C’è anche chi si dimette

Sottoposto da mesi ad un fuoco di fila di critiche, inchieste, domande del Congresso e della stampa per lo scandalo legato all’acquisizione di Merrill Lynch (vedi archivio, qui, qui e qui), il CEO di Bank of America, Ken Lewis (62 anni), ha annunciato che entro la fine del 2009 lascerà incarico e banca, per godersi un meritato riposo e la sua milionaria buonuscita.

Probabilmente queste dimissioni alimenteranno le preoccupazioni sul futuro e sulla stabilità del colosso bancario. Infatti i malpensanti vanno già in giro insinuando che quando la barca affonda i topi scappano. Noi, che non siamo così cattivi, preferiamo apprezzarne il gesto. Non capita tutti i giorni di vedere un sessantenne mollare la sua poltrona solamente perchè molto chiacchierato. Ogni riferimento ai settantenni nostrani è puramente casuale.

Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

“Non abbiamo alcun dubbio che l’Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza”, ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull’Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L’operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell’anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l’attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un’espansione da costa a costa durata vent’anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

Non vedo, non sento, non parlo

Mentre le borse accolgono festeggiando euforiche il dato del Pil americano nel primo trimestre rivisto a -5,5% invece che al previsto -5,7% (cosa ci sia da festeggiare lo sanno solo gli inguaribili ottimisti), oltretutto con i sussidi di disoccupazione che a giugno raggiungono le 627mila richieste (un incremento di 15mila unità invece dell’atteso declino di 3mila), il Presidente della Fed, Ben Bernanke, compare sul banco degli accusati davanti alla commissione del Congresso che sta indagando sulla fusione tra Bank of America e Merrill Lynch.

Il caso è nato da un’inchiesta – di cui mi sono già ampiamente occupato (qui e qui) – aperta dal procuratore generale di New York, Andy Cuomo, secondo il quale il famigerato duo Bernanke-Paulson fece pressione sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse le crescenti perdite riscontrate nel corso dell’operazione di acquisizione della Merrill Lynch.

Rendere note le perdite di Merril Lynch, che nel quarto trimestre del 2008 ne totalizzò per 15,84 miliardi, avrebbe potuto dare agli azionisti di BofA l’opportunità di bloccare l’operazione e provocare il fallimento di Merrill.

“Non è qualcosa che ogni azionista avrebbe voluto sapere?” fu chiesto a Lewis da un funzionario della Procura. “Non potei” rispose il banchiere, affermando che furono Bernanke e Paulson a dirgli che non dovevano esserci fughe di notizie e che l’operazione doveva essere conclusa ad ogni costo, altrimenti ci sarebbe stato “un grande rischio per il sistema finanziario”.

In realtà, sempre secondo le prove in mano a Cuomo, lo scorso 21 dicembre Paulson disse a Lewis che il governo «avrebbe o avrebbe potuto» rimpiazzare i vertici della banca in caso di annullamento dell’operazione. Qualcosa più di un patriottico richiamo alla salvezza del sistema finanziario.

Oggi Bernanke, come qualsiasi banchiere centrale che si rispetti (chi non ricorda l’audizione del nostro Antonio Fazio davanti al Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio sul caso dei furbetti del quartierino?), ha smentito tutto, in particolare di aver “minacciato” il Ceo di BofA, Kenneth Lewis, perché procedesse come da accordi con l’acquisto della casa di brokeraggio. “Non sono stati posti alcuni limiti alle informazioni che BofA poteva rendere pubblici”, ha sostenuto Bernanke. “La responsabilità per l’informazione al pubblico è stata lasciata in toto a BofA”.

Ma l’arringa di Bernanke non si è fermata qui. Riprendiamo da Milano Finanza:

[Bernanke] ha negato di aver fatto pressioni su BofA per trattenere la banca dal fornire informazioni negative su Merrill Lynch. “Nè io, nè altri membri della Fed”, ha proseguito, “abbiamo mai ordinato, istruito, o consigliato Bank of America per impedirle di divulgare pubblicamente qualsiasi informazione riguardante Merrill Lynch”.

Nei giorni scorsi i repubblicani membri della commissione hanno diffuso delle e-mail, scritte da alti esponenti della Fed, dalle quali è emerso che la Banca centrale ha omesso di rendere pubbliche le sue posizioni sul caso e, secondo il repubblicano Issa, Bernanke avrebbe minacciato in “modo inappropriato” di silurare i vertici di BofA, se la banca si fosse tirata indietro dalla fusione con Merrill Lynch.

