Quando colpirà la nuova ondata della tempesta perfetta?

Mentre le borse continuano a interpretare positivamente tutti i dati negativi o a truccarli, giusto per dare il tempo ai grandi gruppi bancari di ricapitalizzarsi, secondo Mauro Bottarelli la nuova ondata di crisi è già partita.

L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.

Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lettone rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.

«Se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c’è una soluzione». È quanto ha sottolineato il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, durante un intervento un paio di mesi fa a Bruxelles. Ricordate? E ancora. «Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente».

Da allora, silenzio. Peccato che un paese dell’area euro sia già in default tecnico – l’Irlanda -, un altro sta avvicinandosi a tappe forzate al punto di non ritorno, l’Austria e ora la Svezia rischia di destabilizzarci dall’interno se andrà in default sulla propria esposizione. A dirlo sono i freddi numeri dei cds, l’assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza, sul rischio di default dei vari Stati sul debito pubblico e notizia come quelle giunte l’altro giorno da Riga.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro. E anche Unicredit, a dispetto dell’ottimismo dispensato a piene mani dal proprio amministratore delegato, potrebbe subire perdite consistenti, la “Stalingrado monetaria” prefigurata qualche mese fa dalla stampa austriaca. La terza onda è arrivata, più subdola delle precedenti. Ma certamente non meno letale.

Marco Sarli ieri e oggi mette insieme alcune coincidenze di questi giorni:

1) La clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America.
2) Il fondo posseduto al 100 per cento dall’emirato di Abu Dhabi ha deciso di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva in gran quantità e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute.
3) La chiusura di due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori, una notizia che richiama alla mente il primo segnale della crisi finanziaria in arrivo nel giugno di due anni orsono, quando fallirono due hedge funds facenti capo a Bear Stearns.
4) E perchè no anche l’ignominiosa cacciata dell’ex colosso Citigroup dal Dow Jones.

Siccome anche tre sole coincidenze diventano un indizio, parola di Hercule Poirot,

tutti questi segnali confermano la mia previsione di una nuova e più alta ondata delle tempesta perfetta che dovrebbe abbattersi sul mercato finanziario globale tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, un’ondata che farà definitivamente giustizia di quel davvero poco credibile rally dell’orso o di quel rimbalzo del coniglio morto che tanto inchiostro ha fatto scorrere nelle penne dei giornalisti e degli ‘esperti’ embedded agli interessi di Wall Street e dintorni!

Anch’io mi ci gioco una pizza.

E i governi stanno a guardare

Ieri ho parlato di Banche alla canna del gas riferendomi alle banche europee che, a dispetto del fatto che tutti i riflettori siano puntati sulle big americane, se la passerebbero peggio di quelle a stelle e strisce. Titoli tossici per 1.200 miliardi di dollari e la necessità di raschiare il fondo del barile svendendo i patrimoni immobiliari ai prezzi attuali di mercato sono la prova che il sistema bancario europeo è alla canna del gas. Mauro Bottarelli individua chi provocherà la scintilla che farà saltare tutto: la Germania.

È dell’altro giorno la notizia in base alla quale «i debiti della Germania esploderanno come una granata entro due mesi se non si fa qualcosa». A dirlo non è stato un menagramo qualsiasi ma Jochen Sanio, presidente della BaFin, l’ente che regola (si fa per dire) il mercato finanziario tedesco.

Stando a Sanio, se le banche non sfrutteranno in tempi brevissimi i vantaggi dello – scandaloso, ma l’antitrust europeo se non ha a che fare con qualche multinazionale americana dorme sonni profondissimi – schema di protezione offerto dallo Stato, i titoli tossici che hanno in pancia deflagreranno in modo «brutale» e porteranno con sé una serie devastante di downgrading da parte delle agenzie di rating internazionali. Anche perché le “sane” banche tedesche hanno nascosti nei bilanci qualcosa come 200 miliardi di euro di titoli tossici.

