Underwater

Il mutuo residuo di quasi il 25% (oltre 10 milioni e mezzo) dei proprietari di case negli Stati Uniti, 1 su 4, è inferiore al valore dell’immobile. Questa è la nuda e cruda verità che minaccia ogni speranza di una ripresa sostenibile del mercato immobiliare, appena mitigata dal balzo del 10% nel mese di ottobre nella vendita di case esistenti, frutto dei prezzi stracciati delle aste conseguenti alle procedure di esproprio (foreclosure) e della proroga degli incentivi governativi per l’acquisto della prima casa.

These so-called underwater mortgages pose a roadblock to a housing recovery because the properties are more likely to fall into bank foreclosure and get dumped into an already saturated market. Economists from J.P. Morgan Chase & Co. said Monday they didn’t expect U.S. home prices to hit bottom until early 2011, citing the prospect of oversupply.

Home prices have fallen so far that 5.3 million U.S. households are tied to mortgages that are at least 20% higher than their home’s value, the First American report said. More than 520,000 of these borrowers have received a notice of default, according to First American.

I cosiddetti mutui underwater (sott’acqua) costituiscono un blocco alla ripresa immobiliare in quanto è più probabile che quelle proprietà incappino nelle procedure di esproprio attivate dalle banche e vadano ad alimentare un mercato già saturo. Alcuni economisti della J.P. Morgan hanno dichiarato che non si aspettano che i prezzi delle case tocchino il fondo prima dell’inizio del 2011, come dimostra l’incremento dell’inventario delle case invendute.

I prezzi delle case sono caduti così in basso che 5.3 milioni di americani sono legati a mutui almeno del 20% superiori al valore della casa e più di 520 mila di questi debitori hanno ricevuto una notifica di insolvenza.

Ma le cose potrebbero essere messe anche peggio di quanto mostrato dai dati della società di real estate che ha sfornato questa ricerca, la First American, che ha usato una nuova metodologia di raccolta dei dati. In base al vecchio sistema la quota dei debitori underwater sarebbe del 33.8% nel terzo trimestre!

Crescono i disoccupati, crescono i debitori underwater, crescono le insolvenze, crescono le foreclosure, e crescono anche le borse, ma di questo non c’è da meravigliarsi. Non guardate alle borse, ammonisce Taleb. Il peggio è alle spalle? Si, underwater, come gli squali.

Ipertitoli

Non credo che Taleb, quando prevede iperinflazione se i governi continueranno a stampare denaro, si riferisca all’oggi o all’immediato futuro. Mi sembra riduttivo sintetizzare la sua opinione, come ha fatto il Corriere della Sera, in un titolo che enfatizza un solo concetto, espresso tra l’altro in una battuta lapidaria, tralasciando i contenuti ben più ampi dell’intervista, nella quale sviluppa altri tre concetti fondamentali:

1) La crisi è soltanto all’inizio
2) Nulla è cambiato, nulla è stato fatto per evitare una nuova crisi
3) Non ci sarà ripresa con una disoccupazione crescente e quindi senza un aumento del livello dei consumi.

Modestamente avrei aggiunto che non sarà possibile una ripresa senza una soluzione della crisi immobiliare e del problema delle foreclosure ma non è possibile avere tutto da una semplice intervista.

Al momento quanto questa ripresa sia virtuale e fragile ce lo confermano gli ultimi dati che mostrano negli Stati Uniti bassa inflazione e un rallentamento della produzione. L’indice dei prezzi alla produzione dei beni al consumo è salita in ottobre dello 0,3% su base stagionale, mentre era attesa una crescita dello 0,6% e la produzione industriale nello scorso mese è cresciuta di un niente, lo 0,1%, mentre il consensus era di 0,3%, ben tre volte tanto.

Ora, credete di più alle previsioni di chi in passato non ne ha mai azzeccata una o a quelle di un Cigno Nero?

Taleb: la crisi è soltanto all’inizio

Nassim Nicholas Taleb intervistato dal Corriere della Sera

L’ economia europea che torna a crescere? Le Borse internazionali che da marzo a oggi hanno recuperato il 60%, in certi casi il 100%? A queste domande Nassim Nicholas Taleb risponde con una risata: «Altro che uscita dalla crisi – taglia corto -. In realtà la crisi è soltanto all’ inizio». E se gli si chiede come mai molti grandi banchieri d’ investimento usano la sua teoria del «cigno nero» per spiegare quanto è accaduto, allora lui raddoppia la risata: «Il cigno nero indica eventi assolutamente inimmaginabili e con conseguenze estreme – dice -. Qui, invece, tutto era più che prevedibile. È come se un autista di bus si mettesse una banda nera sugli occhi e continuasse a guidare senza poter vedere la strada. È ovvio che prima o poi provoca un incidente. Così hanno fatto i capi di banche d’ affari, di hedge fund, di private equity. Con governi, authority, organismi di controllo che hanno chiuso entrambi gli occhi».