Ripercorrendo le tappe dell’intera vicenda, Bernanke ha ricordato come il 17 di dicembre la dirigenza di Bank of America avesse preso in considerazione l’idea di non procedere con l’acquisto di Merrill Lynch alla luce dei pesanti buchi che stavano emergendo nei suoi bilanci. “Questa informazione ha portato a una serie di incontri e discussioni tra Bank of America, le agenzie di controllo e il Tesoro”, ha deto Bernanke.

Durante queste conversazioni, “Kenneth Lewis ci informò che Bank of America stava considerando la possibilità di invocare la clausola nota come Material Adverse Event, o Mac, per rescindere il contratto di acquisizione. In risposta a Bank of America, io manifestai la mia preoccupazione che invocare la clausola Mac avrebbe comportato non solo grossi rischi per il sistema finanziario nel suo complesso, ma anche per Bank of America stessa, e questo per tre ragioni”.

La prima ragione indicata è l’incertezza provocata da un eventuale fallimento dell’operazione avrebbe scatenato una crisi di sistema ancora più grave che avrebbe potuto destabilizzare la stessa Bank of America oltre che ovviamente Merrill Lynch. In secondo luogo, invocare la clausola Mac dopo tre mesi di due diligence e di dichiarazioni in cui i vertici di Bofa si erano espressi sui vantaggi dell’integrazione, avrebbe generato dubbi nei mercati sulla capacità del gruppo di procedere a operazioni di rilievo.

In terzo luogo “sulla base delle analisi legali del nostro staff, noi ritenevamo che fosse alquanto improbabile che Bank of America potesse invocare con successo la clausola Mac e questo l’avrebbe esposta a pesanti penali”. La tesi di Bernanke è dunque di aver esercitato pressioni, nell’ambito della legittimità, ma solo per favorire i migliori interessi di Bank of America in primo luogo e dell’intero sistema finanziario in ultima istanza.

La decisione di procedure con la fusione è rimasta giustamente nelle mani del board di Bank of America e loro, tuona il numero uno della Fed, avevano l’obbligo di compiere le scelte ritenute nel migliore interesse dei loro azionisti e della loro azienda. “Personalmente non ho detto alla dirigenza di Bank of America che la Federal Reserve avrebbe intrapreso azioni con il board o il management se avessero deciso di procedere invocando la clausola Mac”.

In particolare, si è difeso Bernanke, “non ho dato mandato a nessuno di far sapere a Bank of America che la Federal sarebbe intervenuta se posta di fronte a queste circostanze. Ho ritenuto, insieme ad altri, che invocare la clausola Mac in questo caso avrebbe comportato rischi significativi per Bank of America, oltre che per Merrill Lynch e per l’intero sistema finanziario, è questa la preoccupazione che ho espresso a Lewis e ai suoi colleghi”.

Sappiamo come andò a finire Antonio Fazio con il gioco delle tre scimmiette. Oggi tocca al suo omologo a stelle e strisce? Non sarà certo un caso che in molti blog americani si parli ormai sempre più apertamente di una sua sostituzione. Lasciatemi però esprimere qualche perplessità sul nome che si sussurra come suo sostituto. Quello della volpe del premiato duo Geithner-Summers. Chissà se anche gli americani hanno qualcosa di simile al nostro detto “finire dalla padella nella brace”?

Bank of America, prove tecniche di nazionalizzazione

Continua la fuga di notizie pilotata sugli stress test, così tanto per vedere l’effetto che fa lo spauracchio della nazionalizzazione delle maggiori banche americane. Dopo Citi e Fargo è la volta di BofA, ma questa volta, secondo il Wall Street Journal, la cifra è da far tremare i polsi al già traballante Ken Lewis. Non sono 10 o 20 ma ben 35 i miliardi di dollari che dovrebbe raccogliere il gigante americano per mettersi al riparo il prossimo anno da un ipotetico, quanto più che probabile, scenario economico e finanziario avverso.

BofA ha già ricevuto 45 miliardi di dollari di aiuti dal governo americano attraverso il TARP, il piano di salvataggio predisposto da Paulson e Bush, con l’attenta supervisione di quello che di lì a poco sarebbe stato nominato Segretario del Tesoro della nuova amministrazione Obama, Timothy Geithner. Parte di quei soldi sono serviti anche a comprare Merrill Lynch, acquisizione che oggi è nel mirino del Procuratore Generale di New York, Andrew Cuomo, (vedi le due puntate che ho dedicato ai “Pirati di Wall Street“) e che ha fatto perdere la poltrona di presidente, pur conservando quella di amministratore delegato, con relativo stipendio, al sempre più contestato Ken.

