Pirati di Wall Street (2)

Dedico una seconda puntata di aggiornamento allo scandalo scoppiato ieri a proposito delle pesanti pressioni del Presidente della Fed, Ben Bernanke, e dell’ex Segretario del Tesoro, Henry Paulson, sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse la reale situazione di Merrill Lynch agli azionisti e quindi perchè andasse avanti comunque nell’operazione di acquisizione della stessa. Questo non prima di essermi scusato per aver linkato nel post di ieri ad un articolo successivo del WSJ e non a quello cui facevo riferimento. Ora ho cambiato il link, rimettendo le cose a posto.

E sembra aver rimesso le cose a posto anche il WSJ che, dopo una prima lettura giustificazionista, con il succedersi delle notizie e dei dettagli sulla sporca faccenda, è stato costretto a cambiare il tiro prendendo atto della gravità dello scandalo che tocca uno dei principi sacri su cui si basa la religione economica americana e di cui il quotidiano, la Bibbia di Wall Street, si picca di essere vestale e fedelissimo custode: la separazione fra settore pubblico e privato.

Ieri dunque il WSJ aveva diffuso in anteprima alcuni stralci dell’interrogatorio di Ken Lewis davanti alla Procura Generale dello Stato di New York, scrivendo che in circostanze normali le banche dovrebbero avvertire i propri azionisti di ogni aspetto finanziariamente rilevante. Ma questi non sono tempi normali, chiosava l’autorevole quotidiano. La fuga di notizie diventava a questo punto una valanga, alimentata dallo stesso Procuratore Generale, Andrew Cuomo.

Cuomo infatti non restava con le mani in mano e rendeva pubblica una serie di documenti, compresa la testimonianza dello stesso Lewis sui bonus ai dirigenti di Merrill Lynch, e i verbali dell’incontro straordinario del cda di Bank of America in cui venne approvato l’acquisto della stessa Merrill. La vera bomba però arriva più tardi, quando Cuomo rendeva nota la lettera, spedita sempre ieri ad alcuni leader del Congresso e alla presidente della commissione di controllo sul fondo Tarp, sul ruolo di Paulson nella vicenda, e sulle minacce nei confronti di Lewis. Nella lettera Cuomo riferisce di aver scoperto che lo scorso 21 dicembre Paulson disse a Lewis che il governo «avrebbe o avrebbe potuto» rimpiazzare i vertici della banca in caso di annullamento dell’operazione. Questo il contenuto del documento riportato da Milano Finanza:

Nella ricostruzione del procuratore, Lewis e Paulson discussero della possibilità che il Tesoro fornisse ulteriori aiuti a Bank of America. Il 22 dicembre Lewis comunicò al cda la decisione di non cercare l’annullamento dell’accordo con Merrill, ma anzi di raccomandare al cda stesso di dare il via libera all’acquisizione. Addirittura nei verbali del cda della banca si legge che il consiglio stesso «non fu influenzato dalle dichiarazioni del governo che il cda e il management sarebbero stati rimossi dall’incarico se la banca avesse mancato di completare l’acquisizione di Merrill». In un verbale della settimana successiva, secondo la ricostruzione di Cuomo, il cda di Bank of America sostenne che avrebbe chiesto di rinegoziare l’accordo con Merrill «se non fosse stato per i seri timori sullo stato di salute del sistema finanziario americano, e delle conseguenze negative che una simile situazione avrebbe avuto sull’azienda stessa come fatto presente dal segretario al Tesoro». E la Sec, rivela Cuomo, venne tenuta all’oscuro di tutta la vicenda.

Che la Sec sia tenuta all’oscuro o chiuda gli occhi non è poi più una così grande novità, Madoff insegna, ma il conflitto d’interessi, quando controllato e controllore si confondono e confondono i ruoli, non è una prerogativa solo italiana. Niente di nuovo sotto il sole dunque.

Nè mi sorprenderebbe che negli sviluppi della storia Paulson possa fare una chiamata a correo nei confronti di Geithner che partecipò con tutti gli oneri e gli onori alla gestione di questa crisi sin dai suoi inizi. Siamo alla resa dei conti finale e questa vicenda si intreccia con quella delle torture a Guantanamo nella ricerca dei responsabili ai più alti livelli. Una resa dei conti senza esclusione di colpi.

Si è ormai messo in moto un meccanismo inarrestabile, nemmeno Obama potrebbe fermarlo, nonostante il suo pendolare tra moralizzazione e copertura dei responsabili di simili nefandezze e benchè sia ormai chiaramente ostaggio dei banchieri di Wall Street. Il Watergate, in confronto, sembrerà una favoletta per bambini.

