Banche zombie

A sorpresa, ma non tanto, Citigroup viene eliminata dal Dow Jones insieme alla General Motors. Se per GM la fuoruscita per bancarotta è automatica, come da regolamento del listino che comprende le prime 30 società quotate a Wall Street, per Citigroup la spiegazione è più paludata:

Citigroup is being removed as “the bank is in the midst of a substantial restructuring which will see the government with a large and ongoing stake,” said Dow Jones Editor in Chief Robert Thomson. “We genuinely hope that once the bank has refashioned itself that we will again be able to consider it for inclusion. Citigroup is a renowned institution, not only in this country, but around the world.”

Già, Citi è nel bel mezzo di un riassetto che vedrà una larga e crescente partecipazione del governo e a completamento del quale il governo stesso avrà in mano più di un terzo del gruppo. Ironia della sorte Citi viene sostituita dalla stessa compagnia di assicurazioni, la Travelers’, che proprio sette anni fa era stata messa fuori dal Dow Jones per fare posto a Citi.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio o faceva finta di non capirlo, Citi era già fallita e nazionalizzata da tempo. Stessa sorte è già toccata alle altre big del credito e alla AIG, ma non ditelo al mercato.

Bank of America, prove tecniche di nazionalizzazione

Continua la fuga di notizie pilotata sugli stress test, così tanto per vedere l’effetto che fa lo spauracchio della nazionalizzazione delle maggiori banche americane. Dopo Citi e Fargo è la volta di BofA, ma questa volta, secondo il Wall Street Journal, la cifra è da far tremare i polsi al già traballante Ken Lewis. Non sono 10 o 20 ma ben 35 i miliardi di dollari che dovrebbe raccogliere il gigante americano per mettersi al riparo il prossimo anno da un ipotetico, quanto più che probabile, scenario economico e finanziario avverso.

BofA ha già ricevuto 45 miliardi di dollari di aiuti dal governo americano attraverso il TARP, il piano di salvataggio predisposto da Paulson e Bush, con l’attenta supervisione di quello che di lì a poco sarebbe stato nominato Segretario del Tesoro della nuova amministrazione Obama, Timothy Geithner. Parte di quei soldi sono serviti anche a comprare Merrill Lynch, acquisizione che oggi è nel mirino del Procuratore Generale di New York, Andrew Cuomo, (vedi le due puntate che ho dedicato ai “Pirati di Wall Street“) e che ha fatto perdere la poltrona di presidente, pur conservando quella di amministratore delegato, con relativo stipendio, al sempre più contestato Ken.

Oggi il WSJ fa notare che i capitali che servirebbero a BofA per mettersi in regola eccederebbero quelli che la banca potrebbe raccogliere vendendo degli asset o altre azioni al pubblico. La conseguenza è che la banca non potrebbe avere altra scelta che convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. Questo porterebbe il capitale del gruppo al livello stabilito dalle autorità ma farebbe anche del governo il primo azionista di maggioranza di Bank of America. Il destino di BofA sembra ormai segnato, così come quello delle sue altre sette o otto sorelle, con Citi e Fargo in prima fila, nonostante ci sia da aspettarsi che l’irriducibile Warren Buffet venda cara la pelle.

Intanto Ben Bernanke camomillo continua la sua opera di tranquillizer dell’opinione pubblica e dei mercati in una ampia conferenza stampa tenuta ieri prima della sua audizione al Congresso sullo stato di salute dell’Unione e sulle previsioni per il sistema economico e finanziario a stelle e strisce. La parola d’ordine è enfatizzare i rari e teneri germogli che spuntano dal gelo e rassicurare tutti che tornerà la primavera, prima o poi.