«Siamo pressoché certi del fatto che se le banche non cercheranno la protezione statale entro due mesi subiranno la peggiore recessione nei loro portafogli di credito di sempre», ha ricordato Sanio parlando alla conferenza annuale della BaFin la scorsa settimana. E un memo riservato circolato proprio a quella riunione parlava di potenziali e ulteriori perdite per 816 miliardi di euro, due volte le riserve dell’intero settore finanziario tedesco: solo Hypo Re può “contare” su 268 miliardi di “immondizia” da scaricare, seguita da Hsh Nordbank con 105 e Commerzbank con 101 miliardi.

Non male, soprattutto se inseriamo questo dato inquietante all’interno dell’intero quadro europeo: il Fondo Monetario Internazionale ha stimato infatti che le istituzioni finanziarie Ue hanno scaricato solo il 20% dei 900 miliardi di debiti tossici che hanno in pancia e devono ottenere almeno 375 miliardi di capitale fresco rispetto ai 275 delle banche Usa. Il problema è che a settembre in Germania si vota e né le banche né tantomeno la politica sembrano aver voglia di dover affrontare la questione ora: si nasconde l’immondizia sotto il tappeto, insomma, facendosi scudo con lo schema per le bad banks del governo che consente alle banche di spalmare le perdite su vent’anni (20!) attraverso un veicolo finanziario off-balance sheet.

Insomma, la stessa politica suicida delle “zombie banks” della crisi giapponese. Se i tedeschi ammazzassero solo loro stessi con queste scelte, il problema non si porrebbe: ma l’esplosione di quella “granata” evocata da Jochen Sanio trascinerà in un effetto domino l’intero comparto bancario europeo. Italia e Austria in testa. Chissà se ora lo Spiegel dedicherà al proprio paese una bella copertina con un piatto di wurstel e crauti sormontato da qualche chilo di derivati di varia natura…

E meno male che l’abbiamo scampata bella sulla previsione con la quale Bottarelli chiude il suo articolo:

Preparatevi cari connazionali e contribuenti, dopo aver pagato la cassa integrazione alla Fiat per una cinquantina d’anni vi toccherà pagare anche le magagne made in Germany. Se la Cancelliera cede, qualcosina in cambio chiederà al Lingotto…

Ma questi non sarebbero stati che spiccioli rispetto a quello che rischiamo di pagare con le banche!

Sottozeru

Arrivano i dati ufficiali OCSE sulla crescita del Prodotto Interno Lordo nel primo trimestre del 2009 a confermarci che l’Europa è messa peggio degli Stati Uniti. Per quanto riguarda casa nostra, siccome tutto è relativo, gli ottimisti a tutti i costi avevano già celebrato come positivo il risultato di meno 2,4 se paragonato al meno 3,8 della Germania. Magra consolazione soprattutto se consideriamo che purtroppo per noi nell’ultimo quindicennio si è approfondito il differenziale con i Pil dei paesi più industrializzati essendo stata sempre la nostra crescita caratterizzata da percentuali inferiori a quella degli altri paesi. Il che significa che chi è in testa rallenta ma noi consolidiamo la nostra maglia nera, restando lontani dal gruppo dei migliori e con un notevole handicap da recuperare. Cliccate sulle immagini per ingrandirle.




Aspettando l’Islanda

A quel lettore che mi ha interrogato a proposito di MBS e CDO e al quale ho risposto tra il serio e il faceto parlando di ADM (Armi di Distruzione di Massa) vorrei anche aggiungere che in sè stessi i cosiddetti derivati, considerati singolarmente e laicamente, non sono strumenti del demonio, ma rispondono e avrebbero dovuto rispondere a delle reali esigenze finanziarie. La cartolarizzazione, gli swap, gli ABS e compagnia cantante non sono stati la causa della crisi. E’ l’uso che ne è stato fatto, l’esasperazione, l’impacchettamento infinito di più strumenti dentro altri sofisticati prodotti di ingegneria matematico-finanziaria che ha prodotto una formidabile e incontrollabile leva finanziaria fondata sul debito secondo un gigantesco schema Ponzi dove questa volta con il cerino in mano sono rimasti non solo milioni di investitori e di istituzioni ma anche gli stessi Creatori, le banche, e non solo quelle americane, anzi, a quanto pare, quelle europee, come vedremo, sono messe anche peggio.

