo, pari al 57% del capitale, fino a circa il 70%, attraverso la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie. Con queste premesse è difficile prevedere a breve un disimpegno pubblico.

La morale della storia è nella notizia che il maggior responsabile di questo disastro, Sir Fred Goodwin, già defenestrato mesi or sono dalla guida del gruppo, dovrà rinunciare a buona parte della ricca pensione che si era fatto assegnare, circa 750 mila euro all’anno, per intervento del Cancelliere dello Scacchiere che ha giudicato disdicevole che il cinquantenne Sir Fred goda di un tale privilegio dopo aver condotto alla disfatta, per le sue manie di grandezza spacciate per scelte strategiche, un gruppo bancario che, prima dello sciagurata operazione di ABN Amro, godeva di ottima salute.

Mi chiedo: in Italia potremmo aspettarci un simile finale per un presidente o un amministratore delegato di una banca? E, nel caso, avrebbe almeno diritto ad accedere al Fondo di solidarietà oppure non sarebbe più giusto che fosse condannato a chiedere l’elemosina fuori dei cancelli della villa di Groenink sulle colline senesi?

Il senno di poi

“Guardando indietro, sarebbe stato meglio che durante il culmine del boom del mercato azionario i banchieri avessero ricevuto pingui premi per il fallimento piuttosto che per il successo delle loro scalate bancarie”, scrive il Financial Times.

Barclays, for example, must still be thanking its lucky stars for not pulling off its proposed acquisition of ABN Amro. As for Royal Bank of Scotland, its former chairman admitted this week that its successful takeover of the Dutch bank in partnership with Fortis and Santander had been a huge mistake. Fortis too has had to pay a colossal price for its ABN adventure. Only the Spanish bank ultimately managed to profit from the transaction.

Sì, Barclays ancora ringrazia la sua buona stella per l’insuccesso della sua offerta per ABN Amro, mentre l’ex chairman di Royal Bank of Scotland questa settimana ha ammesso che la sua vittoriosa scalata in partnership con Fortis e Santander alla banca olandese è stata un grande errore. Anche Fortis ha pagato un prezzo colossale per la sua avventura con ABN Amro. In definitiva solo Santander è riuscita a ricavare un profitto dall’operazione.

Ricordo sempre quando le tre banche, per giustificare la loro offerta stratosferica, parlavano di scelta “strategica”. Oggi, come ieri, c’è ancora qualcuno che parla di scelta “strategica”. A quanto pare, la Storia a volte si ripete, ma spesso sotto forma di farsa.

Premiato Consorzio & C.

ABN Amro, già acquisita da Fortis e nazionalizzata dopo il fallimento di quest’ultima, sarebbe in trattativa con Royal Bank of Scotland per ricomprarsi alcuni asset che erano passati alla banca scozzese poco più di un anno fa a seguito della scalata vincente del Consorzio formato da Santander, Fortis e appunto RBS. La banca scozzese aveva speso circa 28 miliardi di euro per l’acquisizione delle attività corporate di ABN Amro ed ora sembrerebbe costretta a svendere per pochi spiccioli alla stessa ABN Amro buona parte di quegli asset, dopo le gravi perdite dichiarate per il 2008 (guarda caso pari sempre a 28 miliardi di euro).

La nemesi di questa vicenda si sta così completando, dando ragione a quei pochi che all’epoca con lungimiranza avevano giudicato il passo fatto dal Consorzio più lungo della gamba. L’unico, per ora, ad essersi salvato, don Emilio Botin, il presidente del Santander, che però ha avuto la fortuna di incontrare dei generosi banchieri italiani che gli hanno fatto incassare con la cessione di Antonveneta il triplo del suo valore e il doppio di quanto speso. Cosicchè può permettersi oggi di chiudere il bilancio 2008 con un utile netto di 8,88 miliardi e di rafforzare i conti con 3.57miliardi di profitti straordinari, la maggior parte dei quali rivenienti dalla cessione delle attività di ABN Amro in Italia.

Mamma, li sceicchi!

Dopo le americane Citigroup – tecnicamente fallita – e Bank of America è la volta di Royal Bank of Scotland, già nazionalizzata da Gordon Brown, ad annunciare consistenti perdite nel quarto e ultimo trimestre del 2008, ben 11,8 miliardi di dollari per la precisione, aggiungendo che “permangono significative incognite” sulle proprie attività. E’ prevedibile dunque un ulteriore intervento statale mentre il pacchetto di azioni privilegiate già in mano del governo di Sua Maestà verrà trasformato in azioni ordinarie.

Non sembra passarsela molto meglio Barclays che Venerdì scorso ha perso in una sola seduta di borsa il 25% del suo valore. A questo punto c’è da tirare un sospiro di sollievo se è ancora possibile addebitare questi disastrosi sviluppi alla crisi finanziaria e non alla poco conosciuta “maledizione della BNA”, risollevando l’animo degli ormai ultimi superstiti dello scomparso istituto di via Salaria che non vogliono ancora arrendersi alla superstizione e alle fattucchiere.

Per chi non lo sapesse, mal gliene incolse a tutti coloro che abbiano avuto a che fare, a qualche titolo, con la ex Banca Nazionale dell’Agricoltura. A cominciare dal Banco di Roma, per passare a Banca Antonveneta che l’ha assorbita e poi, per interposta entità, a Fazio, Fiorani, furbetti vari del quartierino ed infine ad olandesi, belgi, spagnoli ed inglesi. A dir la verità gli spagnoli del Santander finora sembravano esserne stati solamente sfiorati, ma non è detta l’ultima parola, visto che detengono una quota del Monte Paschi Siena.

Noi però, che non siamo superstiziosi, preferiamo vedere le cause di queste ambasce nella logica dei mercati e negli errori degli strapagati banchieri. I quali, benchè di nobile lignaggio, non si vergognano ora ad elemosinare prestiti per dare respiro al proprio gruppo bancario, e se lo Sceicco va a Kakà, perchè non andare direttamente in Arabia, come ha fatto Profumo, a bussare al dorato portone di qualche Sceicco e Fondo sovrano? E verrà presto anche il giorno in cui una vedetta, scrutando verso il mare dai bastioni di Rocca Salimbeni, lancerà il fatidico allarme: «Mamma, li sceicchi!»