Il presidente della Fed continua ad aspettarsi che l’attività economica raggiunga il fondo e poi inizi la ripresa entro fine anno. Elementi chiave di questa previsione sono le sue valutazioni che il mercato immobiliare stia iniziando a stabilizzarsi e che l’intensa liquidazione delle scorte rallenterà entro i prossimi due trimestri. La domanda finale dovrebbe essere anche sostenuta dallo stimolo fiscale e monetario. Un punto importante è che questa previsione prevede come condizione di continuare con il graduale risanamento del sistema finanziario; una ricaduta produrrebbe significativi effetti sull’attività economica e potrebbe causare uno stallo nella prossima ripresa.

Anche dopo l’inizio della ripresa, il tasso di crescita della reale attività economica – dice Bernanke – rimarrà probabilmente al di sotto del suo potenziale di lungo termine per un pò, implicando che l’attuale lentezza nell’utililizzazione delle risorse si incrementerà ulteriormente. “Ci aspettiamo che la ripresa solo gradualmente guadagnerà slancio e la fase di stanca dell’economia migliorerà lentamente. In particolare, le imprese saranno probabilmente prudenti riguardo ai costi del lavoro, il che implica che il tasso di disoccupazione potrebbe rimanere alto per qualche tempo, anche dopo che ricomincerà la crescita economica”. Conclude questa prima parte con una profezia: “In questo quadro, anticipiamo che l’inflazione resterà bassa”.

Segnali di miglioramento arrivano anche dal sistema finanziario, anche se “la tensione rimane alta” spiega Bernanke che poi si dilunga in una divulgazione didascalica dell’azione di Fed e Tesoro nell’opera di risanamento del settore, senza aggiungere alcuna novità a quanto già ampiamente risaputo e guardandosi bene dal dare un minimo dettaglio sulle 19 banche che sono state sottoposte agli “stress test”.

Finale comico dell’incontro con i media, con la rivendicazione e la promessa di una sempre maggiore trasparenza da parte della Fed, proprio nelle ore in cui scoppia l’ennesimo scandalo che interessa direttamente proprio la Fed.

Nei giorni scorsi si è venuti infatti a sapere che Stephen Friedman, presidente della Fed di New York, non ha venduto il proprio pacchetto di azioni Goldman Sachs (di cui è stato presidente fino al 1994, ed è tuttora consigliere di amministrazione) quando quest’ultima si è trasformata in una holding bancaria, divenendo quindi soggetta alla giurisdizione della Fed.

Friedman aveva chiesto alla Fed una speciale esenzione al divieto di possedere azioni di un istituto da essa (in teoria) regolato ma, in attesa dell’autorizzazione, come un qualsiasi furbetto del quartierino, ha pensato bene di incrementare il proprio pacchetto, con acquisti a dicembre 2008 e gennaio di quest’anno, senza svelare tale operatività. In fondo, è risaputo, tutto il mondo è paese.

Il Dr.Doom colpisce ancora

Il Dr.Doom, alias Nouriel Roubini, l’uomo che predisse l’attuale crisi finanziaria, in un’intervista rilasciata al canale CNBC prevede che la recessione negli Stati Uniti potrebbe trascinarsi per anni se mancherà un’azione risoluta. Ma che altro ha detto il guru dell’economia, professore alla New York University’s Stern School of Business? Lasciamo direttamente a lui la parola.

http://plus.cnbc.com/rssvideosearch/action/player/id/1057020486/code/cnbcplayershare

Siamo nel 15esimo mese di recessione e durerà per altri 21. La crescita è prossima allo zero e il tasso di disoccupazione arriverà oltre il 10% l’anno prossimo. E non c’è nessuna speranza che la recessione finisca entro il 2009 mentre più che probabilmente continuerà per quasi tutto il 2010.

Il rischio di un totale collasso per ora è stato scongiurato ma l’economia sta andando incontro alla fine con migliaia di tagli, mentre la maggior parte delle istituzioni finanziarie americane sono del tutto insolventi. La prospettiva di mercato più favorevole per le banche è la loro nazionalizzazione: un’acquisizione temporanea, ripulirle e rimetterle di nuovo in attività.

