Altri numeri

Non sono certo dati macroeconomici che aprono a grandi speranze quelli arrivati oggi dagli Stati Uniti. Una doccia fredda per chi si era scaldato troppo al solicello tiepido della ripresina, anche se le borse fanno finta di niente e continuano ad andare per la loro strada.

Nel settore immobiliare vanno a fondo le vendite di case di nuova costruzione. In Novembre le vendite di case unifamiliari diminuiscono dell’ 11,3% ad una quota annuale attualizzata di 355.000 case, ben al di sotto del previsto calo del 1,2% e delle 425.000 case attese dagli economisti intervistati dal Dow Jones Newswires.

Per noi nessuna sorpresa visto che il risultato era già annunciato dal dato delle vendite delle case esistenti di qualche giorno fa. Le vendite di nuove case, al contrario di quelle di case esistenti, sono registrate con la firma del compromesso e non alla conclusione della vendita. Difatti l’incremento di novembre nelle vendite di case esistenti scontava la corsa all’acquisto di una prima casa , a settembre ed ottobre, dei compratori interessati agli sgravi fiscali, in scadenza ad ottobre, acquisti che però sono stati registrati alla conclusione dei contratti, un mese dopo. Ora gli sgravi sono stati prorogati ad Aprile 2010 ma ormai chi era intenzionato a comprare casa ha concentrato le sue richieste ad ottobre e in futuro non rivedremo certo quei numeri.

Un’altra ragione che ha depresso le vendite di case nuove è stata la forte domanda di case esistenti, cresciuta del 40% rispetto alla fine dello scorso anno, con moltissimi acquisti, approfittando dei fortissimi sconti per gli immobili sottoposti a procedure esecutive. Fenomeno che si amplierà nei prossimi mesi a causa della crescita del numero di case con mutui underwater e delle foreclosure. Non c’è da aspettarsi quindi che nei prossimi mesi l’edilizia residenziale torni ad essere il motore, come dovrebbe, della ripresa economica.

Altri dati che, pur essendo positivi, testimoniano dell’estrema debolezza di questa ripresa, che è tale solo tecnicamente, sono quelli relativi ai redditi e ai consumi, cresciuti al di sotto delle attese degli economisti. I redditi sono cresciuti a Novembre dello 0,4% rispetto al mese precedente, i consumi dello 0,5% mentre le attese erano per incrementi, rispettivamente, dello 0,5% e dello 0,6%. Da notare che il dato dei consumi del mese di Ottobre è stato rettificato in ribasso dallo 0,7% al 0,6%, quello dei redditi dallo 0,2% allo 0,3%.

Gli inguaribili ottimisti, nonostante tutto, anche dopo la revisione del PIL americano nel terzo trimestre ad un modestissimo 2,2%, sono convinti che proprio perchè l’incremento è così debole, il quarto trimestre registrerà una fortissima crescita. Anche a chi è seduto sulla seconda gamba di una W sembra di essere in alto.

Facciamo le carte al 2010

Analisti ed economisti si cimentano in questo fine anno con previsioni che una volta erano prerogativa di astrologi, maghi e lettori di tarocchi. Tra i tanti che si azzardano a divinare un 2010 prospero e felice (dimenticando la piaga della disoccupazione in crescita) e i pochi che rimangono con i piedi per terra scelgo questi ultimi. Quella che segue è la previsione, non certo fantascientifica, degli analisti di Comstock.

Il rally del mercato azionario ha ormai raggiunto un punto in cui si prevede una ripresa a forma di V che invece non è affatto probabile che si avveri. A fare da catalizzatore di tutto questo ottimismo sono una interpretazione rialzista dell’ attuale attività economica, una apparente stabilizzazione del mercato immobiliare e i risultati di diverse aziende che hanno superato le stime previste. Da non trascurare neanche la percezione della forza dell’economia cinese che incide sulla crescita globale e nel movimento verso l’alto di alcuni prodotti di base. Riteniamo che tutti questi punti sono stati sopravvalutati, mentre la paura di perdere il treno che lascia la stazione si traduce in un rialzo speculativo che potrebbe lasciare delusa la maggioranza.

