A volte ritorno

Alcuni di voi, sicuramente almeno due cari lettori che hanno lasciato un commento, si saranno chiesti che fine ha fatto Perestroika. Tranquilli, sono ancora vivo e vegeto e in buona salute. Né mi sono fatto intimorire dalle campagne stampa che ogni giorno un ben noto quotidiano lancia contro chi esprime liberamente il proprio pensiero e viene additato come farabutto, anti-italiano, disfattista, comunista: io non indosso neppure calzini turchesi, anche se rispetto il semaforo rosso, fumo più del giudice Mesiano e come lui spesso cammino avanti e indietro quando aspetto per un appuntamento.

Non mi sono nemmeno fatto commuovere da chi rimpiange i tempi del posto fisso e magari anche la topolino e mille lire al mese. Per dirla semplicemente, senza sproloqui sociologici, ho sotterrato l’ascia di guerra, ovvero la mia tastiera, perchè all’improvviso mi sono reso conto che, impegnandomi questo blog per ore ed ore ad approfondire, ricercare e scrivere, stavo trascurando altri aspetti, alcuni belli altri invece anche prosaici ma necessari per vivere una vita reale e non virtuale come al contrario vorrebbe il grande fratello.

Abbiate quindi pazienza e comprensione se qualcosa, anzi molto, cambierà in questo blog e non preoccupatevi se il mio silenzio durerà giorni e partorirà solamente qualche mia breve elucubrazione o addirittura niente. Non è la fine del mondo: gli ottimisti di professione continueranno a cercare di ingannarvi ma ci sarà sempre qualcuno, più bravo di me, pronto a sputtanarli. Come dice il sottotitolo di questo blog, «tutto ha una morale, se solo riesci a trovarla».

Perestroika intervista Perestroika

Scusi l’impertinenza, ma chi si nasconde dietro questo pseudonimo?

Nessuno. Perestroika non è lo pseudonimo di nessuno. Perestroika è Perestroika. La voce, troppo spesso zittita o inascoltata del bancario che ne ha viste di tutti i colori ed ha accumulato quel po’ di esperienza sufficiente per vedere in trasparenza attraverso i veli e le cortine con cui il potere cerca sempre di celare i suoi oscuri disegni, che poi non sono mai così tanto oscuri. E credo che nel nostro settore ci sia tanto bisogno di chiarezza, trasparenza, e democrazia per abbattere i santuari del potere che generano continuamente mostri. Perestroika, in una parola. 

Va bene, prendo atto che non mi vuole dare le sue generalità, ma nella sua dichiarazione scorgo un bel po’ di megalomania.

Per carità, io cerco di mettere alla berlina il potere con un pizzico di ironia, dicendo delle cose, piccole cose, che altrimenti non potremmo mai dire. Purtroppo di fronte ad un mare di ipocrisia l’unico salvagente è un po’ di ironia, per sorridere ma anche per riflettere e non accettare sempre quello che ci viene propinato. Le rivoluzioni le lascio agli uomini di potere. L’unica vera rivoluzione oggi sarebbe quella di fermarci un attimo e renderci conto verso quale baratro stiamo precipitando.

Parla del settore creditizio o di qualcos’altro?

Parlo della nostra civiltà, della nostra avidità, della violenza, della sopraffazione che c’è nel mondo. E anche nelle nostre banche.

Scusi se rimango sul tema “banche” e restringo i suoi orizzonti. La stampa oggi si esercita a disegnare gli scenari più impensati di un risiko bancario in cui le fantasie dei giornalisti non hanno limiti. E Antonveneta è al centro di ogni futuro scenario. Lei cosa ne pensa?

Sorvoliamo sul fatto che la cura sta uccidendo il paziente. Per i santuari del potere questo è secondario. Quello che è primario è abbattere la febbre (risanare i conti) in maniera che sul mercato l’Azienda produca un adeguato profitto per gli azionisti. Poi, con gli assetti di potere che abbiamo oggi in Italia e l’inefficienza che contraddistingue i soggetti sulla scena, qualsiasi soluzione è destinata a riprodurre su scala maggiore tutta l’inefficienza e la disorganizzazione che ben conosciamo. Credo che i lavoratori di Antonveneta oggi stiano imparando sempre meglio, purtroppo, cosa voglia dire “costruire un aereo in volo”. E tutto questo solo per perpetuare il dominio di quella che una volta veniva definita “la razza padrona” ed è passata indenne per le prime repubbliche, mani pulite, cirio, parmalat e bond argentini. Purtroppo questa è la classe dirigente che ci ritroviamo e non ne vedo una alternativa all’orizzonte. Il resto sono tutte chiacchiere ed esercizi di fantafinanza ai quali siamo relativamente interessati, come il gossip su principesse e regine. Alla fine a rimetterci sono sempre i lavoratori.

Ultimamente si è accanito sui vertici della Banca, rei di rimanere incollati alle loro poltrone, nonostante i raggiunti limiti di età. Ma lei pensa davvero che questi giovani rampanti che dovrebbero sostituirli siano meglio di loro?

Ma lo sa’ che mi ha proprio stufato? La sua intervista è veramente noiosa. Scommetto che qualsiasi lettore di Perestroika dopo aver abbondantemente sbuffato non sia neanche arrivato a metà intervista e sia passato ad un’altra pagina. E poi, scusi, ma lei fa le domande dandosi anche le risposte. Mi faccia una domanda da Perestroika, per cortesia.

Va bene, le faccio una domanda personale, alla quale mi aspetto una risposta “alla Perestroika”: qual’è il più grande rammarico della sua vita?

Che so. Magari non aver sposato la figlia di Enrico Cuccia. Bellissima donna.