Questa follia alimentata dall’avidità umana è durata quasi un trentennio, sostenuta dalla politica di deregolamentazione dei mercati iniziata con Reagan, fatta propria ed accentuata dal “democratico” Clinton e portata all’esasperazione fino alla sua implosione nelle due ultime amministrazioni di Bush figlio. Oggi anche coloro che sono al capezzale del malato e ai quali ci affidiamo per la sua guarigione, sono stati tra i maggiori responsabili di questa crisi, da Bernanke a coloro che fanno parte dello staff economico del presidente Obama, i vari Summers, Rubin e Geithner, ai banchieri rimasti ai loro posti a godere di stipendi milionari, il che ci lascia alquanto scettici dovendo anche constatare che la strada intrapresa è quella di mettere qualche pannicello caldo al paziente, nella speranza di poter tornare al più presto ai bei tempi andati come se nulla fosse successo e all’insegna del mai tramontato principio di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

Ma, come dicevo all’inizio, l’Europa è messa peggio degli stessi Stati Uniti e forse dovremmo farcela finita di dare sempre la colpa della tempesta perfetta ai nostri cugini d’oltreoceano o come si dice, al mondo anglosassone, perchè se è vero che l’esplosione della bolla dei subrime l’ha scatenata, tutto il mondo e l’Europa in particolare ha galleggiato euforica su quella bolla per anni o, se volete, ha continuato a ballare sul Titanic nonostante le grida d’allarme di chi vedeva, tra le nebbie generate dalla follia, delinearsi la sagoma minacciosa dell’iceberg. Su dati e situazione europea consiglio la lettura di questo articolo pubblicato qualche giorno fa da Lavoce.info.

La produzione industriale è diminuita, rispetto ai massimi livelli raggiunti, del 18 per cento nella zona euro contro il 13 per cento negli Usa. Nell’aprile 2008, il Fmi prevedeva, per il 2009, un tasso di crescita dello 0,6 negli Stati Uniti e dell’1,2 nella zona euro. Oggi, prevede un calo del Pil del 2,8 negli Usa e del 4,2 in Europa.

Il Fmi ha appeno rivisto le sue stime sulle perdite delle banche e sulla necessità di capitali freschi. Stima che, nel periodo 2007-2010, le banche europee (zona euro e Gran Bretagna) subiranno perdite per 1.200 miliardi di dollari dei loro attivi, contro i 1.050 negli Stati Uniti.

Ma soprattuto, rispetto a questo ammontare, le banche europee hanno accertato a oggi perdite per 260 miliardi di dollari (meno di un quarto) contro i 510 miliardi degli Stati Uniti. Le banche europee, dunque, dovrebbero ricapitalizzare per 500 miliardi di dollari, quelle statunitensi per 275 miliardi.

In poche parole, le banche europeee hanno ancora due terzi del cammino di fronte a loro, mentre quelle americane sono già a metà strada. Ma dove sono finiti i titoli tossici? Chi li ha in pancia? Dov’è l’esposizione maggiore?

Domande che dovrebbero interessarci molto tutti quanti, ministri delle Finanze e Bce in testa ma che invece restano inevase. Fino a quando – e non sembra mancare molto – esploderà la bolla, destinata a innescare anche la crisi assicurativa: allora sì che le agenzie di rating avranno un bel da fare con i downgrading e i governi con i tentativi di tamponare la situazione.

Ma i soldi non ci sono e se anche ci sono portano con sé un devastante effetto collaterale, il default sul debito sovrano: controllate i cds dei vari Stati europei nelle prossime giornate, lasciate stare indici azionari e valute. La speculazione è ripartita in grande stile, si va sulla giostra con i petrolio e si scommette short sui cds: significa che i fondamentali stanno saltando o sono già saltati. Ma qui, nella sicura casa europea, tutto tace.