Pirati di Wall Street

Un’altra follia di questi giorni, che d’ora in poi chiameremo normalità, è quella che ci racconta oggi, quasi giustificandola, il Wall Street Journal: il famigerato duo Bernanke-Paulson fece pressione sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse le crescenti perdite riscontrate nel corso dell’operazione di acquisizione della Merrill Lynch.

In circostanze normali le banche dovrebbero avvertire i propri azionisti di ogni aspetto finanziariamente rilevante. Ma questi non sono tempi normali, chiosa la Bibbia di Wall Street. Infatti, come vediamo ogni giorno che Dio ci manda, tutto è permesso a questa specie di Spectra internazionale, tant’è che i banchieri gangster, il loro ministro ombra Geithner, la Fed e tutto il loro esercito di funzionari, biografi e opinionisti più o meno embedded hanno trasformato Wall Street nell’isola della Tortuga e il mercato finanziario nel dominio incontrastato dei Fratelli della Costa.

Lascio a voi assegnare le parti del simpatico Jack Sparrow, del cattivissimo Capitan Barbossa e dell’orribile Kraken. C’è l’imbarazzo della scelta, ma non per chi interpreta il ruolo di giustiziere implacabile: il procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, il quale ha avuto il coraggio di affrontare questa feccia, continuando a disegnare imperterrito un quadro sempre più dettagliato e sorprendente delle vicende finanziarie di questi ultimi mesi.

Rendere note le perdite di Merril Lynch, che nel quarto trimestre ne totalizzò 15,84 miliardi, avrebbe potuto dare agli azionisti di BofA l’opportunità di bloccare l’operazione e provocare il fallimento di Merrill.

“Non è qualcosa che ogni azionista avrebbe voluto sapere?” è stato chiesto a Lewis da un funzionario della Procura. “Non potei” ha risposto il banchiere, affermando che furono Bernanke e Paulson a dirgli che non dovevano esserci fughe di notizie e che l’operazione doveva essere conclusa ad ogni costo, altrimenti ci sarebbe stato “un grande rischio per il sistema finanziario”.

L’investigatore lo incalza: “Non fu Paulson, con precise istruzioni, a volere in realtà che gli azionisti di BofA si facessero carico di buona parte delle perdite accumulate da Merrill?” La risposta di Lewis è un capolavoro: “Nel breve termine sì” ma aggiunge di ritenere che l’idea di Paulson fosse quella di prevenire un disastro nel sistema finanziario americano.

Sempre pronti a scomodare patria e bandiera, questi banchieri, quando si tratta di salvare il loro putrefatto sistema di potere, ovviamente a spese dei cittadini, siano essi risparmiatori, azionisti o semplici contribuenti. O furbetti del quartierino o pirati di Wall Street ad ogni latitudine parlano sempre la stessa lingua e battono sempre la stessa bandiera.

L’illusione è l’ultima a morire

Non è la prima volta che Tim Geithner, così come fece per mesi il suo predecessore al Tesoro americano, Hank Paulson, annuncia il nuovo, ennesimo, ultimo e definitivo piano salva-banche destinato poi a finire nel dimenticatoio. Più tardi ne conosceremo meglio i dettagli ma sin d’ora possiamo dire che purtroppo è l’edizione riveduta e corretta di uno dei primi piani Paulson andati “dispersi”:

il piano da un trilione di dollari che Geithner dovrebbe presentare nei dettagli domani rischia di essere una riproposizione vitaminizzata del famoso Master Liquidity Enhance Conduit che l’ex (?) investment banker Hank Paulson propose tra squilli di trombe e suon di fanfare nel lontano settembre del 2007, un piano da cento miliardi che almeno aveva il merito di essere basato sullo sforzo congiunto di Citigroup, Bank of America e J.P. Morgan-Chase, le tre entità creditizie private che si guadagnarono così sul campo l’eterna riconoscenza delle terrorizzate autorità monetarie statunitensi, ma che, dopo avere occupato per settimane le prime pagine dei quotidiani finanziari e non, naufragò miserevolmente tre mesi dopo, notizia molto inquietante che la stampa più o meno embedded relegò in microscopici trafiletti.

Marco Sarli, l’autore del brano, ci dà conto anche di un’intervista di Obama nella quale il Presidente avrebbe detto a proposito delle virulente polemiche che hanno per oggetto Geithner che “Se presentasse le dimissioni, gli direi che mi dispiace, ma deve ancora completare il suo lavoro!”, che più che una difesa sembra un licenziamento a certo tempo data confermando così la voce delle scommesse che si farebbero negli ambienti politici e finanziari americani sul benservito al Segretario del Tesoro entro giugno.

