Personaggio dell’Anno?

La rivista Time ha nominato Ben Bernanke “Personaggio dell’Anno”. Forse anche questo è un premio dato, come certi Nobel, alla speranza, la speranza che il presidente della Fed mantenga i tassi vicini allo zero il più a lungo possibile anche nel 2010?

Ma bando alle battute….il commento più “serio” e convincente l’ha dato forse Paul Krugman, il quale avverte di fare molta attenzione perchè la storia ci insegna che è bene andare “short” con le azioni di una società il cui CEO compare sulla copertina patinata di un grande magazine.

In più c’è lo specifico effetto Time. E ricorda i precedenti, come quando nel 1985, dovendo scegliere tra Madonna e Cyndi Lauper, la rivista americana concluse che Cyndi Lauper sarebbe stata quella destinata a rimanere una star.

Ma soprattutto, non bisogna dimenticare questo:


Krugman dice si tratti di un ben noto fenomeno ma senza dargli un nome. Che intenda abbia qualcosa a che fare con la iella?

Revisioni

Nel giorno in cui il BLS riporta una diminuzione dello 0.2% del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, il governo federale dichiara anche che in Settembre ed Ottobre si sono persi 159.000 posti in meno di quanto riportato in precedenza.

Il dato la dice lunga sull’attendibilità dei metodi di rilevazione usati ma soprattutto non è una notizia che dovrebbe rallegrare così esageratamente. Che l’emorragia di posti di lavoro rallenti è positivo ma, come dice Krugman, all’attuale trend la disoccupazione sarà ancora sopra al 7% alla fine del 2012 e questo, per dirla sempre con le sue parole, “è una tragedia, presentata con una bizzarra soddisfazione”.

Orizzonti di recessione

Come sottolinea Paul Krugman sembrano crescere le probabilità di cadere in una nuova recessione. L’ipotesi di trovarci di fronte a una “double dip recession” o ad una recessione a forma di W non va per la maggiore ma è quella che da tempo tutti i segnali, che mi sforzo di evidenziare un giorno sì e l’altro pure, ci dicono si stia minacciosamente profilando all’orizzonte.

Nonostante borse e mercati continuino ad alimentarsi di speranze e della liquidità immessa a fiumi nel cuore della crisi, ci sono molte ragioni che dovrebbero far riflettere sulla possibilità di una ricaduta. In primo luogo buona parte della crescita che abbiamo visto realizzarsi in questi mesi è dovuta ai programmi di stimolo messi in campo dai governi.

Nel motore del mercato senza la cui ripartenza non c’è speranza di ripresa per il resto del mondo industrializzato, quello degli Stati Uniti, lo stimolo ha già prodotto il suo massimo impatto sulla crescita del Prodotto Interno Lordo e raggiungerà l’apice dei suoi effetti sul livello del Pil a metà del prossimo anno e quindi comincerà ad affievolirsi, ci avverte Krugman.

In secondo luogo, la crescita della produzione manifatturiera è dovuta per larga parte, come ho sottolineato tante volte, alla ricostituzione delle scorte di magazzino e anche questo fattore è destinato a svanire nei prossimi trimestri. Due articoli pubblicati ieri sul Wall Street Journal descrivono bene questi segnali messaggeri di una nuova recessione.

Nel primo, intitolato Si profilano tagli occupazionali allo svanire dello stimolo, si parla delle società costruttrici di grandi vie di comunicazione che, dopo aver completato la maggior parte dei piccoli progetti finanziati dal pacchetto di stimoli economici messo in campo dal governo, stanno cominciando a veder fermarsi le proprie attività, un minaccioso presagio per il debole quadro occupazionale della nazione.

Highway-construction companies around the country, having completed the mostly small projects paid for by the federal economic-stimulus package, are starting to see their business run aground, an ominous sign for the nation’s weak employment picture.

Nello stesso tempo sempre ieri l’Institute for Supply Management (ISM) ha dichiarato che l’indice dell’attività manifatturiera è sceso rispetto al precedente mese di ottobre, passando a novembre da 55.7 a 53.6, sebbene pur sempre al di sopra dei 50 punti che indicano espansione, ma suggerendo che la crescita della produzione sta già rallentando.

