Banche, croce e delizia dei governi

Mentre il guru Tremonti ad Anno Zero ci spiega che la crisi è stata creata dai mezzi di informazione ma che comunque è quasi una benedizione divina e il governo non fa niente e lo sta facendo pure bene, negli Stati Uniti Barack Obama ha affrontato di petto la situazione attraverso alcuni audaci provvedimenti e riforme che rappresentano la più grande redistribuzione di reddito dai ricchi alla classe media e povera del paese mai avvenuta almeno negli ultimi quarant’anni.

Dove il presidente americano appare invece timido è nei confronti delle banche, tanto da attirarsi le critiche di un suo sostenitore eccellente, il Premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman che, nel suo blog sul New York Times on-line riprende una domanda rivolta a Geithner, Segretario del Tesoro ed ex direttore della Fed di New York, da Simon Johnson, altro economista americano:

How long can you say, “we are being bold” when in fact you are not?
Quanto a lungo potrai dire, “Dobbiamo essere coraggiosi” quando in realtà tu stesso non lo sei?

Ci sono molte cose che piacciono a Krugman nella strada intrapresa da Obama: l’assistenza sanitaria, la trasparenza del governo, la fine della guerra in Iraq. Anche il pacchetto di stimolo va bene, sebbene non sia sufficiente. Ma sul salvataggio delle banche, in molti di noi – dice Krugman – sta crescendo un senso di disperazione.

Obama e Geithner dicono delle cose giuste:

If you underestimate the problem; if you do too little, too late; if you don’t move aggressively enough; if you are not open and honest in trying to assess the true cost of this; then you will face a deeper, long lasting crisis.
Se sottovaluti il problema; se fai troppo poco, troppo tardi; se non ti muovi abbastanza aggressivamente; se non sei aperto ed onesto nel provare a valutare il reale costo di questo; allora dovrai fare fronte a una più profonda crisi di lunga durata.

Ma quello che stanno realmente facendo – nota Krugman – è proprio sottovalutare il problema, fare poco e troppo tardi, senza essere aperti ed onesti nel provare a valutare il reale costo. Il piano attuale sembra sia quello di conservare le banche in uno stato di coma semi-vegetativo garantendo implicitamente le loro obbligazioni e dribblando sulle necessità finanziarie, mentre si proclama che sono adeguatamente capitalizzate e si spera che le cose cambino da sole. Siamo di nuovo al Giappone, osserva amaramente Krugman, facendo riferimento al cosiddetto “decennio perduto”, la terribile crisi recessiva che negli anni ’90 colpì – e da cui non si è mai ripreso – il paese del Sol levante. Il risultato sarà probabilmente una crisi più profonda e di più lunga durata, conclude l’autorevole economista.

Le analogie con la situazione delle banche in Italia sono molte benchè si continui a favoleggiare di una presunta maggiore solidità del nostro sistema bancario. In realtà sappiamo che i nostri principali gruppi bancari sono i meno patrimonializzati del continente e del mondo e che il crollo incombente di alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’est coinvolgerebbe fino al collo i nostri primi due big: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda invece il Monte Paschi Siena vi rimando a Marco Sarli che oggi scrive nel suo blog a proposito dell’operazione Antonveneta:

…. l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale….

Piani misteriosi

Nazionalizzazione si, nazionalizzazione no. L’incertezza, oltre che stucchevole e pericolosa per la credibilità dell’amministrazione Obama, sta scadendo nella farsa.

Piani e voci di piani per il salvataggio delle banche vengono presentati quotidianamente dai giornali e dalle tv ma non si capisce perchè debbano funzionare nè cosa abbia veramente in mente il Segretario del Tesoro Geithner che, come Penelope, di giorno tesse la tela e la notte la disfa, cercando forse l’impossibile quadratura del cerchio: evitare il fallimento delle banche, socializzando le perdite, ma senza nazionalizzarle.

L’ultima pensata è quella di convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. A demolire questa ipotesi di lavoro ci pensa il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman che ricorre a questo disegno per descrivere la situazione:

In alto l’attivo di una banca. In basso la linea del suo passivo, con le obbligazioni che ha verso le diverse controparti con segmenti di colori differenti secondo il loro peso decrescente (rosso il debito, verde per le azioni privilegiate, blu per le ordinarie). Il disegno descrive l’ipotesi che ci interessa: quella in cui l’attivo non è sufficiente a coprire i debiti.

Ciò nonostante, le azioni, sia privilegiate che ordinarie, hanno ancora un certo valore di mercato. Perchè? Perchè gli investitori ritengono che Geithner impedirà il collasso della banca, tutelando i creditori, ma con gli azionisti che riceveranno un premio se in qualche modo ci sarà un’inversione di tendenza.

Quel che si vuole fare è ripulire i bilanci della banca, di modo che essa non sia più sotto tutela dello Stato. Quando la FDIC (Agenzia federale che svolge una funzione simile a quella del nostro Fondo interbancario di tutela dei depositi) deve fare fronte alla situazione di una banca in queste condizioni, confisca la banca, espropria gli azionisti, paga una parte dei debiti e poi riprivatizza.