Oggi il WSJ fa notare che i capitali che servirebbero a BofA per mettersi in regola eccederebbero quelli che la banca potrebbe raccogliere vendendo degli asset o altre azioni al pubblico. La conseguenza è che la banca non potrebbe avere altra scelta che convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. Questo porterebbe il capitale del gruppo al livello stabilito dalle autorità ma farebbe anche del governo il primo azionista di maggioranza di Bank of America. Il destino di BofA sembra ormai segnato, così come quello delle sue altre sette o otto sorelle, con Citi e Fargo in prima fila, nonostante ci sia da aspettarsi che l’irriducibile Warren Buffet venda cara la pelle.

Intanto Ben Bernanke camomillo continua la sua opera di tranquillizer dell’opinione pubblica e dei mercati in una ampia conferenza stampa tenuta ieri prima della sua audizione al Congresso sullo stato di salute dell’Unione e sulle previsioni per il sistema economico e finanziario a stelle e strisce. La parola d’ordine è enfatizzare i rari e teneri germogli che spuntano dal gelo e rassicurare tutti che tornerà la primavera, prima o poi.

Il presidente della Fed continua ad aspettarsi che l’attività economica raggiunga il fondo e poi inizi la ripresa entro fine anno. Elementi chiave di questa previsione sono le sue valutazioni che il mercato immobiliare stia iniziando a stabilizzarsi e che l’intensa liquidazione delle scorte rallenterà entro i prossimi due trimestri. La domanda finale dovrebbe essere anche sostenuta dallo stimolo fiscale e monetario. Un punto importante è che questa previsione prevede come condizione di continuare con il graduale risanamento del sistema finanziario; una ricaduta produrrebbe significativi effetti sull’attività economica e potrebbe causare uno stallo nella prossima ripresa.

Anche dopo l’inizio della ripresa, il tasso di crescita della reale attività economica – dice Bernanke – rimarrà probabilmente al di sotto del suo potenziale di lungo termine per un pò, implicando che l’attuale lentezza nell’utililizzazione delle risorse si incrementerà ulteriormente. “Ci aspettiamo che la ripresa solo gradualmente guadagnerà slancio e la fase di stanca dell’economia migliorerà lentamente. In particolare, le imprese saranno probabilmente prudenti riguardo ai costi del lavoro, il che implica che il tasso di disoccupazione potrebbe rimanere alto per qualche tempo, anche dopo che ricomincerà la crescita economica”. Conclude questa prima parte con una profezia: “In questo quadro, anticipiamo che l’inflazione resterà bassa”.

Segnali di miglioramento arrivano anche dal sistema finanziario, anche se “la tensione rimane alta” spiega Bernanke che poi si dilunga in una divulgazione didascalica dell’azione di Fed e Tesoro nell’opera di risanamento del settore, senza aggiungere alcuna novità a quanto già ampiamente risaputo e guardandosi bene dal dare un minimo dettaglio sulle 19 banche che sono state sottoposte agli “stress test”.

Finale comico dell’incontro con i media, con la rivendicazione e la promessa di una sempre maggiore trasparenza da parte della Fed, proprio nelle ore in cui scoppia l’ennesimo scandalo che interessa direttamente proprio la Fed.

Nei giorni scorsi si è venuti infatti a sapere che Stephen Friedman, presidente della Fed di New York, non ha venduto il proprio pacchetto di azioni Goldman Sachs (di cui è stato presidente fino al 1994, ed è tuttora consigliere di amministrazione) quando quest’ultima si è trasformata in una holding bancaria, divenendo quindi soggetta alla giurisdizione della Fed.

Friedman aveva chiesto alla Fed una speciale esenzione al divieto di possedere azioni di un istituto da essa (in teoria) regolato ma, in attesa dell’autorizzazione, come un qualsiasi furbetto del quartierino, ha pensato bene di incrementare il proprio pacchetto, con acquisti a dicembre 2008 e gennaio di quest’anno, senza svelare tale operatività. In fondo, è risaputo, tutto il mondo è paese.

Tempi duri per i banchieri

Una folla inferocita di azionisti ha contestato duramente, fuori e dentro il teatro dove si svolgeva l’Assemblea annuale, il Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis. Un gruppo organizzato ha anche presentato una mozione con la quale si chiedeva che il padre-padrone di BofA rinunciasse almeno alla carica di CEO e si nominasse una figura indipendente. L’inossidabile Ken è passato come un carrarmato sulle critiche, infischiandosene delle urla e delle richieste di dimissioni rivendicando come un merito le operazioni contestate in particolare quelle di acquisizione di Countrywide e Merrill Lynch ma ha dovuto cedere alla fine almeno la poltrona di presidente.

