Italia, esempio per gli Stati Uniti!

E’ da un po’ di tempo che sul blog di Paul Krugman compaiono dei post nei quali l’economista cerca di porre un freno all’isteria dilagante sul debito pubblico. In uno degli ultimi aveva anche pubblicato il grafico qui sotto, nel quale metteva a confronto il rapporto tra il debito netto e il Pil (GDP) di Belgio, Italia, Giappone e ovviamente Stati Uniti.


Krugman ci ritorna sopra perchè molti lettori gli chiedono per quale motivo mette a confronto con gli Stati Uniti paesi che si trovano nei guai, ma questa volta esagera. Questo è il punto, dice, e aggiunge: “il Belgio è politicamente debole a causa della divisione linguistica; l’Italia è politicamente debole perchè è l’Italia. Se questi paesi fanno crescere i debiti oltre il 100 per cento del Pil senza essere massacrati dai ‘bond vigilantes’, vuol dire che anche noi possiamo”.

Già pronto il prossimo spot del governo italiano con Krugman come testimonial: in marcia verso un futuro radioso grazie al debito. What else?

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un’aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall’amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all’economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell’inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell’anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione – calo dei consumi e della produzione – disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l’inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d’inflazione in ogni dato e grida “al lupo al lupo”, il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un’aspettativa dell’allargamento del deficit pubblico e dell’inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c’è stata una consistente crescita del tasso d’interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l’inflazione. E naturalmente l’aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell’inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai “preoccupatori” di professione.

Update. Stamattina devo aver azzeccato l’argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell’economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c’è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

Inflazione o deflazione?

Scontro tra Titani: sul New York Times di oggi l’economista americano Allan Meltzer si preoccupa per l’inflazione, Paul Krugman per la deflazione.

Meltzer afferma che “nessun paese, affrontando enormi disavanzi di bilancio, la rapida crescita dell’offerta monetaria e la prospettiva di un costante svalutazione, ha mai sperimentato la deflazione. Questi fattori sono messaggeri di inflazione”. Krugman gli risponde di fioretto con una lezione di storia, il grafico della giapponese “decade perduta”. Touché.

Quando la cura è peggiore del male

Visto che nessuna misura antirecessiva sembra avere successo, a Ben Bernanke, alias Bernspan (personaggio mitologico frutto di un incrocio genetico tra Bernanke e Greenspan, suo più famoso predecessore alla presidenza della Federal Reserve), non rimaneva che stampare moneta per “rivitalizzare” i mercati. E’ quanto farà secondo l’annuncio dato ieri di voler acquistare 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro e ulteriori 750 miliardi in titoli garantiti da mutui.

Dopo una prima reazione positiva oggi Wall Street risponde con il rosso.

Gli analisti parlano di paure su un possibile balzo dell’inflazione nel lungo termine a causa delle decisioni della Fed. “Non si tratta soltanto di quanto altro possano mettere in atto, ma delle conseguenze che tutte le loro manovre avranno”, dice Alan Lancz, presidente di una società di consulenza sugli investimenti con base in Ohio. (Reuters)

Come dire, le autorità finanziarie stanno facendo tutto e il contrario di tutto, dando l’impressione di non saper più che pesci prendere per salvare un sistema ormai inesorabilmente fallito. Anche le Borse, a volte, seguono una loro logica razionale.

C’è comunque chi, nella follia generale, conserva ancora un pò di lucidità:

The inflation part is a leap of faith. If inflation is driven by the so-called “output gap,” i.e., how far the US economy is below potential output, then prices will not increase much, the yield curve steepens moderately, and banks make out like bandits (it’s just an expression).

But if the whole world is moving more into an emerging market-type situation then (a) inflation expectations become deanchored (central bank jargon for “really scary”), (b) potential output falls as we massively deleverage, and (b) people move increasingly into alternative assets – storable commodities spring to mind – and we get some serious inflation.

If oil prices jump, then we have an even bigger inflation problem. Oil is not storable, supposedly. But if you can explain to me exactly why oil prices rose as they did during the first part of 2008, despite the slowing global economy, I might be greatly reassured that we are not heading immediately into a runaway inflation spiral.

Si, potremmo sentirci tutti più rassicurati, soprattutto se i pompieri chiamati a spegnere l’incendio non fossero gli stessi che hanno appiccato il fuoco e non cercassero di salvare solo i banchieri.