Obama’s legacy


Obama’s legacy

Queste tabelle parlano da sole: i grafici rappresentano 8 anni di amministrazione Barak Obama-Hillary Clinton e misurano il declino economico e sociale degli Stati Uniti. No fake news.

La carta proviene dalla Federal Reserve (FED)

Lost decade Americana

Per le azioni siamo già al Giappone. E da un bel pezzo. Lo S&P 500 nell’ultimo decennio per la prima volta dalla Grande Depressione ha fatto registrare un risultato negativo. Nel grafico qui sotto sono espressi, divisi per decadi, i profitti totali (compresi i dividendi) al loro valore nominale.

Considerando anche la svalutazione del dollaro e l’inflazione, investire in azioni in base alla filosofia del “buy and hold” è risultato un pessimo affare soprattutto per i risparmiatori e i fondi pensione. Invece a leccarsi i baffi speculatori e insider.

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Siamo alla fine o a metà del rally?

Continua la partita a distanza tra Mike Shedlock (Mish) e Barry Ritholtz. Questa volta l’oggetto del confronto è il rally di borsa, se, come sostiene il primo, siamo alla fine dei giochi o, come sostiene Ritholtz, è appena iniziato il secondo tempo.

Shedlock ritiene che il rally del mercato è avanzato così tanto e così velocemente che se inizia la discesa, sotto non c’è nient’altro che un vuoto d’aria, anzi c’è più aria sotto che sopra.

Può darsi, dice Ritholtz, però nessuna delle linee che tracciamo suggerisce che il rally stia per finire presto la benzina. Questo non significa, aggiunge, che non potrebbe finire anche domani, ma dovremmo scommettere sulla probabilità di un’ulteriore crescita, piuttosto che su un ribasso, per almeno 4 ragioni:

1) Gli investimenti della maggior parte dei singoli trader sono sottodimensionati

2) Livelli di partecipazione e quantità sono entrambi positivi (possono sostenere cioè un’ulteriore crescita)

3) La maggior parte degli investitori ritiene – anche se a torto, secondo Ritholtz – che una ripresa è alle nostre porte e i profitti stanno migliorando.

4) La storia dimostra che i mercati secolari in ribasso hanno pesanti vendite e smisurati rallies; l’attuale rally ha ancora spazio per andare avanti basandoci sui precedenti cicli (clicca sul grafico per un’immagine ingrandita e vedi anche Le quattro fasi di Secular Bear Markets).


E l’economia? Qui sta il mio piccolo sporco segreto, confessa Ritholtz. Per due terzi, l’economia non conta veramente niente.

Lo so che sembra folle, ma considerate questo, aggiunge Ritholtz: nel mezzo di secolari mercati al rialzo, l’informazione economica sembra avere la più grande correlazione con la performance del mercato. Buoni dati, più profitti, migliore attività del mercato.

Con il mercato al top, l’economia sembra andare alla grande. I prezzi sono alti, ma i profitti record sostengono i multipli.

Poi tutto precipita all’inferno.

Toccato il fondo, sembra orribile. Sembra che queste società non faranno mai più un centesimo, che questa situazione non avrà mai fine, che non potremo mai più uscire dal buco nero.

E invece alla fine ci riusciamo.

Questo, conclude Ritholtz, deve sconcertare, far impazzire e infuriare gli economisti puri. Ma questo è il lavoro di Mister Mercato, quello di frustrare il più alto numero di giocatori…

More stimulus

“C’è una tendenza a trattare le preoccupazioni per una double dip recession come stravaganti, come qualcosa di cui solo i pazzi, come coloro che predissero la crisi attuale, si preoccupano. Ma ci sono delle ragioni vere di preoccupazione. Una è che il sostegno dello stimolo fiscale inizierà a svanire in un paio di trimestri. Un’altra è che la maggior parte della spinta che stiamo ricevendo oggi è legata alla ricostituzione delle scorte. E questa è una cosa che avviene una sola volta”. A pensarla così è Paul Krugman, anche se per la verità una folta schiera di economisti non allineati condivide le sue preoccupazioni.

Krugman mette in correlazione nel grafico sotto l’attuale Pil americano dal momento in cui è iniziata la recessione con l’ipotetico Pil che gli Stati Uniti avrebbero avuto se l’economia avesse continuato a crescere con lo stesso trend del periodo 1999-2007.


Dunque, osserva l’economista, siamo circa l’8 per cento sotto a dove dovremmo essere, che tradotto in produzione persa fa oltre un trilione di dollari per anno (come pure una disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il Pil sta crescendo, finchè non avremo una crescita sufficiente a chiudere questo gap. Dato che non ci sono dati macroeconomici che suggeriscono sia in corso una chiusura del gap, questa è una tragedia che continua. E questo nel presupposto di non avere una ricaduta nella recessione, conosciuta anche come double-dip recession.

Le conclusioni di Krugman forse non saranno condivise dagli economisti che non vedono di buon occhio la scuola Keynesiana, ma, dal suo punto di vista, sono ovvie: abbiamo bisogno di più stimolo. Sì, dice Krugman, questo accrescerebbe il debito federale, ma non ne vale la pena per cercare di ridurre un gap produttivo che sta distruggendo il nostro potenziale ad un tasso pari a più di un trilione di dollari all’anno?