Ma torniamo al piano Geitner per dire che è molto più complesso di quello che prevedeva Paulson un anno fa ma ne ricalca la filosofia, che è quella secondo la quale se il governo si impegna a trattenere gli asset tossici fino alla scadenza e quindi ne garantisce il loro rimborso ne rende appetibile il loro acquisto da parte dei privati attraverso finanziamenti e prestiti statali concessi a vario titolo fino all’85% del valore dell’investimento. Si tratta della più gigantesca operazione di socializzazione delle perdite di tutti i tempi che regalerà migliaia di miliardi dei contribuenti americani a hedge fund, private equity e istituzioni finanziarie a vario titolo.

Per la verità, stando a due articoli comparsi sul New York Times e sul Wall Street Journal, il piano, come tutti i giochi delle tre carte che si rispettino, prevede appunto tre forme di intervento per disinnescare la bomba degli asset tossici. Il meccanismo di tutti e tre i tipi di intervento è sempre lo stesso, quello cioè già detto che consiste nella possibilità per i privati di acquistare assets illiquidi con denaro che verrà messo a disposizione del governo americano attraverso prestiti o investimenti diretti con il denaro del contribuente americano, ma, a seconda dello strumento e del soggetto erogatore saranno utilizzate tre carte:

  1. La FDIC, creando una nuova entità che comprerà i mutui tossici con il contributo del governo fino all’80% del capitale e il resto proveniente dal settore privato e che provvederà fino all’85% del valore dell’investimento con prestiti “no-recourse” – che significa che il creditore (il Tesoro) non potrà rivalersi sul debitore insolvente aggredendone l’universalità dei beni, ma potrà solo recuperare il credito vendendo il titolo acquistato tramite il finanziamento – o con garanzie contro la perdita di valore degli asset, il che, più o meno, è la stessa cosa.
  2. Il Tesoro, creando più fondi d’investimento per comprare obbligazioni tossiche con il contributo del governo fino al 50% del loro valore e il resto sempre con interventi privati. Anche qui dovrebbero essere previsti prestiti no-recourse e garanzie come nel caso precedente.
  3. Il TALF, il Term Asset Backed Securities Loan Facility, già lanciato all’inizio di Marzo dal Tesoro per erogare fino a 1000 miliardi di prestiti agevolati agli investitori che avessero acquistato cartolarizzazioni con rating AAA- e riferibili a prestiti per l’acquisto di auto, di carte di credito, a prestiti studenteschi e a finanziamenti alle piccole imprese e che ora verrà ampliato in modo da permettere alla Fed di acquisire altri tipi di asset tossici. Anche per questo fondo erano previsti prestiti no-recourse.

Siamo alle solite: quale sarà il “prezzo giusto” da pagare per i titoli tossici? E, come si vede, niente di nuovo sotto il sole. Un revival rivitaminizzato del piano Paulson ai tempi di Bush stroncato impietosamente da molti economisti tra cui Paul Krugman:

If you think it’s just a panic, then the government can pull a magic trick: by stepping in to buy the assets banks are selling, it can make banks look solvent again, and end the run. Yippee! And sometimes that really does work.

But if you think that the banks really, really have made lousy investments, this won’t work at all; it will simply be a waste of taxpayer money. To keep the banks operating, you need to provide a real backstop — you need to guarantee their debts, and seize ownership of those banks that don’t have enough assets to cover their debts; that’s the Swedish solution.

C’è qualcuno che pensi che siamo di fronte a una crisi dovuta solo al panico oppure non è vero che essa affonda le radici in una crisi reale e che le banche non hanno un attivo sufficiente a coprire i loro debiti? Se è vero il primo caso allora facciamo finta che non sia successo niente e riportiamo indietro le lancette dell’orologio al 2006 come stanno facendo Geithner e Bernanke. Ma se più realisticamente siamo di fronte alla seconda ipotesi allora nel giro di qualche settimana o di pochi mesi assisteremo ad un nuovo tonfo dal quale sarà ancor più difficile rialzarsi.

Ci ricorda Andrea Mazzalai in questo articolo che invito a leggere integralmente:

Per tutti coloro che sono affascinati dai lampi che provengono dal fondo del tunnel, lampi rigorosamente ” quantitative easing ” ovvero tutti gli interventi messi in atto dalla Federal Reserve innondando di nuova moneta il mercato, suggerisco vivamente di andare a dare un’occhiata alla storia facendo quattro passi nel …..”ventennio perduto”.