Non disturbate il manovratore, please! Almeno fino alle europee, poi ci sarà davvero da ridere nel vedere l’asse renano cercare di salvare le proprie banche e i neo-membri dell’Est cercare l’appoggio britannico per evitare di andare a gambe all’aria. Un esempio? Seguite l’andamento dei cds ungheresi, vi farete un’idea da soli.

Già l’Ungheria, sarà la nuova Islanda? O toccherà all’Austria? Unicredit e Intesa non hanno niente da dire su Budapest e Vienna o possono tranquillamente fare proprio il più idiota di tutti gli slogan del nostro governo, “ne usciremo meglio degli altri paesi”?

Le lucciole in fondo al tunnel

La pattuglia degli inguaribili ottimisti è diventata ormai un esercito. Capi di governo e banchieri centrali, economisti e media allineati e ubbidienti alla parola d’ordine che da qualche mese imperversa, hanno fatto proseliti e dopo le luci in fondo al tunnel, ora vedono, con l’arrivo dell’estate, anche le lucciole della ripartenza, in Agosto per la precisione.

Stabilita la data, gli economisti consultati dal Wall Street Journal, la maggior parte dei quali non aveva previsto o addirittura non si era nemmeno accorta della crisi neanche dopo che era arrivata, si dividono ora sui tempi della piena ripresa, sui tempi, per interderci, necessari per ritornare alla situazione ante-recessione: c’è chi dice due-tre anni, chi quattro-cinque, chi anche più anni. Godetevi le tabelle! (Fate un refresh della nuova finestra se non visualizzate la pagina)

Ormai l’establishment, nonostante i fatti e i dati sempre più negativi della produzione, dei commerci e delle esportazioni, dei consumi, della disoccupazione, della contrazione del credito, del costante calo dei prezzi, del valore delle case e l’aumento esponenziale delle insolvenze e delle foreclosure, sembra vivere nel mondo virtuale rappresentato dalle borse drogate, chiuso nell’ennesima bolla frutto dell’illusione che il peggio sia passato.

“Non separatevi dalle vostre illusioni: quando esse sono scomparse potete continuare ad esistere, ma avrete cessato di vivere.” Così veniva citato Mark Twain proprio dal Wall Street Journal nella fatidica data dell’ 11 settembre del 1929. Ma se è vero che l’uomo non può vivere senza sogni, a volte questi, a causa di una cattiva digestione, si possono trasformare anche nel peggiore degli incubi. Perciò a coloro che non vogliono scambiare lucciole per lanterne ricordo quello che accadde durante la grande depressione, nel 1930, dopo il grande crollo del ’29, con le parole di John K. Galbraith:

Nel gennaio, febbraio e marzo del 1930 il mercato azionario mostrò una sostanziale ripresa. Poi in aprile perse lo slancio e in giugno si verificò un’altra estesa flessione. Dopo di che, salvo qualche eccezione, il mercato scese una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro fino a tutto il giugno del 1932. Le posizioni su cui finalmente si fermò fecero sembrare memorabili per contrasto i peggiori livelli toccati durante il tracollo. Il 13 novembre 1929, si ricorderà, l’indice “New York Times” aveva chiuso a 224. L’ 8 luglio 1932 esso segnò 58.

E’ vero, non siamo alla Grande Depressione, ma siamo di fronte a una crisi che, in quanto globale, può trasformarsi persino in qualche cosa di peggio rispetto a quella. Se non bastano i dati e gli avvertimenti dei pochi economisti che da anni si affannano inutilmente a lanciare l’allarme sul buco nero che ci sta risucchiando, basterebbe la semplice constatazione che non una sola delle cause che hanno determinato le prime ondate di questo tsunami sono state rimosse, per comprendere quello che è logicamente possibile aspettarsi nei prossimi mesi.

I segnali che provengono da Londra sono chiari. Altrimenti per quale motivo la Bank of England proprio in questo momento inietterebbe nell’esangue sistema bancario britannico altri quasi 60 miliardi di euro? E’ in arrivo quella che molti definiscono la terza ondata della tempesta perfetta che questa volta si abbatterà sull’Europa portandosi via tutte le chiacchiere dei governi del vecchio continente, incapaci finora di prendere provvedimenti concreti e comuni per fronteggiare la crisi.