Il fattore chiave da considerare è che la cosiddetta “Grande Recessione” è stata causata da una crisi del credito susseguente ad un boom artificiale e mostra quindi più somiglianza con la grande depressione avvenuta dopo il 1929 o in Giappone dopo il 1989 che con la serie di recessioni sperimentate nel periodo post Seconda Guerra Mondiale. Dopo il crollo del boom delle dot-com nel 2000 a 2002, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse a livelli storicamente bassi per un lungo periodo di tempo, e con l’aiuto di norme permissive sui mutui, complessi strumenti finanziari di cartolarizzazione e irresponsabili agenzie di rating, ha favorito un clima che ha determinato un massiccio boom immobiliare. Le famiglie sono state in grado di incassare l’accresciuto valore delle loro case, attraverso rifinanziamenti e prestiti per la casa, che ha permesso loro di spendere liberamente e ridurre i loro risparmi, anche se la crescita dei salari è stata estremamente lenta. Il boom dei consumi ha portato allo sviluppo a livello mondiale della capacità di soddisfare la domanda artificialmente indotta dal libero flusso del credito che è stato scambiato per abbondanza di liquidità da gran parte degli economisti e degli specialisti di mercato.

Ora il conto deve essere pagato. Nonostante la grave recessione in estate, il consumatore deve ancora adeguarsi a un livello molto più basso di spesa. Se tale livello è finalmente raggiunto l’economia può ancora crescere in maniera robusta, ma oggi non siamo vicini a quel punto. Il massiccio stimolo monetario e fiscale messo in atto nel corso degli ultimi nove mesi ha attenuato la crisi del credito e impedito un collasso globale, ma non ha evitato la necessità per l’economia di riadattarsi ad una nuova serie di circostanze. Siamo ancora di fronte a livelli storicamente elevati del debito, un basso tasso di risparmio delle famiglie e una debole industria edilizia. Riduzione del debito e riportare sù il tasso di risparmio prenderà un periodo di tempo prolungato. Inoltre, a seguito della riduzione della spesa dei consumatori vi è anche un eccesso di capacità che frenerà anche gli investimenti. E non dimentichiamo che le nazioni straniere che per la crescita sono diventate dipendenti dal consumatore americano (leggi Cina) dovranno trovare un’altra strada.

Per spiegare brevemente la natura dei cambiamenti precedenti, considerate quanto segue. Dal 1955 al 1985 la spesa dei consumatori rappresenta tra il 61% e il 64% del PIL. Il 30 settembre, questa percentuale era salita al 71%, un importo che è insostenibile data l’artificiosità del boom che l’ha causata. Perchè la percentuale scenda a un più tradizionale 65% del PIL, la spesa dovrebbe diminuire del 7,8%. Anche se questo non accadrà tutto in una volta, sarà un freno alla spesa dei consumatori per qualche tempo a venire.

Un analogo ragionamento è applicabile al debito delle famiglie e al risparmio. Il debito delle famiglie ha registrato una media del 57% del PIL negli ultimi 55 anni ed era ancora al 64% nel 1995. Da allora, è salito al 98,6% (solo leggermente sotto il suo picco) dando una grande spinta alla spesa. Anche se il debito rimane ad un livello elevato l’assenza di un ulteriore aumento toglie una fonte importante di crescita che c’è stata in passato.

Il tasso di risparmio delle famiglie per lo più è rimasto in un intervallo compreso tra il 7% e l’11% del reddito disponibile dei consumatori nei decenni precedenti al 1992, e ha continuato a scendere fino a circa zero entro il 2008 per poi passare a un corrente 4,4%, non appena i consumatori hanno avviato un processo di limitazione della spesa .. In assenza di un aumento dei valori immobiliari e a causa della quasi totale scomparsa del prelievo derivante dai mutui che, al suo apice, rappresentava un annualizzato 12% della spesa dei consumatori, il tasso di risparmio potrebbe facilmente risalire a un più tradizionale 9%. Questo sarebbe ancora un altro freno alla spesa.