Anche Paul Krugman si direbbe più ottimista rispetto a questi segnali preoccupanti se ci fosse qualche indicazione di una sia pur tenue ripresa della domanda privata, dei consumi, degli investimenti produttivi, di qualunque cosa. Ma non c’è nulla che vada in questa direzione. Solo le borse sembrano impermeabili ai venti di tempesta. Ma si sà che proprio nell’occhio del ciclone regna la calma più perfetta.

Update: Thanks to EconomPic

Virtus in medium est?

Tra chi teorizza più stimoli e quindi più spesa pubblica (come Paul Krugman) per non cadere in una ripresa senza occupazione (anticamera di una nuova e più profonda recessione) e chi terrorizza la gente con l’incubo del deficit pubblico e dell’inflazione e afferma la necessità da subito di una “exit strategy”, si colloca l’economista ed editorialista del Financial Times, Martin Wolf.

Il primo prende lo spunto dai verbali del board dei governatori della Federal Reserve in cui viene prevista una discesa della disoccupazione molto lenta — ancora sopra il 9% alla fine del 2010, sopra l’ 8% alla fine del 2011, intorno al 7% alla fine del 2012. L’inflazione nel frattempo viene prevista considerevolmente sotto il target della Fed, cioè sotto il 2%. Secondo Krugman quindi tra tre anni a partire da ora noi saremo ancora nella trappola della liquidità, con nessuna ragione per alzare i tassi sopra lo zero e la necessità di continuare una politica di quantitative easing e di espansione fiscale.

Martin Wolf non nasconde che un debito fuori controllo rappresenti un grave problema e che occorrerà fare qualcosa. Nondimeno ridurre nettamente i deficit adesso sarebbe sbagliato. È estremamente probabile infatti che farlo possa voler dire respingere le economie nella recessione, come accadde in Giappone negli anni 90. Cosa occorre fare allora? Continua a leggerlo qui.

Contrordine compagni (di merende)

Come c’era da aspettarsi, il dato della crescita nel terzo trimestre negli Stati Uniti è stato rivisto al ribasso, e non di poco. Alla fine di ottobre il Bureau of Economic Analysis (BEA), aveva dato il Pil americano in crescita del 3,5%, ma oggi ci fanno sapere che avevano scherzato: la crescita è del 2,8%. Magra consolazione, gli economisti avevano previsto un 2,7%, così, tanto per poter dire che la revisione è al di sopra delle attese.

Quali le cause della prevedibile defaillance? Un più ampio deficit commerciale e una più bassa spesa dei consumatori rispetto a quanto precedentemente previsto. Ormai l’argomento è trito e ritrito ed io non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto scritto qui e soprattutto qui: quale ripresa se aumentano i disoccupati, diminuiscono i consumi e la crescita si basa in massima parte sugli stimoli del governo?

Quando venne fuori il precedente dato del 3,5%, accolto dall’entusiasmo scomposto degli inguaribili ottimisti, Paul Krugman ammonì che anche se la crescita fosse continuata a quel tasso non avremmo visto niente di simile alla piena occupazione se non alla fine del secondo mandato di Sarah Palin…. Con i nuovi numeri, dice oggi Krugman, la data alla quale potremo vedere il ritorno della piena occupazione è… mai.

Intanto Wall Street piange lacrime di coccodrillo, ma vedrete che domani, digerito l’amaro boccone, riprenderà a correre come se niente fosse. Tanto ci sarà sempre qualche dato al di sopra delle attese da propagandare per continuare a gonfiare la bolla.

Italia, esempio per gli Stati Uniti!

E’ da un po’ di tempo che sul blog di Paul Krugman compaiono dei post nei quali l’economista cerca di porre un freno all’isteria dilagante sul debito pubblico. In uno degli ultimi aveva anche pubblicato il grafico qui sotto, nel quale metteva a confronto il rapporto tra il debito netto e il Pil (GDP) di Belgio, Italia, Giappone e ovviamente Stati Uniti.


Krugman ci ritorna sopra perchè molti lettori gli chiedono per quale motivo mette a confronto con gli Stati Uniti paesi che si trovano nei guai, ma questa volta esagera. Questo è il punto, dice, e aggiunge: “il Belgio è politicamente debole a causa della divisione linguistica; l’Italia è politicamente debole perchè è l’Italia. Se questi paesi fanno crescere i debiti oltre il 100 per cento del Pil senza essere massacrati dai ‘bond vigilantes’, vuol dire che anche noi possiamo”.