Solo nei bilanci delle banche tedesche ci sarebbero nascosti 1.100 miliardi di dollari di titoli tossici, quanti in Francia, Italia, Spagna e nel resto d’Europa? In qualche maniera negli Stati Uniti stanno tentando di metterci qualche rattoppo. Qui nel vecchio continente solo chiacchiere, la testa sotto la sabbia come gli struzzi, nella speranza che le cose si risolvano da sole. In attesa che scoppi la nostra bolla, la madre di tutte le bolle, la bolla che è peggiore di quella dei mutui subrime: l’insolvenza dei Paesi dell’Est. Lettonia ed Ungheria sono ormai mature. Chi vivrà, vedrà.

La danza dei sette veli

Come conferma il Financial Times, il segreto bancario è vivo e vegeto nell’Unione Europea. Infatti mentre molti paesi europei rafforzano, soprattutto a livello mediatico, la loro campagna contro i paradisi fiscali invocando maggior trasparenza e chiedendo che i paesi canaglia squarcino i veli dei loro preziosi segreti bancari, a casa loro invece sembra non ci sia nessuna fretta di togliere il velo sugli stress test del proprio sistema bancario.

Il Fondo Monetario Internazionale proprio questa settimana ha esortato i governi europei ad introdurre regolari stress test degli istituti finanziari secondo le linee adottate negli Stati Uniti. Sarebbe necessaria una buona “pulizia di primavera”, ha aggiunto il Fondo, al fine di garantire che le banche europee siano adeguatamente capitalizzate.

Tuttavia, da una parte, le banche europee sostengono che lo stile americano degli stress test difficilmente si può applicare alle proprie strutture, perché le condizioni economiche e le norme contabili sono diverse, e, dall’altra, funzionari dell’Unione Europea insistono anche sul fatto che diversi stress test sono stati già effettuati sotto la responsabilità delle singole autorità regolatrici nazionali e non vi è alcuna necessità di renderli pubblici.

Ora sembra che i ministri finanziari dell’ Unione Europea siano disponibili a rivelarci qualcosa, pensate un pò, una media complessiva dello stato di salute del sistema bancario europeo. La cosa, va da sè, fa sorgere dubbi e sospetti più che legittimi e, in un quadro dove tutte le banche diventano grigie, non aiuta certo a recuperare la fiducia del mercato.

La domanda a questo punto può apparire ingenua, ma se non c’è alcun dubbio, per dirla come il Financial Times, che le autorità di regolamentazione europee nei vari Stati membri abbiano fatto un ottimo lavoro, perchè allora nessuno deve conoscerlo? Cosa bisogna nascondere al mercato sotto i consueti e sconvenienti sette veli?

Stress test UE e il metodo Trilussa

Questa la notizia che riprendo da un’agenzia AGI

“I ministri delle Finanze dell’Unione Europea hanno deciso di sottoporre le banche del vecchio continente a degli stress test sul modello di quelli condotti negli Stati Uniti. Lo riferisce una fonte Ue. I test saranno effettuati dalle autorità nazionali sulla base di linee guida e metodologie stabilite dalla Comitato dei Supervisori Bancari Europei. Se gli stress test a stelle e strisce stabilivano la capacità delle singole banche di affrontare un ulteriore peggioramento del quadro economico e calcolavano l’eventuale capitale aggiuntivo necessario, quelli europei non prevederanno valutazioni caso per caso. La fonte ha spiegato infatti che si tratterà di studi aggregati per valutare le capacità di resistenza del settore nel suo complesso.”

Così, se negli Usa gli stress test, sebbene largamente manipolati e contrattati tra regolatori e banche, qualche indicazione l’hanno pur data, in Europa invece serviranno tutt’al più a spalmare qualche trilione di dollari di titoli tossici (se è vero che solo la Germania ne conta per 1,1 trilioni) tra tutte le banche del vecchio continente. Perciò anche la Cassa Rurale di Vattelapesca avrà nella pancia la sua porzione. Come il pollo di Trilussa.

Prognosi riservata

Da ilsussidiario.net

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede nuovamente al rialzo il costo della crisi finanziaria: le svalutazioni, entro il 2010 – afferma nel Global Financial Stability Report – «potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche».

Del totale fanno parte, per la prima volta, gli asset originati in tutti i mercati e non solo in quello americano, per il quale la stima delle potenziali perdite è stata portata a 2.700 miliardi, dai 2.200 miliardi di gennaio 2009 e i 1.400 miliardi di ottobre.

«Il sistema finanziario globale – aggiunge l’Fmi – resta sotto un severo stress a fronte di una crisi che riguarda famiglie, aziende e banche sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti». «Il processo di deleveraging – aggiunge – sarà lento e doloroso nonostante le misure prese».

Se è vero che il sistema finanziario americano ha digerito finora 920 miliardi di svalutazioni, ne mancano all’appello, per gli Stati Uniti, ancora quasi 1.800 miliardi e quindi siamo solo appena al 30%, altro che restituzione degli aiuti ricevuti con il TARP! Tanto è vero che il Segretario del Tesoro Geithner, proprio oggi, in un’intervista riportata dal Wall Street Journal, nell’escludere la restituzione del TARP solo sulla base dello stato di salute di singole banche, fa capire che la prognosi del sistema finanziario è ancora riservata:

“Vogliamo essere sicuri che il sistema finanziario non sia solo stabile, ma anche che non determini una più profonda contrazione dell’attività economica. Dobbiamo avere abbastanza capitale sufficiente a sostenere una ripresa.”

Ma le stime del FMI sono paradossalmente ottimistiche, checchè ne dica Tremonti, e potrebbero essere destinate a crescere ulteriormente se peggiorasse la crisi dei paesi dell’Est Europa. L’Europa infatti ha in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti in quei Paesi: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.

Questo è l’avvertimento che lancia il report del FMI secondo il quale «i collegamenti» fra Est e Ovest «creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi».

La maggior parte delle economie emergenti europee – spiega l’Fmi – sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.

«Le banche madri – si legge nel rapporto – sono concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania, Italia, Svezia). E questi collegamenti creano un ciclo di azioni e reazioni tra i Paesi dell’Europa emergente e quelli occidentali che potrebbe esacerbare la crisi».

Gli esperti del Fondo osservano che «il deterioramento delle condizioni finanziarie delle sussidiarie dell’Europa dell’Est influenza la liquidità e la posizione di capitali delle banche-madri, e questo a sua volta ha portato non solo ad un abbassamento del rating e a più alti costi, ma ha ridotto di fatto la capacità di finanziamento proprio delle sussidiarie».

Altro che luci e bagliori di speranza in fondo al tunnel!

La madre di tutte le crisi valutarie

Un grafico da paura, che riprendo dal blog Flute Thoughts. Quantifica l’esposizione, in termini percentuali del Prodotto Interno Lordo, delle banche dei paesi europei nei confronti dei paesi emergenti dell’Europa dell’Est che stanno sperimentando “la madre di tutte le crisi valutarie”. Il paese più a rischio è l’Austria ma anche l’Italia, pur se in buona compagnia, non scherza. Non mi sembra questo il caso di rispolverare il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio”.

Il giuramento di Bruxelles

Quella tra i paesi europei sembra una nobile e singolare gara a chi fa di più spendendo di meno, all’insegna del prendi tre al prezzo di due. Dice il vostro premier parlando del suo governo: «quello che noi stiamo preparando, in aggiunta al già fatto, è molto più creativo di quello che stanno facendo gli altri Paesi a noi collegati». Sicuramente è in testa alla classifica del torneo, giacchè con soli 5 miliardi veri, attraverso la loro moltiplicazione miracolosa, avrebbe attivato centinaia di miliardi in grandi e piccole opere pubbliche, aiuti alle imprese, sussidi ai disoccuppati e cementificazione dello stivale, isole comprese, abbellendo per di più il panorama. E, visto il successo avuto in patria, intende anche dare «qualche idea agli altri e sono sicuro che saremo ascoltati con molta attenzione ».