A nostro avviso la ripresa economica è ancora nel reparto di rianimazione e non è sostenibile. I progressi visti fino ad oggi sono quasi interamente dipendenti da programmi governativi temporanei che sono destinati ad essere ridotti al minimo. Non appena l’economia sarà in grado di espandersi per proprio conto. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave — abitazioni, immobili commerciali e spesa dei consumatori — rendono altamente probabile che la crescita economica sarà molto tiepida o cadrà in un’altra recessione.

Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L’esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l’hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti.

Quello degli immobili commerciali – Commercial real estate (CRE) – è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l’economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un’altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese.

La terza gamba del traballante sgabello dell’economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l’8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull’economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all’anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Un altro sviluppo inquietante è la recente comparsa di problemi nel debito sovrano. La rivelazione dell’insolvenza di Dubai World si è risolta in un calo del mercato di un solo giorno, presto liquidata come un evento isolato. Dopo l’emersione dei problemi per i mutui subprime, il mondo avrebbe dovuto imparare che tali eventi non si verificano mai in un vuoto. Dopo la baldoria mondiale del debito basata sulla teoria che gli asset non possono che aumentare di valore, un inaspettato severo calo del valore degli asset ha lasciato i debitori con troppa poca liquidità per onorare i propri debiti. È stato quindi ingenuo pensare che Dubai sarebbe stato l’unico paese a scontrarsi con questo problema e, difatti, altri hanno cominciato a cadere. Fitch ha abbassato il rating sulla Grecia a BBB e S&P ha proseguito con una modifica in negativo di quello della Spagna dal suo corrente rating AA+ . Questa agenzia aveva già declassato i bond portoghesi pochi giorni prima. Le difficoltà di Grecia, Portogallo e Spagna pone la BCE in una posizione difficile. La banca centrale deve fare ciò che è meglio per tutti i 16 paesi membri nel loro insieme, e quando c’è una stretta della politica monetaria le pressioni sui membri deboli aumentano. Non saremmo sorpresi di vedere altre nazioni con difficoltà nel debito, sia nella BCE che in qualsiasi altro posto del mondo.

Noi crediamo che il livello del debito privato e quello del governo degli Stati Uniti sarà diverso per i prossimi quattro o cinque anni, in quanto le autorità tentano di utilizzare il debito pubblico per sostituire il debito privato che è quasi certo diminuirà sensibilmente. Il debito totale degli Stati Uniti è attualmente poco meno di 55 trilioni di dollari (55mila miliardi), composto da debito pubblico per circa 15 trilioni di dollari e debito privato (società statunitensi e privati) di circa 40 trilioni di dollari. Le somiglianze con il Giappone al suo picco economico e di mercato del 1989 ci porta a ritenere che siamo vicini alla stessa “road map” che in Giappone partì da quel momento e continua fino ad oggi. Detto questo, ci aspettiamo che il debito corrente di 15 trilioni di dollari del governo degli Stati Uniti raddoppi a circa 30 trilioni e il debito privato scenda della metà a circa 20 trilioni nei prossimi 4 – 5 anni.