Riguardo la lamentela che il Tesoro non potrebbe legalmente acquisire le banche, Roubini risponde che la maggior parte delle banche sono già nelle mani del governo e che il governo potrebbe metterle sotto amministrazione controllata nel caso fosse necessario.

Prima dell’intervista Roubini aveva parlato ad una conferenza durante la quale ha detto che le perdite complessive potrebbero arrivare a 3.600 miliardi di dollari, di cui la metà originati dalle banche o comunque da operatori bancari e l’altra metà, tra gli altri, da hedge fund e fondi pensione.

Se il Pil USA il prossimo anno potrebbe scendere a zero, il Pil mondiale potrebbe addirittura declinare in territorio negativo. Con una recessione di 36 mesi esiste la possibilità di una quasi stagnazione, o vicina a una depressione, a L, anzichè una semplice pesante recessione a U.

La caduta dei consumi insieme ad altri dati negativi rafforzano la spirale deflattiva, contribuendo a peggiorare la situazione. Se uno si aspetta che i prezzi domani siano più bassi perchè dovrebbe comprare oggi? E’ più facile interrompere un ciclo inflattivo che uno deflazionario e mentre un anno di deflazione può andare bene, tempi più lunghi sarebbero un vero disastro.

Perciò, cosa può fare il governo? La parte facile è abbassare i tassi d’interesse e comprare gli asset tossici. La parte difficile sarà come affrontare il problema delle case. Il mercato immobiliare, al pari di una società in bancarotta che si debba ristrutturare, ha bisogno di una riduzione del debito. Piuttosto che rivedere i mutui uno per uno bisognerebbe “rompere” ogni contratto. Il pacchetto di 800 miliardi di Obama non basta, anche perché composto da 200 miliardi di tagli d’imposta che sono uno spreco di denaro.

In conclusione, come direbbe Vergassola, c’è una luce in fondo al tunnel? Si, risponde Roubini ma prima di veder migliorare la situazione la vedremo peggiorare. Nel 2009 non possiamo escludere rimbalzi favorevoli sui corsi azionari all’interno di un trend negativo ma quelli che vedono un recupero nella seconda metà dell’anno sono degli illusi. Infatti, secondo i calcoli del Dr.Doom, potremmo vedere lo S&P 500 a 500 punti e il Dow Jones a 5.000.

Nota:
Quella proposta è l’intervista rilasciata alla rete televisiva. Chi è interessato alle registrazioni che coprono anche la conferenza di Roubini può visionare i relativi video a questi link:

Nazionalizzare o non nazionalizzare, non è questo il problema

Forse tra qualche settimana il dibattito, ancora molto acceso, sulla nazionalizzazione delle banche americane potrebbe essere archiviato come un reperto archeologico. Mentre economisti, politici e autorevoli firme dei quotidiani economici, di quà e di là dell’Atlantico, discutono della forma, nessuno di loro si preoccupa della sostanza, e cioè che se non c’è un immediato intervento pubblico, nelle prossime settimane, prima Citigroup e poi, a ruota, Bank of America e anche JP Morgan potrebbero esalare il loro ultimo respiro.

At Wednesday’s close, the junior subordinated debt of Citigroup (for example debt underlying the Citigroup XV 6.5 per cent Enhanced Trust Preferred Securities) yielded 27.6 per cent, and similar securities at many other large US banks yield high double digit amounts.

Altro che bond Argentini! Per quale ragione con tali rendimenti sul debito un depositante di una di quelle banche non dovrebbe preoccuparsi e ritirare i suoi risparmi spostandoli in una banca più sicura, mentre aspetta che esca l’ultimissimo piano del governo? Se altri clienti seguissero l’esempio, in breve, il panico dilagherebbe e porterebbe al collasso Citigroup e le altre maggiori banche.

