Le notizie che le borse non vogliono sentire

C’è una notizia che è passata quasi inosservata in questi giorni: i clienti di Cerberus stanno ritirando i loro soldi dall’hedge fund. Parliamo di 5,5 miliardi di dollari o di circa il 71% degli asset dell’hedge fund.

Quando investitori e depositanti chiedono l’immediato ritiro del 71% dei loro risparmi c’è un modo solo per definire la cosa: si chiama assalto agli sportelli.

Regolamentazione, anche la Svezia scende in campo

La Svezia proprio nel giorno in cui inizia il suo semestre alla presidenza dell’Unione Europea si schiera in difesa degli hedge fund e delle società di private equity, entrando a gamba tesa nel dibattito sulle riforme del settore finanziario, fortemente volute da Francia e Germania.

«C’è un timore eccessivo che i fondi di private equity portino con sé rischi esagerati – ha affermato il ministro delle finanze di Stoccolma Mats Odell – . Ma a scatenare la crisi non sono state né le società di private equity né gli hedge funds. In alcuni Paesi, tuttavia, il dibattito politico ha dipinto questi ultimi come la causa del problema. Non intendo dire che i fondi private equity e gli hedge non vadano regolati ma ritengo che il nostro obiettivo sia quello di regolamentare il settore, non quello di ucciderlo».

La presa di posizione di Stoccolma sancisce definitivamente la prevista spaccatura creatasi in Europa tra i sostenitori della linea dura, Germania in testa, e i promotori di una regolamentazione più leggera guidati idealmente dalla Gran Bretagna. In un discorso pronunciato a Berlino, il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück ha apertamente accusato Londra di voler opporre resistenza ai propositi regolamentari dell’Unione nel timore di veder scemare la sua posizione di leadership nel mercato finanziario continentale.

Ma come stanno veramente le cose? Scrivevo in tempi meno sospetti, il 25 febbraio scorso (La banda degli onesti), in occasione di un vertice a Berlino in cui gli hedge fund furono chiamati in causa come tra i maggiori imputati dell’attuale disastro finanziario:

Ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle tanto “regolamentate” banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n’è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Quando colpirà la nuova ondata della tempesta perfetta?

Mentre le borse continuano a interpretare positivamente tutti i dati negativi o a truccarli, giusto per dare il tempo ai grandi gruppi bancari di ricapitalizzarsi, secondo Mauro Bottarelli la nuova ondata di crisi è già partita.

L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.

Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lettone rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.

«Se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c’è una soluzione». È quanto ha sottolineato il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, durante un intervento un paio di mesi fa a Bruxelles. Ricordate? E ancora. «Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente».

Da allora, silenzio. Peccato che un paese dell’area euro sia già in default tecnico – l’Irlanda -, un altro sta avvicinandosi a tappe forzate al punto di non ritorno, l’Austria e ora la Svezia rischia di destabilizzarci dall’interno se andrà in default sulla propria esposizione. A dirlo sono i freddi numeri dei cds, l’assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza, sul rischio di default dei vari Stati sul debito pubblico e notizia come quelle giunte l’altro giorno da Riga.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro. E anche Unicredit, a dispetto dell’ottimismo dispensato a piene mani dal proprio amministratore delegato, potrebbe subire perdite consistenti, la “Stalingrado monetaria” prefigurata qualche mese fa dalla stampa austriaca. La terza onda è arrivata, più subdola delle precedenti. Ma certamente non meno letale.

Marco Sarli ieri e oggi mette insieme alcune coincidenze di questi giorni:

1) La clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America.
2) Il fondo posseduto al 100 per cento dall’emirato di Abu Dhabi ha deciso di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva in gran quantità e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute.
3) La chiusura di due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori, una notizia che richiama alla mente il primo segnale della crisi finanziaria in arrivo nel giugno di due anni orsono, quando fallirono due hedge funds facenti capo a Bear Stearns.
4) E perchè no anche l’ignominiosa cacciata dell’ex colosso Citigroup dal Dow Jones.