Le somiglianze tra il deleverage del Giappone in corso dal 1989 e quello in atto negli Stati Uniti sono inquietanti. Il debito totale del Giappone in rapporto al PIL è cresciuto dal 270%, quando è iniziato il loro bear market secolare, a circa il 350%, otto anni dopo (1998), per poi scendere all’attuale 110%. Gli Stati Uniti hanno aumentato il loro debito totale / PIL dal 275% del PIL, quando il nostro bear market secolare è iniziato nel 2000, al 375% attuale (10 anni più tardi), e sospettiamo un calo totale del debito simile al Giappone, anche se il debito pubblico giapponese è triplicato durante il loro deleveraging. Il debito pubblico in rapporto al PIL è stato circa il 50% sia negli Stati Uniti che in Giappone, quando il bear market secolare è iniziato. Abbiamo anche il sospetto che il nostro debito pubblico crescerà notevolmente, proprio come ha fatto in Giappone, così come prevediamo il crollo del debito privato. Il debito privato in Giappone è diminuito in modo sostanziale dal suo picco dopo sette anni dall’inizio del suo bear market secolare (passando dal 270% del PIL al 110% attuale). Se gli Stati Uniti dovessero seguire la road map deflattiva del Giappone, ci aspettiamo che il nostro debito pubblico aumenti di circa 7 trilioni di dollari (il debito pubblico netto escluso il debito utilizzato per finanziare la sicurezza sociale), a circa 21 trilioni di dollari e il debito privato diminuisca da circa 39 trilioni di dollari a circa 20 trilioni. Inoltre, il mercato azionario giapponese è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti il loro bear market secolare nel 1987, 1988 e 1989, mentre anche il mercato statunitense è raddoppiato nel corso dei tre anni precedenti l’inizio del nostro bear market secolare nel 1997, 1998 e 1999.

In conclusione, la recessione che abbiamo vissuto non è stata una di quelle tipiche del dopoguerra ma la fine di un’epoca, e per riportare l’economia sulla sua curva di crescita a lungo termine occorrerà un lungo periodo di tempo. Per il mercato azionario, questo comporterà una riduzione degli utili societari e prezzi rapportati agli utili. Alla luce di ciò riteniamo che i grandi incrementi dei profitti previsti per il 2010 e oltre sono di gran lunga troppo alti. E’ probabile che il recente rally sia andato sù più di quanto si possa andare senza una prova che l’economia può recuperare ad un forte ritmo, e riteniamo che probabilmente questa prova non arriverà affatto presto.

Che tempo che fa

Dal Wall Street Journal:

A heavy snowstorm in the eastern U.S. this weekend had some analysts wondering if shoppers would brave the bad weather on this crucial shopping day, typically the biggest shopping day of the year.

Non bastava la crescita della disoccupazione, la spesa insufficiente dei consumatori, il default del Dubai, i rischi del debito sovrano, la Grecia e la conferenza di Copenaghen. Ora analisti ed economisti in ansia per la debolezza della ripresa economica devono fare i conti anche con la neve. Se fossi in loro però non la vedrei in modo così negativo: se non altro questa volta potranno dare la colpa a una tempesta di neve quando riprecipiteremo in un’altra recessione.

Orizzonti di recessione

Come sottolinea Paul Krugman sembrano crescere le probabilità di cadere in una nuova recessione. L’ipotesi di trovarci di fronte a una “double dip recession” o ad una recessione a forma di W non va per la maggiore ma è quella che da tempo tutti i segnali, che mi sforzo di evidenziare un giorno sì e l’altro pure, ci dicono si stia minacciosamente profilando all’orizzonte.

Nonostante borse e mercati continuino ad alimentarsi di speranze e della liquidità immessa a fiumi nel cuore della crisi, ci sono molte ragioni che dovrebbero far riflettere sulla possibilità di una ricaduta. In primo luogo buona parte della crescita che abbiamo visto realizzarsi in questi mesi è dovuta ai programmi di stimolo messi in campo dai governi.

Nel motore del mercato senza la cui ripartenza non c’è speranza di ripresa per il resto del mondo industrializzato, quello degli Stati Uniti, lo stimolo ha già prodotto il suo massimo impatto sulla crescita del Prodotto Interno Lordo e raggiungerà l’apice dei suoi effetti sul livello del Pil a metà del prossimo anno e quindi comincerà ad affievolirsi, ci avverte Krugman.