Immaginate la reazione a catena che si innescherebbe sui mercati di tutto il mondo. Chiamatelo pure catastrofismo, ma è già successo e vedere tanti continuare a sottovalutare questa crisi e i suoi effetti non mi tranquillizza affatto, anzi. Quando ascoltate Tremonti e Berlusconi rassicuranti promettere che i risparmiatori italiani non perderanno nemmeno un euro, ricordate sempre che avevano fatto la stessa promessa, con le stesse parole, agli azionisti e obbligazionisti di Alitalia!

La chiameremo Andrea

Dopo l’accordo di Venerdì scorso il governo controllerà il 36% di Citigroup mentre agli attuali azionisti rimarrà una piccola quota del 26%. Il restante 38% dovrebbe invece finire nelle mani dei nuovi azionisti, tra cui il principe saudita Al Waleed, altri investitori istituzionali e fondi sovrani.

E’ apparsa così quanto meno singolare la strana dichiarazione del CEO di Citi, Vikram Pandit: “Questa operazione dovrebbe tranquillizzare tutti coloro che paventavano la nazionalizzazione”.

“E’ come dire di essere mezza incinta” commenta il Dr. Doom, alias Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, uno dei pochissimi economisti a individuare sin dal 2004 il rischio subprime e a prevedere tutti gli sviluppi del disastro finanziario.

“Lo Stato ha già il controllo del sistema finanziario” dice Roubini, facendo notare che il governo ha già stanziato 9mila miliardi di dollari per salvare il sistema finanziario e ne ha già spesi 2mila miliardi. “Perciò facciamola finita con questa fissazione del ‘no alla nazionalizzazione’.”

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Banche stressate

Chi mi segue dall’inizio dell’anno, da quando cioè ho ripreso le pubblicazioni, sa come la penso sulla nazionalizzazione delle banche, sulla patrimonializzazione di quelle italiane e sui cosiddetti Tremonti Bond, riguardo ai quali mi chiedevo se avremmo visto presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose.

A iniziare dal tasso di remunerazione di questi titoli assimilabili alle obbligazioni subordinate: dal 7,5 all’8,5%, almeno il doppio di quello offerto nelle emissioni di obbligazioni subordinate di questi ultimi mesi. Il decreto prevede inoltre che qualora le banche non rimborsassero i bond entro quattro anni, i tassi salgano progressivamente ogni anno. Un meccanismo equivalente a quello dei prestiti usurari. Perchè mai le “solide” banche italiane dovrebbero dunque ricorrervi, pagando un conto così salato?

Perchè in realtà non sono affatto solide e, come abbiamo già visto, il valore del loro attivo andrebbe abbattuto di una percentuale compresa tra il 60 e l’80 per cento. Sono con l’acqua alla gola e i Tremonti Bond servirebbero solo a tappare momentaneamente le falle e a tirare avanti ancora qualche mese. A dirlo non è solo un economista dilettante come il sottoscritto ma anche Alessandro Penati, Professore ordinario di scienze economiche alla Cattolica di Milano, che si è posto la mia stessa domanda. Nella sua risposta ci spiega che i Tremonti bond non servono a niente e che occorrerebbero almeno 130 miliardi di euro per salvare le banche italiane:

[…] La caduta dei prezzi di immobili e azioni, e l’ aspettativa delle sofferenze che la recessione causerà, ha ridotto le stime di mercato del valore dell’ attivo delle banche, assottigliandone e, in molti casi, azzerandone il capitale. Ecco perché il crollo dei titoli bancari. Per assorbire le perdite, attuali e prevedibili, e ricostruire il patrimonio delle banche non ci sono capitali privati sufficienti. Che piaccia o no, le risorse devono essere pubbliche.[…]