Già pronto il prossimo spot del governo italiano con Krugman come testimonial: in marcia verso un futuro radioso grazie al debito. What else?

More stimulus

“C’è una tendenza a trattare le preoccupazioni per una double dip recession come stravaganti, come qualcosa di cui solo i pazzi, come coloro che predissero la crisi attuale, si preoccupano. Ma ci sono delle ragioni vere di preoccupazione. Una è che il sostegno dello stimolo fiscale inizierà a svanire in un paio di trimestri. Un’altra è che la maggior parte della spinta che stiamo ricevendo oggi è legata alla ricostituzione delle scorte. E questa è una cosa che avviene una sola volta”. A pensarla così è Paul Krugman, anche se per la verità una folta schiera di economisti non allineati condivide le sue preoccupazioni.

Krugman mette in correlazione nel grafico sotto l’attuale Pil americano dal momento in cui è iniziata la recessione con l’ipotetico Pil che gli Stati Uniti avrebbero avuto se l’economia avesse continuato a crescere con lo stesso trend del periodo 1999-2007.


Dunque, osserva l’economista, siamo circa l’8 per cento sotto a dove dovremmo essere, che tradotto in produzione persa fa oltre un trilione di dollari per anno (come pure una disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il Pil sta crescendo, finchè non avremo una crescita sufficiente a chiudere questo gap. Dato che non ci sono dati macroeconomici che suggeriscono sia in corso una chiusura del gap, questa è una tragedia che continua. E questo nel presupposto di non avere una ricaduta nella recessione, conosciuta anche come double-dip recession.

Le conclusioni di Krugman forse non saranno condivise dagli economisti che non vedono di buon occhio la scuola Keynesiana, ma, dal suo punto di vista, sono ovvie: abbiamo bisogno di più stimolo. Sì, dice Krugman, questo accrescerebbe il debito federale, ma non ne vale la pena per cercare di ridurre un gap produttivo che sta distruggendo il nostro potenziale ad un tasso pari a più di un trilione di dollari all’anno?

La zona grigia

Paul Krugman via The Economic Populist:

“Noi abbiamo un problema di terminologia in quanto di solito parliamo o di economia in recessione o in ripresa. Ovvero siamo all’inferno o in paradiso. Il guaio è che in questo momento siamo in purgatorio. Oggi siamo in una situazione in cui quasi sicuramente il PIL sta crescendo; quasi sicuramente la commissione che decide il ciclo economico (Krugman si riferisce alla NBER. N.d.R.) alla fine dichiarerà che la recessione è finita questa estate. Ma quasi sicuramente noi stiamo anche perdendo ancora posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione continuerà a crescere. Per questo siamo nell’infame stato del “jobless recovery” (ripresa che non produce un aumento dell’occupazione. N.d.R.).”

E dal suo blog, The Conscience of a Liberal:

Non credo che quello attraverso cui stiamo passando siano delle buone notizie, ma il PIL sta quasi sicuramente crescendo, perciò la recessione, così come convenzionalmente considerata, è finita. Ma l’attuale situazione non è affatto migliore – anzi è davvero peggiore – di quanto pensassi quando sostenevo che il piano economico di Obama fosse inadeguato. L’economia non sta recuperando nell’area più cruciale, la creazione di posti di lavoro, e lo stimolo non sarà sufficiente a restituirci la prosperità.

Eurorimbalzo, esultanza prematura

Questo grafico, via Paul Krugman, dovrebbe far tornare con i piedi per terra tutti quelli che in questi giorni hanno esultato e suonato le trombe perchè il Pil di Francia e Germania è tornato leggermente a salire.


Qui sono comparati i Pil di Stati Uniti e Germania (GDP sta per Gross Domestic Produict – Prodotto interno lordo, per l’appunto) fatti pari a 100 nel secondo trimestre del 2008.

Certo, nota Krugman, la Germania cresce nel secondo trimestre del 2009 ma questo dopo aver sofferto un calo molto più forte che gli Stati Uniti, nonostante la Germania non abbia avuto una bolla immobiliare.

Non saltate dunque subito alla conclusione che la Germania ha risposto bene alla crisi.