In secondo luogo, la crescita della produzione manifatturiera è dovuta per larga parte, come ho sottolineato tante volte, alla ricostituzione delle scorte di magazzino e anche questo fattore è destinato a svanire nei prossimi trimestri. Due articoli pubblicati ieri sul Wall Street Journal descrivono bene questi segnali messaggeri di una nuova recessione.

Nel primo, intitolato Si profilano tagli occupazionali allo svanire dello stimolo, si parla delle società costruttrici di grandi vie di comunicazione che, dopo aver completato la maggior parte dei piccoli progetti finanziati dal pacchetto di stimoli economici messo in campo dal governo, stanno cominciando a veder fermarsi le proprie attività, un minaccioso presagio per il debole quadro occupazionale della nazione.

Highway-construction companies around the country, having completed the mostly small projects paid for by the federal economic-stimulus package, are starting to see their business run aground, an ominous sign for the nation’s weak employment picture.

Nello stesso tempo sempre ieri l’Institute for Supply Management (ISM) ha dichiarato che l’indice dell’attività manifatturiera è sceso rispetto al precedente mese di ottobre, passando a novembre da 55.7 a 53.6, sebbene pur sempre al di sopra dei 50 punti che indicano espansione, ma suggerendo che la crescita della produzione sta già rallentando.

Anche Paul Krugman si direbbe più ottimista rispetto a questi segnali preoccupanti se ci fosse qualche indicazione di una sia pur tenue ripresa della domanda privata, dei consumi, degli investimenti produttivi, di qualunque cosa. Ma non c’è nulla che vada in questa direzione. Solo le borse sembrano impermeabili ai venti di tempesta. Ma si sà che proprio nell’occhio del ciclone regna la calma più perfetta.

Update: Thanks to EconomPic

La pelle dell’orso

Le dosi massicce di droga e ottimismo immesse nei mercati sembrano svanire lentamente. In questi giorni fanno irruzione ancora dati macroeconomici che smentiscono gli annunci trionfali di banchieri centrali e capi di governo che davano per morta e sepolta la recessione. Qualcuno si è venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Per noi non è una sorpresa. In questo mondo incantato ogni tanto la realtà si prende le sue rivincite.

Ieri erano arrivati i dati sulla fiducia dei consumatori, più debole di quanto previsto dagli economisti. Oggi è stata la volta del Chicago Purchasing Manager’s Index che mostra un declino al 46,1% in Settembre delle attività produttive, ben al di sotto dei 50 punti di Agosto che è il livello minimo dell’indice che segnala un’espansione delle attività.

Gli analisti si aspettavano che l’indice continuasse a migliorare, a 52 punti, ma la realtà dei numeri li ha risvegliati dal loro delirio: la recessione non è terminata, nonostante i dati rettificati (manipolati direi io) del Dipartimento del commercio raccontino che l’economia si è contratta nel secondo trimestre ad un tasso annuale dello 0,7%, meglio dell’1% atteso. Ma non è forse vero che di rettifica in rettifica si può lastricare il mondo di dati truccati?

Per finire sono in arrivo, Venerdì, i dati del Dipartimento del Lavoro sull’occupazione, ma già sono disponibili quelli forniti da un Istituto indipendente, Automatic Data Processing and Macroeconomic Advisors, che annuncia la perdita di 254.000 posti di lavoro in quest’ultimo mese, più dei 240.000 attesi dagli economisti.

E se non vi basta leggete questa intervista a Robert Shiller, il quale prevede 5 anni (diconsi cinque) di prezzi stagnanti nel settore immobiliare. Per fortuna che il peggio è passato.

Ben, l’indovino

Come i drogati in una fumeria di oppio, le borse volano sotto l’effetto delle dichiarazioni di ieri del governatore della Fed, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è finita. Ma il presidente della Fed è veramente attendibile come Bernacca o dice solo quello che i mercati vogliono sentirsi dire? Tra i tanti commenti che ho letto assegno il primo premio a questo di Barry Ritholtz, deliziosamente ironico e intelligente.

Ben Bernanke ha dichiarato che la recessione è finita.

