Non è tutto oro quello che luccica

L’antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l’accusa di manipolare il prezzo dell’oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d’oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell’oro.

L’iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.

Se il mercato dell’oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.

La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell’oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.

Per Barrick, che prevede che i prezzi dell’oro si manterranno in crescita, l’operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l’eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.

Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell’oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.

A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell’oro di questi giorni, visto che l’operazione Barrick implica l’acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.

La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.

After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.

Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

Banche di sabbia o castelli di carte?

Dopo i “ricchi” risultati trimestrali di Goldman Sachs e JPMorgan arrivano quelli meno brillanti, ma meno del previsto, di Citigroup e Bank of America. Anche qui il trucco c’è e si vede, sebbene gli analisti e le borse facciano finta di non vederlo.

Citigroup ha conseguito un risultato netto di 4,3 miliardi di dollari, in deciso recupero rispetto alla perdita netta di 2,5 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma la banca è riuscita a realizzare una simile performance grazie ad un’entrata straordinaria di 6,7 miliardi di dollari derivante dalla vendita della divisione Smith Barney a Morgan Stanley. Se i numeri non sono un’opinione, Citigroup, senza questa cessione avrebbe riportato esattamente la stessa perdita dello scorso anno.

Invece gli utili netti di Bank of America nel secondo trimestre, calcolati tenendo conto dei dividendi pagati al governo Usa per i suoi prestiti, calano del 5,9% a 3,2 miliardi di euro (33 cent ad azione). Il risultato è superiore ai 28 cent attesi dagli analisti. Ma anche in questo caso non è tutta farina del suo sacco dato che la crescita del fatturato deriva dalla fusione con Merril Lynch.

Per i risultati di Goldman Sachs e JPMorgan vi rimando ai recenti post di Marco Sarli, che, tra l’altro ci ricorda che

…la maggior parte degli utili vengono dalla cosiddetta attività di trading, quell’attività che consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa sia valutabile…

Insomma, come prima, più di prima, si continua a giocare in un mondo di carta, come se nulla fosse mai successo, in attesa del prossimo crash. O, per dirla alla Robert Reich, i due giganti troppo grandi per fallire, rimasti gli unici padroni del Casinò, giocano a poker con le fiches fornite dai contribuenti americani e stabilendo in proprio le regole del gioco.

Le Big 4 verso la nazionalizzazione

Avevo già scritto del dilemma che attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato all’epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l’argomento con dei dati. Uno studio dell’autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l’ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall’effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla “cultura” americana dall’amministrazione Obama che, in realtà, abbiamo visto, è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street, strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le incertezze della politica e l’estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo “stress test” – la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro – mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l’intervento pubblico.