Aspettando l’Islanda

A quel lettore che mi ha interrogato a proposito di MBS e CDO e al quale ho risposto tra il serio e il faceto parlando di ADM (Armi di Distruzione di Massa) vorrei anche aggiungere che in sè stessi i cosiddetti derivati, considerati singolarmente e laicamente, non sono strumenti del demonio, ma rispondono e avrebbero dovuto rispondere a delle reali esigenze finanziarie. La cartolarizzazione, gli swap, gli ABS e compagnia cantante non sono stati la causa della crisi. E’ l’uso che ne è stato fatto, l’esasperazione, l’impacchettamento infinito di più strumenti dentro altri sofisticati prodotti di ingegneria matematico-finanziaria che ha prodotto una formidabile e incontrollabile leva finanziaria fondata sul debito secondo un gigantesco schema Ponzi dove questa volta con il cerino in mano sono rimasti non solo milioni di investitori e di istituzioni ma anche gli stessi Creatori, le banche, e non solo quelle americane, anzi, a quanto pare, quelle europee, come vedremo, sono messe anche peggio.

Questa follia alimentata dall’avidità umana è durata quasi un trentennio, sostenuta dalla politica di deregolamentazione dei mercati iniziata con Reagan, fatta propria ed accentuata dal “democratico” Clinton e portata all’esasperazione fino alla sua implosione nelle due ultime amministrazioni di Bush figlio. Oggi anche coloro che sono al capezzale del malato e ai quali ci affidiamo per la sua guarigione, sono stati tra i maggiori responsabili di questa crisi, da Bernanke a coloro che fanno parte dello staff economico del presidente Obama, i vari Summers, Rubin e Geithner, ai banchieri rimasti ai loro posti a godere di stipendi milionari, il che ci lascia alquanto scettici dovendo anche constatare che la strada intrapresa è quella di mettere qualche pannicello caldo al paziente, nella speranza di poter tornare al più presto ai bei tempi andati come se nulla fosse successo e all’insegna del mai tramontato principio di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

Ma, come dicevo all’inizio, l’Europa è messa peggio degli stessi Stati Uniti e forse dovremmo farcela finita di dare sempre la colpa della tempesta perfetta ai nostri cugini d’oltreoceano o come si dice, al mondo anglosassone, perchè se è vero che l’esplosione della bolla dei subrime l’ha scatenata, tutto il mondo e l’Europa in particolare ha galleggiato euforica su quella bolla per anni o, se volete, ha continuato a ballare sul Titanic nonostante le grida d’allarme di chi vedeva, tra le nebbie generate dalla follia, delinearsi la sagoma minacciosa dell’iceberg. Su dati e situazione europea consiglio la lettura di questo articolo pubblicato qualche giorno fa da Lavoce.info.

La produzione industriale è diminuita, rispetto ai massimi livelli raggiunti, del 18 per cento nella zona euro contro il 13 per cento negli Usa. Nell’aprile 2008, il Fmi prevedeva, per il 2009, un tasso di crescita dello 0,6 negli Stati Uniti e dell’1,2 nella zona euro. Oggi, prevede un calo del Pil del 2,8 negli Usa e del 4,2 in Europa.

Il Fmi ha appeno rivisto le sue stime sulle perdite delle banche e sulla necessità di capitali freschi. Stima che, nel periodo 2007-2010, le banche europee (zona euro e Gran Bretagna) subiranno perdite per 1.200 miliardi di dollari dei loro attivi, contro i 1.050 negli Stati Uniti.

Ma soprattuto, rispetto a questo ammontare, le banche europee hanno accertato a oggi perdite per 260 miliardi di dollari (meno di un quarto) contro i 510 miliardi degli Stati Uniti. Le banche europee, dunque, dovrebbero ricapitalizzare per 500 miliardi di dollari, quelle statunitensi per 275 miliardi.

In poche parole, le banche europeee hanno ancora due terzi del cammino di fronte a loro, mentre quelle americane sono già a metà strada. Ma dove sono finiti i titoli tossici? Chi li ha in pancia? Dov’è l’esposizione maggiore?

Domande che dovrebbero interessarci molto tutti quanti, ministri delle Finanze e Bce in testa ma che invece restano inevase. Fino a quando – e non sembra mancare molto – esploderà la bolla, destinata a innescare anche la crisi assicurativa: allora sì che le agenzie di rating avranno un bel da fare con i downgrading e i governi con i tentativi di tamponare la situazione.

Ma i soldi non ci sono e se anche ci sono portano con sé un devastante effetto collaterale, il default sul debito sovrano: controllate i cds dei vari Stati europei nelle prossime giornate, lasciate stare indici azionari e valute. La speculazione è ripartita in grande stile, si va sulla giostra con i petrolio e si scommette short sui cds: significa che i fondamentali stanno saltando o sono già saltati. Ma qui, nella sicura casa europea, tutto tace.

Non disturbate il manovratore, please! Almeno fino alle europee, poi ci sarà davvero da ridere nel vedere l’asse renano cercare di salvare le proprie banche e i neo-membri dell’Est cercare l’appoggio britannico per evitare di andare a gambe all’aria. Un esempio? Seguite l’andamento dei cds ungheresi, vi farete un’idea da soli.

Già l’Ungheria, sarà la nuova Islanda? O toccherà all’Austria? Unicredit e Intesa non hanno niente da dire su Budapest e Vienna o possono tranquillamente fare proprio il più idiota di tutti gli slogan del nostro governo, “ne usciremo meglio degli altri paesi”?

Anche Intesa Sanpaolo chiede aiuto allo Stato

Dopo che Berlusconi ha affermato per l’ennesima volta a Bruxelles che il sistema creditizio italiano è solido e non ha bisogno di aiuti di stato, anche Intesa Sanpaolo segue l’esempio di Unicredit (4 miliardi di euro) e Banco Popolare (1,45 miliardi) e si mette in fila per avere 4 miliardi sotto forma dei cosiddetti Tremonti Bond, che altro non sono che un aiuto di stato.

Per la verità Corrado Passera, l’amministratore delegato della banca, pochi giorni fa aveva giudicato come “demagogiche” le condizioni per accedere a questo prestito ma evidentemente avere 4 miliardi a buon mercato fa sempre comodo quando i ratios di patrimonializzazione scendono a livelli di guardia. Con questa iniezione di liquidità arriverà a un tier 1 del 7,4% sempre ben al di sotto di quell’ 8 per cento che è la soglia minima sopra la quale si trovano tutte le banche americane ed europee concorrenti. Lo stesso discorso vale per Unicredit e Monte Paschi Siena, la prossima richiedente.

Si dirà che le banche italiane non hanno titoli tossici in bilancio. Ma sia Unicredit che Intesa sono esposte per molti miliardi nei confronti dei paesi dell’est e comunque, abbiamo visto, il loro patrimonio, insieme a quello di Monte Paschi Siena, dovrebbe essere svalutato di un buon 70-80 per cento se fossero applicate le stesse regole che vengono utilizzate per gli “stress-test” delle loro concorrenti straniere. Quello della solidità delle banche italiane è rimasto un cavallo di battaglia solo del nostro premier, una delle tante barzellette che racconta nei vertici agli altri leader europei.