E’ andata peggio, qualche giorno fa, all’assemblea di Fortis, dove una fronda di piccoli azionisti fermamente contrari alla cessione di una parte dell’istituto ai francesi di Bnp Paribas ha minacciato seriamente l’esito della riunione. Un grosso gruppo di azionisti si è alzato, avvicinandosi al palco dove si trovavano i dirigenti urlando “Dimissioni!”, “Venduti”, o “Democrazia” ed alcuni hanno addirittura lanciato documenti, scarpe e monetine e la riunione è stata sospesa. Sequestrate scarpe e monetine l’Assemblea è ripresa più tardi con l’approvazione della cessione a Bnp Paribas nonostante la contestazione degli irriducibili al grido di “Siamo belgi, non siamo francesi”.

C’è da capirli oggi i contestatori, ma dove si erano nascosti quando nemmeno due anni fa approvarono il megalomane piano di acquisizione di Abn Amro che costò alla banca belga-olandese oltre 20 miliardi di euro? All’epoca erano impegnati a stendere tappeti di velluto rosso al Presidente ed al CEO, non certo a tirare loro, come avrebbero invece dovuto, scarpe e monetine. La storia si prende sempre le sue rivincite. E’ la legge del contrappasso, e qualcuno, anche in Italia, riceverà presto una bella lezione. Indovinate di quale banca e di chi parlo.

Pirati di Wall Street (2)

Dedico una seconda puntata di aggiornamento allo scandalo scoppiato ieri a proposito delle pesanti pressioni del Presidente della Fed, Ben Bernanke, e dell’ex Segretario del Tesoro, Henry Paulson, sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse la reale situazione di Merrill Lynch agli azionisti e quindi perchè andasse avanti comunque nell’operazione di acquisizione della stessa. Questo non prima di essermi scusato per aver linkato nel post di ieri ad un articolo successivo del WSJ e non a quello cui facevo riferimento. Ora ho cambiato il link, rimettendo le cose a posto.

E sembra aver rimesso le cose a posto anche il WSJ che, dopo una prima lettura giustificazionista, con il succedersi delle notizie e dei dettagli sulla sporca faccenda, è stato costretto a cambiare il tiro prendendo atto della gravità dello scandalo che tocca uno dei principi sacri su cui si basa la religione economica americana e di cui il quotidiano, la Bibbia di Wall Street, si picca di essere vestale e fedelissimo custode: la separazione fra settore pubblico e privato.

Ieri dunque il WSJ aveva diffuso in anteprima alcuni stralci dell’interrogatorio di Ken Lewis davanti alla Procura Generale dello Stato di New York, scrivendo che in circostanze normali le banche dovrebbero avvertire i propri azionisti di ogni aspetto finanziariamente rilevante. Ma questi non sono tempi normali, chiosava l’autorevole quotidiano. La fuga di notizie diventava a questo punto una valanga, alimentata dallo stesso Procuratore Generale, Andrew Cuomo.

Cuomo infatti non restava con le mani in mano e rendeva pubblica una serie di documenti, compresa la testimonianza dello stesso Lewis sui bonus ai dirigenti di Merrill Lynch, e i verbali dell’incontro straordinario del cda di Bank of America in cui venne approvato l’acquisto della stessa Merrill. La vera bomba però arriva più tardi, quando Cuomo rendeva nota la lettera, spedita sempre ieri ad alcuni leader del Congresso e alla presidente della commissione di controllo sul fondo Tarp, sul ruolo di Paulson nella vicenda, e sulle minacce nei confronti di Lewis. Nella lettera Cuomo riferisce di aver scoperto che lo scorso 21 dicembre Paulson disse a Lewis che il governo «avrebbe o avrebbe potuto» rimpiazzare i vertici della banca in caso di annullamento dell’operazione. Questo il contenuto del documento riportato da Milano Finanza:

Nella ricostruzione del procuratore, Lewis e Paulson discussero della possibilità che il Tesoro fornisse ulteriori aiuti a Bank of America. Il 22 dicembre Lewis comunicò al cda la decisione di non cercare l’annullamento dell’accordo con Merrill, ma anzi di raccomandare al cda stesso di dare il via libera all’acquisizione. Addirittura nei verbali del cda della banca si legge che il consiglio stesso «non fu influenzato dalle dichiarazioni del governo che il cda e il management sarebbero stati rimossi dall’incarico se la banca avesse mancato di completare l’acquisizione di Merrill». In un verbale della settimana successiva, secondo la ricostruzione di Cuomo, il cda di Bank of America sostenne che avrebbe chiesto di rinegoziare l’accordo con Merrill «se non fosse stato per i seri timori sullo stato di salute del sistema finanziario americano, e delle conseguenze negative che una simile situazione avrebbe avuto sull’azienda stessa come fatto presente dal segretario al Tesoro». E la Sec, rivela Cuomo, venne tenuta all’oscuro di tutta la vicenda.