Questo porta a una semplice domanda: perché dovrebbe importarvi delle sue previsioni sulla recessione?

Basandosi sulla sua esperienza di specialista in previsioni e sul suo acume nell’individuare i problemi economici prima che esplodessero, la sua opinione sull’inizio e sulla fine delle recessioni è, ad essere franchi, irrilevante.

Ricordate che fu Bernanke a descrivere la situazione dei sub-prime, come “contenuta”; è stato lui che ha creduto che la crisi immobiliare non si sarebbe diffusa più ampiamente nell’economia, e fu lui in qualche modo a pensare che la drammatica situazione di Bear Stearns non si ripetesse di nuovo.

Non voglio discriminare Bernanke; dopo tutto, è un economista, e se siete stati attenti, avrete notato che l’intera categoria non ha visto l’arrivo della recessione, la crisi del credito e il collasso del mercato. Potreste anche trovare utile ignorare ciò che la categoria che non è stata capace di prevedere ieri pensa sul domani.

Anche adesso, il presidente della Federal Reserve ha detto che la recessione è “molto probabilmente finita”, non appena i consumatori hanno mostrato alcuni primi segnali di ripresa della spesa. Non importa che tutta questa attività di vendita al dettaglio sia stata stimolata dagli incentivi governativi.

Ora, come investitori, vorrete conoscere il punto di vista economico del capo della Fed, in particolare quello pertinente la sua politica dei tassi di interesse. La cura prescritta ha reso chiaro che è stato deciso che i tassi rimangano bassi per il prossimo futuro, cosicchè questo diventa un non-problema in questo contesto.

Ma le sue previsioni economiche? Non preoccupatevi.

Guardate che non sono stato un critico particolarmente duro col presidente della Fed. Mentre non può essere Paul Volcker, non è nemmeno (per fortuna) Alan Greenspan. E ci sarebbe potuto capitare molto di peggio che avere uno studioso della Grande Depressione e anche un pensatore fuori dagli schemi come il capo della Fed.

Ma come specialista in previsioni? Non è meglio del suo predecessore…

Non c’è ripresa senza il lavoro

Scusate se anch’io continuo a battere il tasto dell’occupazione e del lavoro, ma ormai abbiamo capito tutti, tutti tranne i media che della crisi riportano solo le buone notizie, che questo è lo snodo cruciale che condizionerà quella che gli ottimisti chiamano ripresa ma che in realtà è solo una fase in cui le cose peggiorano solo più lentamente o come dice Trichet, vanno meglio di quanto previsto, come se ci fosse da esultare se il paziente ha qualche linea di febbre in meno ma la prognosi rimane riservata.

L’abbiamo detto in tutte le salse che questa non può essere una vera ripresa se basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. Di quelli americani soprattutto. E i numeri che provengono dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, l’abbiamo visto nei giorni scorsi, non lasciano molte speranze.

Se questo non bastasse considerate anche il fatto che la crescita dei salari di chi un posto di lavoro ancora ce l’ha si è fermata. Tra il 2006 e il 2008 i salari sono cresciuti ad un tasso annualizzato del 4.0%, mentre nell’ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,7% su base annua. Aggiungiamo a questo dato le ultime notizie che parlano di molte aziende, enti comunali e statali che stanno costringendo i propri dipendenti a prendersi le ferie forzate o lunghi periodi di permessi non retribuiti.

Ad essere colpita in modo particolare la classe media che è anche quella più indebitata e maggiormente toccata dalla crisi immobiliare. Un recente rapporto di Bank of America e Merrill Lynch che analizza i dati della Federal Reserve, a dispetto del titolo “The Myth of the Overleveraged Consumer” (Il Mito del Consumatore Superindebitato), dimostra proprio che la più colpita dalla crisi, oltre i poveri, è indubbiamente la classe media americana, molto più di quel 10% di ricchi che hanno sì subito delle perdite ma in proporzioni nettamente inferiori.