Il Nikkei non appena la Boj diede il via al ” quantitative easing ” volò per circa cinque/sei settimane per oltre il 20 % prima di ricadere al suolo quattro mesi più tardi stabilendo nuovi minimi. Ma ovviamente oggi è tutto diverso……noi quello che è successo in Giappone non lo vivremo mai, vero?

L’arcobaleno sta tramontando dietro la riva del fiume…….più che navigo nella storia, più la sensazione è che dalla Storia non impareremo mai!

Aggiornamento. Secondo Paul Krugman il piano di rilancio dell’economia americana messo a punto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dal segretario al Tesoro Timothy Geithner sarà un fiasco, perché non prevede il controllo pubblico delle banche più esposte. “Obama si sta giocando la propria credibilità e se questo piano fallirà – come senza dubbi succederà – (il presidente) non sarà verosimilmente in grado di convincere il Congresso a finanziare le azioni che avremmo dovuto decidere all’inizio”, scrive Krugman nel suo editoriale sul New York Times, insistendo che occorre fare molto in fretta perchè ogni mese che passa sono 600mila disoccupati in più.

La soluzione proposta dal Nobel dell’economia è la seguente: salvare le banche con una soluzione alla svedese degli anni novanta: “il governo ristabilisce la fiducia nel sistema garantendo numerosi (ma non necessariamente tutti) debiti delle banche. Nel contempo acquisisce il controllo delle banche realmente insolventi, per ripulirne i conti”.

Krugman non esclude che gli asset tossici valgano più di quanto si pensi adesso, ma giudica il piano Geithner confuso, macchinoso, probabilmente inutile e non legato al mercato. “Se il valore degli asset sale – scrive l’economista – gli investitori ne approfittano; ma se cala possono lasciar perdere. Ciò non significa far lavorare i mercati, ma è soltanto un modo indiretto e mascherato di sovvenzionare l’acquisto di asset tossici”.

Il cavaliere bianco e i banchieri di Wall Street

Sembra siano tutti d’accordo nel ritenere che ieri i timori della loro nazionalizzazione abbiano fatto precipitare i valori azionari delle banche negli Stati Uniti . Questo è probabilmente vero, ma le ragioni di tale reazione andrebbero approfondite, anche perchè l’esempio specifico potrebbe avere una valenza più generale in futuro per altri casi, anche di casa nostra.

Quella paura, credo, non è la paura ideologica che un governo comunista espropri delle società private in buona salute. Si sta discutendo di un’acquisizione temporanea da parte del governo ai prezzi di mercato dei principali gruppi finanziari – sicuramente Citigroup e Bank of America – che sono rimasti in attività e hanno mantenuto un loro valore solo perché i creditori ritengono ci sia una implicita garanzia del governo. Le maggiori banche del paese a stelle a strisce sono state già, fondamentalmente, nazionalizzate, ma facendo un grande regalo a banchieri ed azionisti, attraverso la prima trance di 350 miliardi di dollari del piano di salvataggio, già erogati dal Tesoro.

I valori di borsa toccati da queste banche non riflettono la differenza di valore tra le loro attività e la loro passività. Quelle banche sono tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall’ “effetto Geithner”, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali, un altro grazioso regalo che pioverebbe ancora una volta come una manna sugli azionisti, da parte del nuovo Segretario del Tesoro.

In altro post avevo già sottolineato che Citi e BofA avrebbero bisogno di circa 200 miliardi di dollari come primo intervento della seconda fase di salvataggio, senza risolvere comunque il problema della loro solvibilità. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è sceso a solo circa 32 miliardi. Sarebbe molto più conveniente per il sistema finanziario, per lo Stato e i contribuenti acquisire temporaneamente ai prezzi di mercato quelle banche, ripulirle degli attivi tossici, ristrutturarle e una volta risanate privatizzarle di nuovo.

Allora, non è abbastanza singolare che il mercato reagisca negativamente ad un’ipotesi di salvataggio in cambio del quale il governo chiederebbe la stessa cosa che un cavaliere bianco del settore privato avrebbe chiesto, ossia la proprietà? La paura non è dunque ideologica ma è la paura dei banchieri che temono di perdere poltrone e ricchi bonus e degli azionisti che non potrebbero continuare a lucrare sulla crisi ricevendo ancora aiuti a fondo perduto, a spese dei contribuenti.