Quello che il Tesoro sembra invece proporsi ora è di convertire parte delle azioni verdi in azioni blu, cioè convertire azioni privilegiate in ordinarie. E’ vero che le azioni privilegiate hanno il valore del debito, il pagamento obbligatorio del dividendo, etc.. C’è qualcuno però che ritenga che la ragione per cui le banche sono in crisi è che esse siano strozzate dai loro obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati invece che da quella linea rossa dei debiti?

Questo piano non risolve il problema e la sensazione di fondo è che l’amministrazione Obama abbia in mente solo un valzer di poltrone illudendosi che l’iceberg possa diventare più resistente mentre si scioglie.

We can’t?

Buona parte delle speranze del mondo di uscire presto dalla crisi economica sono riposte nelle mani dell’America. Per questo anche in Europa si guarda con attenzione a quanto avviene sull’altra sponda dell’Atlantico.

Barack Obama ha avuto più o meno quanto chiedeva, quasi 800 miliardi di dollari con la maggior parte dei soldi stanziati per la spesa, piuttosto che nei tagli fiscali. Dobbiamo dunque festeggiare come una grande vittoria l’approvazione del pacchetto di stimoli economici?

Forse no, perchè questi non sono tempi normali da misurare con i criteri normali della politica e la vittoria di Obama ha un pò il sapore amaro della sconfitta. Ad affermarlo non è un suo avversario ma un suo autorevole sostenitore, il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Seguiamo il suo ragionamento.

Il disegno di legge sembra uno stimolo utile ma insufficiente, soprattutto se combinato con un deludente piano per il salvataggio delle banche. E la lotta politica ha reso una sciocchezza il sogno Obamiano di superare le divisioni.

Ci si sarebbe aspettati che i repubblicani agissero almeno un pò più moderatamente in questi primi giorni di amministrazione Obama, sia in seguito alla loro disfatta elettorale che per la debacle economica degli ultimi otto anni.

Ma è ormai chiaro che gli istinti primordiali del partito repubblicano- rinforzati, in parte, da gruppi di pressione che sono pronti a cimentarsi nella prima sfida contro gli “eretici” – sono più forti che mai.

Sia al Congresso che al Senato, la stragrande maggioranza dei repubblicani si è mobilitata dietro la convinzione che la risposta adeguata al misero fallimento della politica dei tagli fiscali dell’amministrazione Bush sia una politica con ancor più tagli fiscali.

E la retorica risposta dei conservatori al piano Obama, il cui costo, è bene tenere a mente, è significativamente inferiore sia ai 2 mila miliardi di tagli fiscali dell’amministrazione Bush che ai 1.000 miliardi spesi in Iraq – ha debordato nella follia.

E’ un “furto generazionale “, ha detto il senatore John McCain, pochi giorni dopo il voto per i tagli fiscali che sarebbero costati, nel corso dei prossimi dieci anni, circa quattro volte tanto.

E’ “distruggere il futuro delle mie figlie. E’ come guardare seduto la mia casa saccheggiata da una banda di criminali”, ha detto Arnold Kling del Cato Institute.

E il livello del dibattito politico, è importante perché solleva dubbi circa la capacità dell’amministrazione Obama di chiedere un rifinanziamento del pacchetto se, come sembra probabile, si rivelerà inadeguato.

Per quanto Obama abbia ottenuto più o meno quello che ha chiesto, quasi certamente non ha chiesto abbastanza. Siamo probabilmente di fronte alla peggiore crisi dopo la Grande Depressione. La Commissione Bilancio del Congresso, che di solito non ricorre ad esagerazioni, prevede che nei prossimi tre anni ci saranno 2,9 mila miliardi di dollari di divario tra ciò che l’economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produrrà. E 800 miliardi, anche se suona come un sacco di soldi, non è affatto sufficiente a colmare tale divario.

Ufficialmente, l’amministrazione insiste sul fatto che il piano sia sufficiente alle necessità dell’economia. Ma pochi economisti concordano. Ed è opinione diffusa che considerazioni di carattere politico hanno portato a un piano che è più debole e contiene più tagli fiscali di quanti avrebbe dovuto contenerne e che Obama ha compromesso il piano nella speranza di ottenere un ampio sostegno bipartisan. Abbiamo appena visto quale successo abbia raccolto.

Ora, le possibilità che lo stimolo fiscale sia adeguato sarebbero state superiori se fosse stato accompagnato da un efficace piano di salvataggio finanziario, che scongelasse il mercato del credito e rimettesse il denaro di nuovo in circolazione. Ma il tanto atteso e annunciato piano dell’amministrazione Obama su questo fronte, anch’esso arrivato questa settimana, è atterrato con un sordo tonfo.