Fatto pari a 100 il reddito americano, la classe media copre dal 40 al 90% del reddito percentuale, la classe a basso reddito va da zero al 40%, mentre la ricchezza rappresenta il picco del 10%. Ebbene gli asset della classe media sono rappresentati per il 50% da proprietà immobiliari che, come sappiamo, hanno subìto una forte perdita di valore e stanno ancora diminuendo, molto più delle azioni che invece da marzo hanno recuperato il 50% del loro valore prima del crollo. I ricchi invece, secondo il rapporto, hanno solo un quarto dei loro asset in proprietà immobiliari, mentre la maggior parte è in azioni o bond.

Il rapporto ci dice che nel 2007 l’indebitamento della classe media era pari al 205% del reddito disponibile, quello della classe a basso reddito era pari al 133% e quello dei ricchi pari al 116%. Inoltre la classe a basso reddito che rappresenta il 40% della popolazione conta per solo il 12% sulla spesa per consumi, la classe media che costituisce il 50% della popolazione conta il 46% sui consumi e i ricchi di conseguenza coprono il 42% della spesa.

La domanda è sempre la stessa: da quali consumi verrà la ripresa se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici?

A meno che non diamo retta a BofA-Merrill Lynch secondo cui è sufficiente contare solo su quel 10% (i ricchi) per rimettere in moto l’economia. Una logica moralmente, politicamente ed economicamente indifendibile:

If we’ve learned anything from the Great Recession-Mini Depression of the last 18 months, it’s that the skewing of income and wealth to the top has made our economy far less stable. When the majority of middle-class and poor Americans are either losing their jobs or feel threatened by job loss, and when those who still have jobs are experiencing flat or declining wages, there’s simply no way to get the economy back on track. The track we were on — featuring stagnant median wages, widening inequality, and job insecurity — got us into this mess in the first place.

Già, se abbiamo imparato qualcosa dalla Grande Recessione-Mini Depressione degli ultimi 18 mesi, è che reddito e ricchezza dirottati verso il vertice della piramide hanno reso la nostra economia molto meno stabile. Quando la maggioranza della classe media e degli americani poveri stanno perdendo il loro lavoro o hanno paura di perderlo, o quelli che hanno ancora un posto di lavoro hanno salari piatti o in diminuzione, non c’è modo di rimettere in carreggiata l’economia. E’ la strada sulla quale eravamo — caratterizzata da salari medi stagnanti, allargamento della disuguaglianza, precarietà del lavoro — ad averci messo in questi guai prima di ogni altra cosa.

Grande Depressione vs Grande Recessione

I professori Barry Eichengreen (UC Berkeley) e Kevin H.O’Rourke (Trinity College Dublin) in Aprile e Giugno hanno presentato l’affascinante frutto del loro lavoro di ricerca che consiste in una numerosa serie di grafici che mettono a confronto l’attuale crisi economica con la Grande Depressione.

Secondo l’imperdibile aggiornamento di questo lavoro, uscito il 1 settembre, la produzione industriale a livello globale mostra chiari segni di ripresa, ma i due autorevoli studiosi avvertono:

This is a sharp divergence from experience in the Great Depression, when the decline in industrial production continued fully for three years. The question now is whether final demand for this increased production will materialise or whether consumer spending, especially in the US, will remain weak, causing the increase in production to go into inventories, leading firms to cut back subsequently, and resulting in a double dip recession.

La ripresa della produzione rappresenta una netta differenza con quanto accadde durante la Grande Depressione, quando il declino della produzione continuò per tre anni interi. La questione ora è se si materializzerà la domanda finale per questo incremento di produzione o se la spesa per consumi, soprattutto negli Stati Uniti, rimarrà debole, per cui questo incremento di produzione finirà nelle scorte di magazzino, costringendo di conseguenza le aziende a tagliare di nuovo la produzione e dando come risultato una nuova recessione.

Già, sarà difficile che lo sciopero dei consumatori finisca presto e che tornino mai a spendere come prima se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici.