Non c’è ripresa senza consumi

La catena di negozi Kroger, un colosso americano del settore alimentare, dichiara una perdita nel terzo trimestre di oltre 1 miliardo di dollari e perde il 14% in Borsa. Precipitano anche le quotazioni delle altre industrie del settore, seppure con ribassi più contenuti. Sono gli effetti del calo dei consumi e dei prezzi, altro che rischi di inflazione e ripresa economica!

Intanto arriva in contemporanea la notizia che l’indice della fiducia dei consumatori americani, un indicatore ai quali analisti ed economisti attribuiscono un importante significato, ha segnato un ulteriore calo a dicembre, estendendo la flessione del mese di novembre a seguito dei timori relativi all’economia e al mercato del lavoro e passando da 47,9 a 46,8 punti percentuali nei due mesi considerati.

Ieri abbiamo visto come la situazione finanziaria dei consumatori sia totalmente in contrasto con la possibilità di una ripresa sostenibile.

I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l’8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull’economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all’anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Oggi anche il Wall Street Journal si accorge che

Consumer lending shrank 1.7% in October, the ninth consecutive drop, extending the dramatic decline of financing available to help fuel the U.S. economy.

The $3.5 billion decline, calculated by the Federal Reserve, caps a 4% drop in consumer lending from its July 2008 peak. Before then, borrowing by U.S. consumers — including credit-card debt and auto loans, but excluding mortgages — had been growing for more than a half-century.

Consumer activity accounts for about two-thirds of U.S. economic growth. Curtailed lending to consumers could hurt the chances for a strong recovery.

Il credito al consumo segna ad Ottobre il nono consecutivo calo mensile (-1,7%), estendendo il drammatico declino dei finanziamenti disponibili per alimentare l’economia americana. La diminuzione di 3,5 miliardi di dollari calcolata dalla Federal Reserve, rappresenta un calo pari al 4% del credito al consumo dal suo picco del Luglio 2008. In precedenza il credito al consumo – compresi i finanziamenti attraverso carte di credito e prestiti auto ed esclusi i mutui – era sempre stato in crescita negli ultimi 50 anni. La spesa dei consumatori conta per due terzi nella crescita economica degli Stati Uniti. La riduzione dei prestiti ai consumatori, ammette, bontà sua, il WSJ, potrebbe nuocere alle possibilità di una forte ripresa.

In realtà non c’è alcuna possibilità di vedere una crescita reale dell’economia e quindi una ripresa sostenibile finchè è in corso il processo di riduzione del debito da parte dei consumatori. L’unica teorica possibilità, di scuola, per invertire questo trend sarebbe la crescita nominale del Pil attraverso l’inflazione. Ma questa sarebbe una politica economica terribilmente ardua da perseguire con un fenomeno in atto di riduzione del debito. Ma questa è un’altra storia.

Continua lo sciopero dei consumatori

Dopo un’apertura positiva ieri Wall Street ha virato verso il rosso trascinata in territorio negativo da manovre sulle valute che hanno visto rafforzare il dollaro e scendere il prezzo delle materie prime e del petrolio. Non estraneo alla discesa del Dow Jones sotto la linea Maginot dei 10.000 punti, il crollo di Bank of America che è arrivata a perdere nel corso della seduta oltre il 5 per cento.

E’ successo che i vertici della banca vorrebbero restituire almeno una parte dei fondi ricevuti attraverso il TARP per sfuggire alle stringenti misure anticipate nei giorni scorsi dallo Zar degli stipendi, Kenneth Feinberg, – nominato dal Tesoro appunto per porre dei limiti ai bonus dei dirigenti delle banche che hanno ricevuto aiuti governativi – ma stanno trovando ostacoli da parte del Tesoro, della Fed e della FDIC in quanto la restituzione anche di una parte dei fondi lascerebbe, secondo le autorità, la banca sottocapitalizzata e a rischio fallimento rispetto ad un’eventuale deterioramento delle condizioni del mercato.

Ma perchè il mercato reagisce così punitivamente nei confronti del titolo? Diciamola tutta. Il sospetto è che pur di aggirare lo Zar degli stipendi ed elargire bonus oltre i limiti stabiliti, BofA restituisca comunque almeno 40 miliardi (rastrellati nell’ultimo trimestre) e che quindi sia costretta a ricapitalizzarsi attraverso un aumento di capitale che diluirebbe notevolmente le quote degli azionisti. Comunque sia il fatto che le autorità di controllo rimangono con il fucile puntato sui giganti del credito è una conferma in più che la crisi finanziaria non è affatto ancora scongiurata.

Alla continua ricerca di conferme che il peggio è passato oggi invece i soliti ottimisti hanno salutato con un coro di evviva i dati sui prezzi delle case. L’indice S&P Case-Shiller infatti ha mostrato che i prezzi nelle 10 maggiori aree metropolitane sono scesi in Agosto del 10.6% rispetto all’anno precedente ma sono cresciuti del 3% rispetto a Luglio. Comparati con i dati del mese precedente solo Charlotte, Cleveland e Las Vegas hanno registrato una diminuzione.

Nessuno dice apertamente che anche questa è una mini-bolla creata artificialmente dalla Fed e dal governo. L’aumento mese su mese sconta infatti una ripresa della domanda stimolata dal credito di imposta fino a 8 mila dollari concesso dal governo a chi acquista un’abitazione come prima casa, dalla possibilità di dedurre dalle tasse gli interessi pagati sul mutuo e perchè, nonostante tutto quel che è avvenuto, si continuano a erogare mutui, concessi sotto il programma governativo, a soggetti senza reddito e privi di altre garanzie. Insomma Fed e governo hanno messo in piedi anche loro un gigantesco schema Ponzi.

Purtroppo il trucco funziona solo in parte e in misura davvero ridotta, come dimostrano i dati asfittici, e presto arriverà il momento della verità perchè continuano ad essere assenti quelli che dovrebbero far funzionare il giochino, ovvero i consumatori, che in questo momento non si indebitano e anzi cercano di pagare i propri debiti, risparmiano e non spendono.

Segnale forte in tal senso viene dai dati mensili pubblicati sempre oggi dal gruppo di ricerca Conference Board che misurano l’indice di fiducia dei consumatori americani, passato questo mese a 47.7 dai 53.4 punti di Settembre. Come recita il Wall Street Journal:

“Consumers’ assessment of present-day conditions has grown less favorable, with labor market conditions playing a major role in this grimmer assessment,” said Lynn Franco, director of the Conference Board Consumer Research Center.

Consumers were less optimistic about the current employment situation. The percentage who think jobs are “hard to get” rose to 49.6% from 47.0% in September and those thinking jobs are “plentiful” fell to 3.4% from 3.6%.

The employment outlook also grew darker. The percentage of consumers expecting more jobs in the months ahead fell to 16.3% from 18.0% in September while those expecting fewer jobs rose to 26.6% in October from 22.9%.

The unexpected drop in consumer confidence raises uncertainty about future consumer spending.

L’inaspettata caduta nella fiducia dei consumatori fa crescere l’incertezza circa la loro futura spesa. Già, lo sciopero continua.

Indisciplinati

Il nostro premier ci spiega che gli antidoti per il virus della crisi sono l’ottimismo e lavorare di più ma sono sempre meno quelli che gli danno retta. Infatti, dopo due rialzi consecutivi, torna a scendere, a marzo, anche la fiducia dei consumatori. Lo rende noto l’Isae nel suo rapporto mensile, precisando che l’indice è calato da 104 a 99,8 in prossimità dei valori della fine dell’anno scorso.

L’indicatore relativo al quadro economico generale segna la flessione più marcata, portandosi a 62,1 da 70,4 di febbraio, e scendono anche gli indicatori relativi alle attese a breve termine (da 90,7 a 85,3): si tratta dei minimi dalla fine del 1993.

Tra gli indisciplinati non ci sono solo gli italiani. Mentre infatti Obama vede “segnali di ripresa”, in Giappone, il secondo mercato al mondo dopo gli Stati Uniti, le esportazioni nel mese di Febbraio crollano del 49,4% (-58,4% quelle verso gli USA) e le importazioni del 43% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.