Proprio «Il cigno nero» (in originale «The black swan: the impact of the highly improbable») è il titolo del suo libro più famoso, con oltre due milioni di copie vendute e traduzione in 31 lingue. Ma c’ è anche un altro testo, «Fooled by randomness», che gli ha dato grande fama. Fino al 2004 Taleb ha vissuto da protagonista nel mondo della finanza, compresi i prodotti derivati oggi sotto accusa, con ruoli di primo piano in Ubs, Crédit Suisse First Boston, Bankers Trust. Ora è docente all’ istituto politecnico della New York University e alla business school della Oxford University. Ed è uno degli studiosi più ascoltati dalla comunità economico-finanziaria internazionale. In questi giorni si trova a Milano, dove domani a Palazzo Visconti (ore 18) parlerà di «Come vivere in un mondo che non comprendiamo» in una conferenza organizzata dall’ Istituto Bruno Leoni. Non andrà invece al World Economic Forum di Davos, dove lo scorso gennaio era stato accolto come una rock star: «Ci sono stato solo una volta – dice – e non ho più voglia di sentire tutte quelle inutili chiacchiere».

Professor Taleb, il rally delle Borse in questi mesi è un indice di ritrovata fiducia o il sintomo di una nuova bolla?

«Si ricorda di Jerôme Kerviel, il trader di Société Générale che ha mandato in fumo in un solo colpo 5 miliardi di dollari? Quel giorno le Borse sono crollate di oltre il 10%. Meglio insomma non fare molto affidamento su quanto succede sui mercati azionari».

Dopo il crac di Lehman Brothers tutti hanno detto che niente sarebbe più stato come prima, che la finanza mondiale sarebbe cambiata. Vede segni di mutamento?

«Nessuno. I super-bonus, i rischi azzardati, i derivati: tutto come prima. Ma rispetto a un anno fa solo in America sei milioni di persone hanno perso il lavoro».

Le indicazioni del Financial Stability Board, così come i progetti per riformare il sistema finanziario e accrescere i poteri delle authority di controllo porteranno maggiore stabilità?

«Io non ci credo».

Cosa dovrebbero fare i governi e le banche centrali?

«Nell’ attuale situazione i governi non possono fare altro che continuare a stampare denaro. E la conseguenza sarà l’ iper-inflazione».

Un problema serio.

«Molto serio».

Finirà mai l’ era delle banche e delle aziende «too big to fail», troppo grandi perché i governi possano lasciarle fallire?

«Per riportare realismo nel sistema ci vorrebbero azioni estremamente aggressive per ridimensionare le grandi banche. Ma non vedo in giro niente di tutto questo».

Perché dice che la crisi è soltanto all’ inizio?

«Questa non è una recessione come le precedenti. Altri milioni di posti di lavoro svaniranno. La gente consumerà meno. Per misurare i costi della crisi dovremo calcolare l’ intero ammontare delle mancate spese da parte delle persone, in America come nel resto del mondo».

Insomma, non crede proprio a una ripresa dell’ economia?

«Per ora sono solo illusioni. Per poter parlare di ripresa andrebbe prima ripulito l’ intero sistema, innanzitutto attraverso la totale conversione dei debiti in capitale. La fine della crisi arriverà solo quando il rapporto fra debito e prodotto interno lordo tornerà quello degli anni ‘ 80, soprattutto negli Usa. E parlo di debiti delle persone come delle imprese. Ma in ogni caso, livelli di consumo come abbiamo visto in questi anni non sono affatto sostenibili».

Va rivisto anche il concetto di globalizzazione?

«Va innanzitutto ridimensionato. E trovo davvero bizzarro il fatto che i governi parlino di “free trade” e di “free banking” e poi corrano a salvare con denaro pubblico le grandi banche e aziende a rischio di fallire. Qualche giorno fa parlavo con l’ amministratore delegato di PepsiCo e lui mi diceva di quanto è necessaria la collaborazione fra il governo e la sua azienda. È una logica perversa. I governi devono semmai dialogare con le piccole imprese, non con le grandi. Quelle possono badare a se stesse, hanno più poteri degli stessi governi. E se devono fallire, che falliscano».

No, il peggio deve ancora arrivare

Annunciati ieri dai dati del declino dell’occupazione nel settore privato sono arrivati oggi quelli dell’occupazione forniti dall’Agenzia federale del lavoro, che hanno gettato nello sconforto coloro che vedono germogli verdi dappertutto e ovviamente le borse.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono calate a 614mila unità negli Stati Uniti, ma meno delle attese che vedevano una discesa a 605mila unità.