I grandi d’Europa, contagiati dal suo esempio vincente, hanno così deciso di varare un grande piano di stimolo a livello europeo. Dotazione complessiva: 5 miliardi di euro. Ma non basta. L’Unione europea resta preoccupata dalla crisi finanziaria e dalla diffusione dei titoli tossici delle banche e continua a considerare obbiettivo prioritario la regolamentazione dei mercati, rispondendo di no a quello spendaccione di Obama che ci aveva invitati a ulteriori e immediati interventi di stimolo economico. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha invitato a valutare gli effetti degli interventi già stanziati dai singoli governi, prima di considerare ulteriori misure e ha esortato a dare all’esterno un «segnale di unità». E, come a Pontida, hanno giurato che questa sarà la linea del Piave di tutta l’Europa al prossimo G20 di Londra.

Con questi auspici e queste premesse il meeting in terra britannica sarà purtroppo quello che è stato già previsto nel nostro Fumo di Londra e cioè un’inutile gita. Con conseguenze che non vogliamo nemmeno immaginare, sperando che, per almeno una volta, non si avverino le catastrofiche previsioni dall’autorevole centro di ricerca europeo del LEAP (Laboratoire Européen d’Anticipation Politique) pubblicate nel suo rapporto n.33 di cui vi posso offrire alcuni stralci grazie al faticoso e lodevole lavoro di traduzione e divulgazione svolto dal sito Informazione Scorretta a cui vi rimando per la sua completa lettura.

Il LEAP/Europe 2020 delinea due possibili scenari per il futuro, in funzione del risultato del G20 del 2 di Aprile, ossia nel caso il vertice si concluda o meno con un accordo.

I due possibili scenari:
1. Verso una crisi risolvibile in 3-5 anni
2. Verso una crisi fuori controllo lunga un decennio

I due scenari possibili: 1. verso una crisi risolvibile in 3-5 anni

L’implementazione di una nuova moneta di riferimento potrebbe essere la seguente:

Aprile-Luglio 2009: il FMI e le principali banche centrali propongono una nuova moneta di riferimento, definiscono i tempi di lancio e le regole

  • Stabilizzazione dei mercati
  • Ritorno della fiducia
  • Continua la crescita della disoccupazione

Agosto-Dicembre 2009: creazione di un Istituto Monetario Globale da parte del FMI e dalle banche centrali le cui monete costituiranno il paniere, lancio di un contest internazionale via internet per la scelta del nome, definizione dei tassi di cambio.

  • Definizione della cornice globale della regolamentazione finanziari
  • Tendenza alla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime
  • Continua la crescita della disoccupazione
  • Fine del crollo del commercio globale

Gennaio – Marzo 2010
Rimpiazzo del sistema SDR del FMI e aumento di capitale del FMI denominato nel nuovo paniere di monete

  • Lancio di piani di salvataggio delle economie più indebolite
  • Stabilizzazione del prezzo dell’energia
  • Stabilizzazione della discoccupazione
  • Instabilità sociale negli USA (15% disoccupazione)
  • Rischio contenuto di colpi di stato militari a seguito delle riduzioni dei budget
  • UK aiutati da FMI e UE
  • Disordini in Cina e Russia

Aprile 2010 – Aprile 2013: passaggio al nuovo sistema monetario internazionale per tutti i mercati dell’energia e delle materie prime e di tuti i conti internazionali (naturalmente tranne quelli denominati in una moneta specifica)

  • Riavvio del commercio globale
  • Crescita del PIL in Asia, Russia, Europa e delle nazioni produttrici di energia
  • Stabilizzazione del PIL USA al 20% in meno del 2008 e dello standard di vita americano al 30% in meno
  • Riforma del sistema sanitario americano: copertura del 100% della popolazione
  • Nuova serie di accordi del WTO
  • Riforma dell’ONU
  • Creazione di una Unione Asiatica ed apertura della Area di Libero Scambio del Pacifico (APEC)

I due scenari possibili: 2. verso una crisi fuori controllo lunga un decennio

Le date sono solo indicative: non pretendiamo di anticipare la data degli eventi con molti anni di anticipo. Ma vale la pena considerare la sequenza ed il passo dei processi descritti di seguito.