Grande Depressione vs Grande Recessione

I professori Barry Eichengreen (UC Berkeley) e Kevin H.O’Rourke (Trinity College Dublin) in Aprile e Giugno hanno presentato l’affascinante frutto del loro lavoro di ricerca che consiste in una numerosa serie di grafici che mettono a confronto l’attuale crisi economica con la Grande Depressione.

Secondo l’imperdibile aggiornamento di questo lavoro, uscito il 1 settembre, la produzione industriale a livello globale mostra chiari segni di ripresa, ma i due autorevoli studiosi avvertono:

This is a sharp divergence from experience in the Great Depression, when the decline in industrial production continued fully for three years. The question now is whether final demand for this increased production will materialise or whether consumer spending, especially in the US, will remain weak, causing the increase in production to go into inventories, leading firms to cut back subsequently, and resulting in a double dip recession.

La ripresa della produzione rappresenta una netta differenza con quanto accadde durante la Grande Depressione, quando il declino della produzione continuò per tre anni interi. La questione ora è se si materializzerà la domanda finale per questo incremento di produzione o se la spesa per consumi, soprattutto negli Stati Uniti, rimarrà debole, per cui questo incremento di produzione finirà nelle scorte di magazzino, costringendo di conseguenza le aziende a tagliare di nuovo la produzione e dando come risultato una nuova recessione.

Già, sarà difficile che lo sciopero dei consumatori finisca presto e che tornino mai a spendere come prima se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici.

Colpi di sole

Al New York Times un redattore economico deve aver preso un colpo di sole prima di scrivere questo articolo, in cui si dice che con la restituzione da parte delle grandi banche dei soldi per i salvataggi, il governo USA (e quindi i suoi contribuenti) vedono addirittura arrivare dei profitti:

The government has taken profits of about $1.4 billion on its investment in Goldman Sachs, $1.3 billion on Morgan Stanley and $414 million on American Express. The five other banks that repaid the government — Northern Trust, Bank of New York Mellon, State Street, U.S. Bancorp and BB&T — each brought in $100 million to $334 million in profit.

A casa mia se investo 100 direbbero che ho avuto un profitto se riavessi indietro 100 più almeno un piccolo guadagno altrimenti mi correrebbero dietro con il forcone se di quell’investimento recuperassi solo il 10%. Se guardate infatti la tabella (cliccateci sopra per ingrandirla) i fondi del TARP restituiti ammontano a circa 70 miliardi. E gli altri 630 elargiti dal governo tramite il TARP, il fondo di salvataggio delle banche, dove sono finiti?

Inoltre dalla stessa tabella notiamo tra i debitori che devono ancora rifondere gli aiuti ricevuti (115 miliardi) ci sono i tre grandi gruppi Citigroup, Bank of America e Wells Fargo. I contribuenti americani rivedranno mai quei soldi? Senza dimenticare le altre migliaia di miliardi spesi, prestati, emessi o comunque consumati per sostenere il sistema finanziario in quella che verrà ricordata come la più grande operazione di socializzazione delle perdite nella storia del pianeta.

Orso o Toro?

Aggiornamento del magnifico grafico interattivo curato da Doug Short nel suo dshort. Cliccando sull’immagine si aprirà una nuova finestra. La domanda è sempre la stessa: siamo di fronte ad un mercato in costante ripresa o stiamo assistendo solo a un rally, più o meno lungo, di un mercato in discesa? E’ possibile fare un raffronto con i precedenti rally che hanno caratterizzato il mercato dall’inizio della crisi utilizzando il menu sopra il grafico (pulsante NOW) oppure, se siete proprio pigri, cliccando anche qui.

Le vacche di Silvio

La macchina propagandistica del governo spara ogni giorno bordate di provvedimenti, raffiche di miliardi di euro che sembrerebbero trasformare l’Italia in un cantiere aperto. Qualcuno ha provato a tenerne il conto e il quadro che ne esce ricorda la vecchia storiella delle vacche di Mussolini spostate di stalla in stalla.

La realtà è che, nonostante i proclami, di investimenti veri, di stimoli economici immediati e idonei a combattere la recessione non c’è quasi nulla e, tra i tanti record negativi, ora abbiamo anche quello, tra i paesi del G20, di destinare alle misure anti-crisi, ultimi davanti alla Turchia, solo lo 0,2% del Pil.

Così, tra uno spot e l’altro, l’Italia affonda, mentre il duo Bermonti continua a suonare.

Spot e realtà

Berlusconi e Tremonti continuano a sostenere che “noi ne usciremo meglio degli altri paesi”. Intanto l’Italia festeggia 24 mesi consecutivi di contrazione nelle vendite al dettaglio.


Anche la fiducia delle imprese non sembra molto sù.


Almeno speriamo che al prossimo vertice europeo sia pronto il piano di salvataggio promesso da Angela Merkel per i paesi europei in difficoltà, visto che lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani è salito a 161 punti base, il più alto degli ultimi 12 anni. Se qualcuno dei miei lettori non lo sa, quello spread è indice di solvibilità di un paese: più è alto, più il mercato lo considera a rischio di bancarotta. Ormai siamo alla Grecia.