Cattive notizie anche dal rapporto sul mercato del lavoro di giugno, con un tasso di disoccupazione, che pur non essendosi spinto al 9,6% messo in conto dagli operatori finanziari, è arrivato al 9,5%, il livello più alto degli ultimi 25 anni.

Ancor più deludente l’indicazione di nuovi posti di lavoro, visto che il mese scorso ne sono stati persi 467mila, ben oltre i 375mila previsti dagli analisti. Un dato che segnala un peggioramento rispetto alla lettura di maggio, rivista al rialzo da -345mila a -322mila unità.

L’economia a stelle e strisce ha perso finora 6 milioni e mezzo di posti di lavoro da quando è partita la recessione, nel dicembre del 2007. Particolarmente colpiti il settore manifatturiero, quello dei servizi professionali e delle costruzioni.

Notizie che fanno il paio con quelle di ieri sul settore immobiliare che vede una lieve crescita delle vendite di case esistenti (ma sappiamo già che un’ampia percentuale è rappresentata da vendite all’asta spesso a prezzi irrisori), accompagnata dalla mancata ripresa nelle vendite delle nuove che, a sua volta, spiega bene l’ennesimo calo dello 0,9 per cento della spesa per costruzioni e il vero e proprio crollo delle richieste di mutui di rifinanziamento, scesi del 30 per cento.

Un mixer di informazioni che confermano che la strada verso la ripresa economica è ancora lunga e il peggio deve ancora arrivare. Non ci sarà ripresa a livello mondiale senza ripresa del mercato immobiliare americano e fintantochè la disoccupazione continuerà a crescere. Hanno una bella faccia tosta i nostri governanti a ripetere la formula esorcistica “il peggio è alle nostre spalle” e a minacciare l’informazione rea di deprimere i consumatori dicendo loro la verità.

A ricordarcelo nel giorno in cui l’Istat pubblica i disastrosi dati dei nostri conti pubblici, è anche l’Economist che dedica un articolo all’Italia in cui si evidenzia che l’insistenza con cui Berlusconi continua a proclamare che nel nostro Paese la recessione non sarà né così severa né così prolungata come in qualunque altro paese, potrebbe rivelarsi un boomerang.

Berlusconi – scrive l’Economist – si trova ad affrontare molti scandali in casa, ma il più grande è il suo rifiuto di accettare la portata delle difficoltà economiche dell’Italia che evidenzia la contraddizione tra le affermazioni del premier e la realtà economica. Se il piano è di compensare la perdita di esportazioni fregando i consumatori italiani facendoli spendere di più, è un piano rischioso, sia per il governo che per il Paese, afferma l’Economist, puntualizzando che Berlusconi “ha già un problema di credibilità in casa riguardo la propria vita privata”.

La nozione che l’Italia, che ha alle spalle 20 anni di “under performance”, eviterà l’intero impatto della recessione è fantasiosa. Inoltre insistendo che non c’è nulla che non va – conclude il settimanale economico – Berlusconi e Tremonti si stanno anche lasciando scappare l’opportunità di cominciare quelle riforme che non solo farebbero correre la ripresa dell’economia, ma migliorerebbero realmente la produttività dell’Italia e le finanze pubbliche.

Parole equilibrate che in un paese normale dovrebbero far riflettere ma che in una nazione trasformata in un immenso Bagaglino a cielo aperto dove un banchiere le cui capacità sono universalmente riconosciute viene bollato come un pericoloso disfattista e qualsiasi voce fuori dal coro viene iscritta d’ufficio a qualche quotidiano complotto della sinistra, tra balletti di veline ed escort, incapperanno sicuramente nell’anatema del capocomico e liquidate come spazzatura comunista.

Scriveva Nassim Nicholas Taleb in un recente articolo (vedi etichette) che a gente che guida bendata un autobus scolastico e l’ha fracassato non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. Noi non solo gliene abbiamo dato un altro ma ad ogni incidente lo premiamo aggiungendo punti alla patente. Come potremo mai evitare la catastrofe?

Dieci principi per un mondo a prova di Cigno Nero

1. Quel che è fragile dovrebbe rompersi prima, mentre è ancora piccolo. Nulla dovrebbe mai diventare troppo grande per fallire. L’evoluzione naturale della vita economica non aiuta quelli con la massima quantità di rischi nascosti – e quindi più fragili – a diventare i più grandi.

2. No alla socializzazione delle perdite e alla privatizzazione dei profitti. Qualunque cosa possa essere necessario salvare dovrebbe essere nazionalizzata; qualunque cosa non abbia bisogno di un salvataggio dovrebbe essere libera, piccola e soggetta al rischio. Siamo riusciti a combinare il peggio del capitalismo e del socialismo. In Francia negli anni ’80, i socialisti hanno nazionalizzato le banche. Negli Stati Uniti negli anni 2000, le banche hanno conquistato il governo. Questo è surreale.