Aprile-Luglio 2009: Il G20 non è in grado di avviare una alternativa al sistema monetario internazionale attuale.

  • Conflitti tra i nuovi piani di salvataggio e le nuove regolamentazioni
  • Adozione di mezze misure e compromessi che incoraggiano la perdita di fiducia del pubblico
  • Fallimenti di grandi aziende USA
  • Nazionalizzazione delle banche USA con effetto domino in Europa e Asia
  • Impossibilità del governo inglese di finanziare il suo debito se non con la Banca d’Inghilterra
  • Crollo della Sterlina e intervento del FMI e dell’UE per evitarne il default

Agosto-Ottobre 2009

  • Competizione frontale USA-EU-Asia per attirare i risparmi non più sufficiente a finanziare i deficit pubblici
  • Incapacità e mancanza di interesse ad acquistare buoni del tesoro USA creati per finanziare il debito americano esponenziale da parte di Cina, Giappone e monarchie dei paesi produttori di petrolio
  • Acquisto dei buoni del tesoro americani da parte della FED e crollo del dollaro.
  • Default del sistema finanziario americano, governo compreso
  • Crescita della disoccupazione in tutto il mondo

Novembre 2009 – Marzo 2010: in mancanza di una agenda comune, è impossibile convocare un nuovo G20

  • Disoccupazione al 20% in USA
  • Disordini quotidiani in Cina da parte dei lavoratori immigrati
  • Elezione di un governo socialista in Giappone
  • Manifestazioni quotidiane nelle principali città europee
  • Crollo del gettito fiscale in USA, molti stati (Texas e California per esempio) rifiutano di inviare la quota fiscale a Washington
  • Moltiplicazione di attacchi su obiettivi federali negli USA, lanciati dai militanti di estrema destra
  • Avvio del ritiro delle truppe americane da più della metà delle basi all’estero per tagli di budget
  • Disastro del tessuto economico globale (linee di produzione interrotte dai fallimenti dei principali fornitori)

Aprile 2010 – Aprile 2014:

  • Mancanza di cibo, medicine, pezzi di ricambio, energia in numerose aree del globo
  • Caduta del 30% del PIL americano e del 50% dello standard di vita americano rispetto al 2008
  • Conflitti a fuoco negli USA
  • Erosione della frontiera a sud degli USA
  • Rischio secessione da parte dei singoli stati USA, tentazione di compiere azioni militari contro di loro da parte del governo federale
  • Completamento del ritiro delle truppe dall’Europa
  • Creazione dell’Unione Sudamericana su iniziativa di Brasile, Venesuela, Peru e Argentina
  • Stato di emergenza in Russia per preservare l’integrità nazionale, divisione dell’Ucraina
  • Migrazione di massa dall’Africa all’Europa
  • Riduzione dello standard di vita del 20% in EU rispetto al 2008
  • Colpi di stato fondamentalisti nei paesi arabi, produttori di petrolio compresi
  • Gravissima crisi economica in Israele, che decide di attaccare le installazioni nucleari iraniane
  • Caduta della produzione petrolifera per mancanza di investimenti
  • Maggioranze di estrema destra vincono le elezioni europee nel 2014 con lo slogan “Europa agli Europei”
  • Creazione dell’Unione Asiatica, firma di accordi speciali con gli stati americani che si affacciano sul pacifico.

2014 – ….

  • Nelle nazioni-giocatori principali, salgono al potere i leader che decidono di giocare il nuovo Gioco: “Vince il più forte”.
  • Ad un secolo dalla prima guerra mondiale, il mondo assomiglia molto all’Europa del 1914.