Ho provato a sottoporre le nostre quattro maggiori banche (Popolare, Intesa, Unicredit, Mps) a un mio stress test. La recessione è già ora la più grave degli ultimi 30 anni: a fine 2008, il Pil italiano era sceso cumulativamente (-2,9%) più che nel 1993 (-1,9%), nel 1983 e nel 2001. Ho pertanto ipotizzato che le sofferenze lorde crescano almeno ai livelli del 1994, e che il loro valore sia il 40% del nominale. Ho dimezzato il valore dell’ avviamento in bilancio: è il premio che le banche hanno pagato per le acquisizioni e fusioni degli anni scorsi, fatte a prezzi da bolla. E ho ridotto del 15% la sola componente azionaria dei titoli in portafoglio al 30/9 (metà della discesa della Borsa); del 35% i titoli di capitale non negoziabili, e del 10% la posizione in derivati. Le condizioni sono meno severe di quelle usate negli Usa: ma le potenziali perdite possono spazzar via tra il 72% e l’ 87% del patrimonio (post aumento per Unicredit) delle maggiori banche italiane. Per assorbire eventualmente queste perdite e riportare il loro patrimonio al 8% delle attività rischiose servirebbero 130 miliardi. Dunque, ha ragione la Borsa. E i Tremonti bond sono inutili. I capitali previsti appaiono insufficienti. E sono ulteriori debiti che le banche si accollano (pagandoli salati), quando il problema è invece di costringerle a fare pulizia e assorbirne le perdite.

Citigroup, tanto rumore per nulla

I tentennamenti e le mezze misure di Obama e del suo Segretario del Tesoro nel formulare un piano efficace e definitivo per il salvataggio delle banche americane e di cui sto scrivendo da circa un mese (vedi tutti i post sull’argomento), insieme alla pesante revisione al ribasso delle stime sul Pil americano (-6,2%), hanno prodotto oggi l’ennesima depressione di Wall Street con Citigroup che ha aperto a meno 40 per cento.

Il tentativo di salvare Citi socializzando le perdite ma evitando la sua nazionalizzazione ha fatto uscire infatti dal cilindro dell’amministrazione americana il coniglio bianco di una semi-nazionalizzazione attraverso un accordo tra governo e Citi che prevede un’offerta di conversione in azioni ordinarie di 27.5 miliardi di dollari di azioni privilegiate vendute a privati investitori e contemporaneamente la conversione di 25 miliardi di dollari di azioni privilegiate attualmente in possesso del Tesoro in titoli ordinari con diritto di voto. E’ quanto rivela il Wall Street Journal nella sua versione online.

La conversione, se pienamente eseguita, lascerà in mano al governo il 36% delle azioni della banca mentre l’attuale azionariato verrà diluito al 26% e i nuovi azionisti deterranno il restante 38%. Inoltre il governo chiede un rimpasto del consiglio d’amministrazione, in cui entreranno dei nuovi consiglieri indipendenti, cinque nuovi su quindici componenti, mentre il Chief Executive, Vikram Pandit, dovrebbe mantenere il suo incarico.

I termini dell’accordo sono particolarmente onerosi per tutte le parti, sia per i possessori di azioni ordinarie che vedono diluite le loro quote sia per i possessori delle privilegiate che le convertiranno in titoli ordinari più rischiosi. Non è che ci sia molta scelta, comunque. Citigroup come incentivo ad aderire sospenderà il pagamento del dividendo sulle azioni privilegiate e per convincere i possessori di azioni ordinarie ad un voto favorevole emetterà dei diritti a favore degli azionisti privilegiati aderenti alla conversione che permetteranno loro di comprare azioni ad un penny se gli azionisti non approvano l’accordo.

L’accordo comporta, inoltre, non poche difficoltà legali sia negli Usa sia a livello internazionale visto che Citigroup opera in 100 paesi nel mondo. La legge del Messico ad esempio impedisce a qualsiasi impresa controllata da un Governo straniero in misura superiore al 10% di operare nel paese. Numerose filiali di Citigroup nel mondo potrebbero ritrovarsi nella situazione di dover modificare le loro carte costitutive o quantomeno chiedere nuovi permessi ai governi ospitanti.