3. A gente che guidava bendata un autobus scolastico (e l’ha fracassato) non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. L’establishment economico (le università, le autorità di regolamentazione, i banchieri centrali, i funzionari governativi, personale e diverse organizzazioni gestite da economisti) ha perso la sua legittimità con il fallimento del sistema. E’ irresponsabile e insensato mettere la nostra fiducia nelle mani di questi esperti per uscire da questo pasticcio. Invece, dobbiamo trovare le persone capaci e che abbiano le mani pulite.

4. Non lasciate che qualcuno pagato con bonus e “incentivi” gestisca un impianto nucleare – o i vostri rischi finanziari. Ci sono molte probabilità che tagli ogni misura sulla sicurezza pur di mostrare “utili”, mentre si vanterebbe di essere “conservatore”. I bonus non sono un deterrente per i rischi nascosti di esplosioni. E l’asimmetria del sistema dei bonus che ci ha portato qui. No agli incentivi senza disincentivi: il capitalismo è fatto di premi e punizioni, non solo di premi.

5. Complessità contabile con semplicità. La complessità della globalizzazione e della vita economica altamente interconnessa deve essere bilanciata dalla semplicità dri prodotti finanziari. Il complesso dell’economia è già una forma di leva: la leva dell’efficienza. Tali sistemi sopravvivono grazie alla lentezza e alla sovrabbondanza; aggiungendo debito si producono turbolente e pericolose spirali e non si lascia spazio per errori. Il capitalismo non può evitare bolle e bollicine: le bolle azionarie (come nel 2000) hanno dimostrato di essere benigne; le bolle di debito sono invece maligne.

6. Non dare ai bambini candelotti di dinamite, anche se essi sono forniti delle istruzioni per l’uso. I derivati complessi devono essere vietati perché nessuno li capisce e pochi sono abbastanza razionali per comprenderli. I cittadini devono essere protetti da se stessi, dai banchieri che vendono prodotti a “copertura”, e da ingenui regolatori che ascoltano economisti teorici.

7. Solo gli schemi di Ponzi dovrebbero basarsi sulla fiducia. I governi non dovrebbero mai avere la necessità di “ristabilire la fiducia”. I “rumors” a cascata sono il prodotto di sistemi complessi. I governi non possono fermare le voci. Semplicemente, avremmo bisogno di essere in condizione di ignorare le voci, per far fronte alla loro sfida.

8. Non dare ad un tossicodipendente più droga se ha dolori d’astinenza. Usare il debito per curare problemi di troppo debito non è omeopatico, ne è la negazione. La crisi del debito non è un problema temporaneo, è di tipo strutturale. Abbiamo bisogno di una riabilitazione.

9. I cittadini non dovrebbero dipendere da attività finanziarie o dalla fallibile consulenza di un “esperto” per la loro pensione. La vita economica dovrebbe essere definanzializzata. Dobbiamo imparare a non utilizzare i mercati come fossero magazzini di valore: essi non nutrono le certezze che i normali cittadini richiedono. I cittadini dovrebbero provare ansietà rispetto ai loro affari (di cui hanno il controllo) non per i loro investimenti (di cui non hanno il controllo).

10. Fare una frittata con le uova rotte. Infine, questa crisi non può essere risolta con riparazioni rabberciate, non più di una barca con uno scafo marcio che non può essere riparata mettendo delle pezze nei buchi. Abbiamo bisogno di ricostruire lo scafo con nuovi (più resistenti) materiali; dovremo rifare il sistema prima che lo faccia da solo. Passiamo volontariamente nel Capitalismo 2.0 aiutando ciò che deve essere rotto a rompersi per conto suo, convertendo il debito in azioni, marginalizzando scuole economiche e d’affari, abolendo il “Nobel” per l’economia, vietando il leveraged buy-out, mettendo i banchieri al loro posto, riprendendoci indietro i bonus di coloro che ci hanno portato qui, e insegnando alla gente a navigare in un mondo con meno certezze.

Poi vedremo una vita economica più vicina al nostro ambiente biologico: aziende più piccole, un’ecologia più ricca, niente leva. Un mondo in cui gli imprenditori, non i banchieri, si assumono i rischi e le imprese nascono e muoiono ogni giorno senza fare notizia.

In altre parole, un luogo più resistente ai cigni neri.

Titolo originale: Ten principles for a Black Swan-proofworld

di Nassim Nicholas Taleb

Pubblicato sul Financial Times l’ 8 aprile 2009

L’autore è professore presso il New York University’s Polytechnic Institute e ha scritto il libro “Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita”.