Il piano delineato da Tim Geithner, il segretario del Tesoro, non è malvagio, per la verità. Il problema invece è che è vago. Esso lascia tutti nell’incertezza su dove l’amministrazione stia davvero andando. La partnership tra pubblico e privato alla fine sarà un modo celato di salvare i banchieri a spese dei contribuenti? Oppure il necessario “stress test” agirà come porta di servizio per una nazionalizzazione temporanea delle banche (la soluzione preferita da un numero crescente di economisti, Krugman compreso)? Nessuno lo sa.

Finora la risposta alla crisi economica dell’amministrazione Obama ricorda troppo il Giappone degli anni ’90: un’espansione fiscale grande abbastanza per evitare il peggio, ma non abbastanza per avviare la ripresa; sostegno al sistema bancario, ma una certa riluttanza nel costringere le banche a far fronte alle loro perdite. Sono ancora i primi giorni, ma stiamo già andando fuori strada.

Non so voi, – dice Paul Krugman – ma ho come una sensazione di vuoto allo stomaco – la sensazione che l’America non stia reagendo adeguatamente alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni. Possono anche non mancare le migliori intenzioni, ma sembra che esse siano predisposte in maniera allarmante verso le mezze misure. E il peggio è, come sempre, che esse sono piene di passionalità, ignare del grottesco fallimento della loro dottrina nella pratica.

C’è ancora tempo per tornarci sopra. Ma Obama deve essere più forte in futuro. In caso contrario, il verdetto su questa crisi non potrà che essere, non possiamo. We can’t.

Can che abbaia non morde

Il Presidente Barack Obama da una parte pronuncia parole durissime contro i banchieri perchè nonostante il disastro generale, di cui sono stati i maggiori responsabili, si sono assegnati poco meno di 20 miliardi di dollari di premi nel 2008, e dall’altra si prepara ad aprire le casse federali per fare loro un grazioso cadeau di 2 o 3mila miliardi (o trilioni come preferiscono dire gli americani) di dollari per salvarli.

Sto parlando del piano con il quale verrebbe costituita una Bad Bank che dovrebbe assorbire tutti gli asset tossici, i titoli spazzatura, che sono ancora nei bilanci delle banche americane (e non solo americane) e che le rendono tecnicamente tutte fallite. La “filosofia” sulla quale si basa il piano è che, come dice il Segretario del Tesoro, Geithner,

“We have a financial system that is run by private shareholders, managed by private institutions, and we’d like to do our best to preserve that system.”
“Abbiamo un sistema finanziario sostenuto da azionisti privati, gestito da istituzioni private e dovremmo fare del nostro meglio per preservare questo sistema.”

Siamo sicuri che non ci sia niente di meglio da fare? Per spiegare il problema, ricorrerò a questo esempio che prendo in prestito da un editoriale sul New York Times del premio Nobel per l’economia Paul Krugman che descrive la posizione di un’ipotetica banca che ha chiamato Gothamgroup, Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata – diciamo 400 miliardi – da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già fallita. Le sue azioni non sono completamente prive di valore – essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari – ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? La risposta è ovvia: il fallimento della Lehman Brothers ha dimostrato che lasciar collassare una grande banca può essere veramente rischioso per la salute dell’economia e un buon numero delle maggiori istituzioni finanziarie sono oggi pericolosamente vicine al ciglio del precipizio.

Le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi. In tempi normali le banche raccolgono capitali vendendo azioni a privati investitori che in cambio ricevono una partecipazione alla proprietà delle banche. Se le banche, nella situazione attuale, non riescono a raccogliere abbastanza capitali da investitori privati, il governo dovrebbe fare quello che farebbe un investitore privato, osserva Paul Krugman: fornire i capitali in cambio di una quota della proprietà.

Allora? Se i contribuenti devono pagare il conto del piano di salvataggio delle banche, per quale ragione essi non devono avere una partecipazione, almeno fintantochè non vengono trovati dei privati compratori? Invece l’amministrazione Obama sembra stia facendo anche l’impossibile per evitare quest’esito, quasi che fosse la peggiore delle sciagure.

Sicuramente lo sarebbe per la lobby dei banchieri che ancora, nonostante Obama alzi la voce, sembra invece avere delle sponde amiche nella sua amministrazione. Infatti se fossero vere le notizie che circolano, il piano di salvataggio conterrebbe due interventi: acquisizione da parte del governo di alcuni asset “cattivi” e garanzie contro le perdite per gli altri asset. Le garanzie rappresenterebbero un gran regalo agli azionisti delle banche; l’acquisizione potrebbe anche non esserlo, se i prezzi fossero “giusti”, ma probabilmente, come riportano i quotidiani economici, sarebbero basati su “modelli di stima” piuttosto che su prezzi di mercato, e anche in questo caso il governo farebbe un gran regalo a spese dei contribuenti che in cambio non avrebbero niente, solo titoli che varrebbero quanto la carta straccia.

In Italia siamo maestri in questo genere di salvataggi nei quali si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. I contribuenti si accollano i debiti, mentre ad azionisti e manager amici si lasciano i profitti. Vi ricorda niente questo meccanismo? Non vorrei che Obama, oltre all’olio d’oliva marchigiano, finisse per importare anche la finanza creativa all’italiana.