Che la Sec sia tenuta all’oscuro o chiuda gli occhi non è poi più una così grande novità, Madoff insegna, ma il conflitto d’interessi, quando controllato e controllore si confondono e confondono i ruoli, non è una prerogativa solo italiana. Niente di nuovo sotto il sole dunque.

Nè mi sorprenderebbe che negli sviluppi della storia Paulson possa fare una chiamata a correo nei confronti di Geithner che partecipò con tutti gli oneri e gli onori alla gestione di questa crisi sin dai suoi inizi. Siamo alla resa dei conti finale e questa vicenda si intreccia con quella delle torture a Guantanamo nella ricerca dei responsabili ai più alti livelli. Una resa dei conti senza esclusione di colpi.

Si è ormai messo in moto un meccanismo inarrestabile, nemmeno Obama potrebbe fermarlo, nonostante il suo pendolare tra moralizzazione e copertura dei responsabili di simili nefandezze e benchè sia ormai chiaramente ostaggio dei banchieri di Wall Street. Il Watergate, in confronto, sembrerà una favoletta per bambini.

Pirati di Wall Street

Un’altra follia di questi giorni, che d’ora in poi chiameremo normalità, è quella che ci racconta oggi, quasi giustificandola, il Wall Street Journal: il famigerato duo Bernanke-Paulson fece pressione sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse le crescenti perdite riscontrate nel corso dell’operazione di acquisizione della Merrill Lynch.

In circostanze normali le banche dovrebbero avvertire i propri azionisti di ogni aspetto finanziariamente rilevante. Ma questi non sono tempi normali, chiosa la Bibbia di Wall Street. Infatti, come vediamo ogni giorno che Dio ci manda, tutto è permesso a questa specie di Spectra internazionale, tant’è che i banchieri gangster, il loro ministro ombra Geithner, la Fed e tutto il loro esercito di funzionari, biografi e opinionisti più o meno embedded hanno trasformato Wall Street nell’isola della Tortuga e il mercato finanziario nel dominio incontrastato dei Fratelli della Costa.

Lascio a voi assegnare le parti del simpatico Jack Sparrow, del cattivissimo Capitan Barbossa e dell’orribile Kraken. C’è l’imbarazzo della scelta, ma non per chi interpreta il ruolo di giustiziere implacabile: il procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, il quale ha avuto il coraggio di affrontare questa feccia, continuando a disegnare imperterrito un quadro sempre più dettagliato e sorprendente delle vicende finanziarie di questi ultimi mesi.

Rendere note le perdite di Merril Lynch, che nel quarto trimestre ne totalizzò 15,84 miliardi, avrebbe potuto dare agli azionisti di BofA l’opportunità di bloccare l’operazione e provocare il fallimento di Merrill.

“Non è qualcosa che ogni azionista avrebbe voluto sapere?” è stato chiesto a Lewis da un funzionario della Procura. “Non potei” ha risposto il banchiere, affermando che furono Bernanke e Paulson a dirgli che non dovevano esserci fughe di notizie e che l’operazione doveva essere conclusa ad ogni costo, altrimenti ci sarebbe stato “un grande rischio per il sistema finanziario”.

L’investigatore lo incalza: “Non fu Paulson, con precise istruzioni, a volere in realtà che gli azionisti di BofA si facessero carico di buona parte delle perdite accumulate da Merrill?” La risposta di Lewis è un capolavoro: “Nel breve termine sì” ma aggiunge di ritenere che l’idea di Paulson fosse quella di prevenire un disastro nel sistema finanziario americano.

Sempre pronti a scomodare patria e bandiera, questi banchieri, quando si tratta di salvare il loro putrefatto sistema di potere, ovviamente a spese dei cittadini, siano essi risparmiatori, azionisti o semplici contribuenti. O furbetti del quartierino o pirati di Wall Street ad ogni latitudine parlano sempre la stessa lingua e battono sempre la stessa bandiera.