Alla fine di tutto questo guazzabuglio il risultato sarà, comunque, il salvataggio di Citigroup? Le cure palliative non guariscono mai le malattie e questa semi-nazionalizzazione rischia solo di essere una inutile ma costosa tappa prima della definitiva e ineluttabile nazionalizzazione. Ma allora potrebbe essere troppo tardi.

Banche, croce e delizia dei governi

Mentre il guru Tremonti ad Anno Zero ci spiega che la crisi è stata creata dai mezzi di informazione ma che comunque è quasi una benedizione divina e il governo non fa niente e lo sta facendo pure bene, negli Stati Uniti Barack Obama ha affrontato di petto la situazione attraverso alcuni audaci provvedimenti e riforme che rappresentano la più grande redistribuzione di reddito dai ricchi alla classe media e povera del paese mai avvenuta almeno negli ultimi quarant’anni.

Dove il presidente americano appare invece timido è nei confronti delle banche, tanto da attirarsi le critiche di un suo sostenitore eccellente, il Premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman che, nel suo blog sul New York Times on-line riprende una domanda rivolta a Geithner, Segretario del Tesoro ed ex direttore della Fed di New York, da Simon Johnson, altro economista americano:

How long can you say, “we are being bold” when in fact you are not?
Quanto a lungo potrai dire, “Dobbiamo essere coraggiosi” quando in realtà tu stesso non lo sei?

Ci sono molte cose che piacciono a Krugman nella strada intrapresa da Obama: l’assistenza sanitaria, la trasparenza del governo, la fine della guerra in Iraq. Anche il pacchetto di stimolo va bene, sebbene non sia sufficiente. Ma sul salvataggio delle banche, in molti di noi – dice Krugman – sta crescendo un senso di disperazione.

Obama e Geithner dicono delle cose giuste:

If you underestimate the problem; if you do too little, too late; if you don’t move aggressively enough; if you are not open and honest in trying to assess the true cost of this; then you will face a deeper, long lasting crisis.
Se sottovaluti il problema; se fai troppo poco, troppo tardi; se non ti muovi abbastanza aggressivamente; se non sei aperto ed onesto nel provare a valutare il reale costo di questo; allora dovrai fare fronte a una più profonda crisi di lunga durata.

Ma quello che stanno realmente facendo – nota Krugman – è proprio sottovalutare il problema, fare poco e troppo tardi, senza essere aperti ed onesti nel provare a valutare il reale costo. Il piano attuale sembra sia quello di conservare le banche in uno stato di coma semi-vegetativo garantendo implicitamente le loro obbligazioni e dribblando sulle necessità finanziarie, mentre si proclama che sono adeguatamente capitalizzate e si spera che le cose cambino da sole. Siamo di nuovo al Giappone, osserva amaramente Krugman, facendo riferimento al cosiddetto “decennio perduto”, la terribile crisi recessiva che negli anni ’90 colpì – e da cui non si è mai ripreso – il paese del Sol levante. Il risultato sarà probabilmente una crisi più profonda e di più lunga durata, conclude l’autorevole economista.

Le analogie con la situazione delle banche in Italia sono molte benchè si continui a favoleggiare di una presunta maggiore solidità del nostro sistema bancario. In realtà sappiamo che i nostri principali gruppi bancari sono i meno patrimonializzati del continente e del mondo e che il crollo incombente di alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’est coinvolgerebbe fino al collo i nostri primi due big: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda invece il Monte Paschi Siena vi rimando a Marco Sarli che oggi scrive nel suo blog a proposito dell’operazione Antonveneta:

…. l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale….

Piani misteriosi

Nazionalizzazione si, nazionalizzazione no. L’incertezza, oltre che stucchevole e pericolosa per la credibilità dell’amministrazione Obama, sta scadendo nella farsa.