Siccome anche tre sole coincidenze diventano un indizio, parola di Hercule Poirot,

tutti questi segnali confermano la mia previsione di una nuova e più alta ondata delle tempesta perfetta che dovrebbe abbattersi sul mercato finanziario globale tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, un’ondata che farà definitivamente giustizia di quel davvero poco credibile rally dell’orso o di quel rimbalzo del coniglio morto che tanto inchiostro ha fatto scorrere nelle penne dei giornalisti e degli ‘esperti’ embedded agli interessi di Wall Street e dintorni!

Anch’io mi ci gioco una pizza.

Se l’ABS va in panne

No, non parlo di problemi al sistema frenante di un auto, ma delle famigerate Asset Backed Securities, o appunto ABS, la cui scomparsa dal mercato americano ha portato ad una contrazione dei prestiti al consumo, rendendo ancor più profonda la recessione negli Stati Uniti. Nel quarto trimestre del 2008 non c’e stata addirittura alcuna emissione di ABS collegate alle carte di credito, rispetto ai 23 miliardi di dollari dell’anno precedente.

Il Tesoro statunitense ha perciò annunciato il lancio del TALF, il Term Asset Backed Securities Loan Facility, che erogherà prestiti agevolati agli investitori che acquisteranno cartolarizzazioni con rating AAA- e riferibili a prestiti per l’acquisto di auto, di carte di credito, a prestiti studenteschi e a finanziamenti alle piccole imprese.

I prestiti erogati dal TALF saranno no-recourse, il che significa che il creditore (il Tesoro) non potrà rivalersi sul debitore insolvente aggredendone l’universalità dei beni, ma potrà solo recuperare il credito vendendo il titolo acquistato tramite il finanziamento.

Indovinate chi saranno i beneficiari di questo fiume di dollari (la prima trance è di 200 miliardi di dollari e l’obbiettivo è di generare mille miliardi di dollari in prestiti) sotto costo e a spese del contribuente: ma è ovvio, proprio gli amici banchieri che hanno causato la crisi finanziaria, le investment bank e gli hedge fund, i quali andranno a leva, cioè si indebiteranno a tasso agevolato grazie al TALF, ed acquisteranno le ABS, dando (forse) impulso a un mercato moribondo.

Per esempio gli investitori prenderebbero in prestito 92 milioni per comprare 100 milioni di ABS per sottostanti prestiti auto e sarebbe consentito loro di reinvestire a leva 12 volte tanto con un profitto annuo di oltre il 20% sulle ABS, presupponendo che non ci siano perdite. Per di più la Fed, a differenza di quel che farebbe una banca, non chiederà agli investitori l’emissione di garanzie se il valore di mercato delle ABS scendesse nel corso dei tre anni di vita del prestito.

Questo lampo di finanza creativa però potrebbe incenerire i suoi stessi geniali ideatori. Infatti c’è il rischio del clamore politico che potrebbe essere sollevato se gli investitori, come appare, raccoglieranno grandi ricavi. Da una prospettiva macroeconomica inoltre, il TALF potrebbe distorcere la leva del risparmio dei consumatori ora necessaria per un duraturo recupero economico, e infine c’è il rischio che dreni via liquidità ad altri importanti segmenti del mercato del debito.

Sembra che questa crisi non abbia insegnato nulla. Si ricorre di nuovo al meccanismo perverso che l’ha generata, il debito sul debito, la leva finanziaria. Oggi gli aiuti agli hedge fund domani come ieri i salvataggi e la nazionalizzazione delle banche. E’ come pompare droga nelle vene di un tossicodipendente o del Viagra in un impotente per provocare artificialmente magari una ripresa dei mercati che dia alla gente l’illusoria sensazione che il malato guarirà. Ma purtroppo il malato è allo stadio terminale.

La banda degli onesti

Nel recente vertice di Berlino tra i quattro principali paesi dell’Unione Europea, a cui hanno partecipato anche il presidente della UE, Barroso, il premier olandese, quello spagnolo e quello della Repubblica Ceca, gli hedge fund sono stati chiamati in causa tra i maggiori imputati dell’attuale disastro finanziario.

In particolare sono state proposte norme rigorose per imporre una più stringente regolamentazione, compresi una maggiore trasparenza e la sottomissione alle autorità di controllo. Di fatto questo sarà uno dei principali punti di cui verrà chiesta l’approvazione al summit del G20 di Londra in calendario il prossimo 2 aprile.

Ora ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle “regolamentate” banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n’è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?