Piani e voci di piani per il salvataggio delle banche vengono presentati quotidianamente dai giornali e dalle tv ma non si capisce perchè debbano funzionare nè cosa abbia veramente in mente il Segretario del Tesoro Geithner che, come Penelope, di giorno tesse la tela e la notte la disfa, cercando forse l’impossibile quadratura del cerchio: evitare il fallimento delle banche, socializzando le perdite, ma senza nazionalizzarle.

L’ultima pensata è quella di convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. A demolire questa ipotesi di lavoro ci pensa il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman che ricorre a questo disegno per descrivere la situazione:

In alto l’attivo di una banca. In basso la linea del suo passivo, con le obbligazioni che ha verso le diverse controparti con segmenti di colori differenti secondo il loro peso decrescente (rosso il debito, verde per le azioni privilegiate, blu per le ordinarie). Il disegno descrive l’ipotesi che ci interessa: quella in cui l’attivo non è sufficiente a coprire i debiti.

Ciò nonostante, le azioni, sia privilegiate che ordinarie, hanno ancora un certo valore di mercato. Perchè? Perchè gli investitori ritengono che Geithner impedirà il collasso della banca, tutelando i creditori, ma con gli azionisti che riceveranno un premio se in qualche modo ci sarà un’inversione di tendenza.

Quel che si vuole fare è ripulire i bilanci della banca, di modo che essa non sia più sotto tutela dello Stato. Quando la FDIC (Agenzia federale che svolge una funzione simile a quella del nostro Fondo interbancario di tutela dei depositi) deve fare fronte alla situazione di una banca in queste condizioni, confisca la banca, espropria gli azionisti, paga una parte dei debiti e poi riprivatizza.

Quello che il Tesoro sembra invece proporsi ora è di convertire parte delle azioni verdi in azioni blu, cioè convertire azioni privilegiate in ordinarie. E’ vero che le azioni privilegiate hanno il valore del debito, il pagamento obbligatorio del dividendo, etc.. C’è qualcuno però che ritenga che la ragione per cui le banche sono in crisi è che esse siano strozzate dai loro obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati invece che da quella linea rossa dei debiti?

Questo piano non risolve il problema e la sensazione di fondo è che l’amministrazione Obama abbia in mente solo un valzer di poltrone illudendosi che l’iceberg possa diventare più resistente mentre si scioglie.

Rassegna stampa

Il liberista Tremonti si accoda al liberista Greenspan, anzi rincara la dose e addirittura afferma che la nazionalizzazione delle banche americane andava fatta molto tempo prima. Comincio davvero a dubitare che la nazionalizzazione sia una buona soluzione, visto anche che il ministro dice sempre cose geniali ma non ne indovina mai una giusta.

I Giapponesi non vogliono essere da meno e il ministro delle Finanze Kaoru Yosano propone addirittura un intervento diretto del governo per comprare azioni in Borsa e tentare così di arginare la caduta delle quotazioni. Si avvererà così l’antica profezia che dopo le nazionalizzazioni tutti gli azionisti verranno spazzati via?

Bernanke invece fa l’oroscopo alla recessione e ci dice che la ripresa ci sarà nel 2010 se il pacchetto di stimolo di Obama avrà effetto. Non conosco l’ammontare dello stipendio del Presidente della Fed ma sicuramente sarà pagato profumatamente per esprimere opinioni così acute ed illuminanti.

Barack Obama invece entro il 2012 vuole dimezzare il debito pubblico. Come farà non l’ha detto ma stante che molti economisti prevedono che per uscire dalla recessione gli Stati Uniti hanno bisogno di risorse pari al doppio se non al triplo del suo debito pubblico spero non abbia in mente di abolire il dollaro e stampare una nuova moneta scambiata ad un decimo del valore dell’attuale banconota verde. I cinesi s’incazzerebbero.

Concludo questa breve rassegna stampa con Berlusconi che, come il presidente iraniano Ahmadinejad, vuole il nucleare. Avremo gli osservatori dell’Onu anche in Italia?