Quando colpirà la nuova ondata della tempesta perfetta?

Mentre le borse continuano a interpretare positivamente tutti i dati negativi o a truccarli, giusto per dare il tempo ai grandi gruppi bancari di ricapitalizzarsi, secondo Mauro Bottarelli la nuova ondata di crisi è già partita.

L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.

Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lettone rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.

«Se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c’è una soluzione». È quanto ha sottolineato il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, durante un intervento un paio di mesi fa a Bruxelles. Ricordate? E ancora. «Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente».

Da allora, silenzio. Peccato che un paese dell’area euro sia già in default tecnico – l’Irlanda -, un altro sta avvicinandosi a tappe forzate al punto di non ritorno, l’Austria e ora la Svezia rischia di destabilizzarci dall’interno se andrà in default sulla propria esposizione. A dirlo sono i freddi numeri dei cds, l’assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza, sul rischio di default dei vari Stati sul debito pubblico e notizia come quelle giunte l’altro giorno da Riga.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro. E anche Unicredit, a dispetto dell’ottimismo dispensato a piene mani dal proprio amministratore delegato, potrebbe subire perdite consistenti, la “Stalingrado monetaria” prefigurata qualche mese fa dalla stampa austriaca. La terza onda è arrivata, più subdola delle precedenti. Ma certamente non meno letale.

Marco Sarli ieri e oggi mette insieme alcune coincidenze di questi giorni:

1) La clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America.
2) Il fondo posseduto al 100 per cento dall’emirato di Abu Dhabi ha deciso di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva in gran quantità e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute.
3) La chiusura di due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori, una notizia che richiama alla mente il primo segnale della crisi finanziaria in arrivo nel giugno di due anni orsono, quando fallirono due hedge funds facenti capo a Bear Stearns.
4) E perchè no anche l’ignominiosa cacciata dell’ex colosso Citigroup dal Dow Jones.

Siccome anche tre sole coincidenze diventano un indizio, parola di Hercule Poirot,

tutti questi segnali confermano la mia previsione di una nuova e più alta ondata delle tempesta perfetta che dovrebbe abbattersi sul mercato finanziario globale tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, un’ondata che farà definitivamente giustizia di quel davvero poco credibile rally dell’orso o di quel rimbalzo del coniglio morto che tanto inchiostro ha fatto scorrere nelle penne dei giornalisti e degli ‘esperti’ embedded agli interessi di Wall Street e dintorni!

Anch’io mi ci gioco una pizza.

Prognosi riservata

Da ilsussidiario.net

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede nuovamente al rialzo il costo della crisi finanziaria: le svalutazioni, entro il 2010 – afferma nel Global Financial Stability Report – «potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche».

Del totale fanno parte, per la prima volta, gli asset originati in tutti i mercati e non solo in quello americano, per il quale la stima delle potenziali perdite è stata portata a 2.700 miliardi, dai 2.200 miliardi di gennaio 2009 e i 1.400 miliardi di ottobre.

«Il sistema finanziario globale – aggiunge l’Fmi – resta sotto un severo stress a fronte di una crisi che riguarda famiglie, aziende e banche sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti». «Il processo di deleveraging – aggiunge – sarà lento e doloroso nonostante le misure prese».

Se è vero che il sistema finanziario americano ha digerito finora 920 miliardi di svalutazioni, ne mancano all’appello, per gli Stati Uniti, ancora quasi 1.800 miliardi e quindi siamo solo appena al 30%, altro che restituzione degli aiuti ricevuti con il TARP! Tanto è vero che il Segretario del Tesoro Geithner, proprio oggi, in un’intervista riportata dal Wall Street Journal, nell’escludere la restituzione del TARP solo sulla base dello stato di salute di singole banche, fa capire che la prognosi del sistema finanziario è ancora riservata:

“Vogliamo essere sicuri che il sistema finanziario non sia solo stabile, ma anche che non determini una più profonda contrazione dell’attività economica. Dobbiamo avere abbastanza capitale sufficiente a sostenere una ripresa.”

Ma le stime del FMI sono paradossalmente ottimistiche, checchè ne dica Tremonti, e potrebbero essere destinate a crescere ulteriormente se peggiorasse la crisi dei paesi dell’Est Europa. L’Europa infatti ha in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti in quei Paesi: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.

Questo è l’avvertimento che lancia il report del FMI secondo il quale «i collegamenti» fra Est e Ovest «creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi».

La maggior parte delle economie emergenti europee – spiega l’Fmi – sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.

«Le banche madri – si legge nel rapporto – sono concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania, Italia, Svezia). E questi collegamenti creano un ciclo di azioni e reazioni tra i Paesi dell’Europa emergente e quelli occidentali che potrebbe esacerbare la crisi».

Gli esperti del Fondo osservano che «il deterioramento delle condizioni finanziarie delle sussidiarie dell’Europa dell’Est influenza la liquidità e la posizione di capitali delle banche-madri, e questo a sua volta ha portato non solo ad un abbassamento del rating e a più alti costi, ma ha ridotto di fatto la capacità di finanziamento proprio delle sussidiarie».

Altro che luci e bagliori di speranza in fondo al tunnel!

La madre di tutte le crisi valutarie

Un grafico da paura, che riprendo dal blog Flute Thoughts. Quantifica l’esposizione, in termini percentuali del Prodotto Interno Lordo, delle banche dei paesi europei nei confronti dei paesi emergenti dell’Europa dell’Est che stanno sperimentando “la madre di tutte le crisi valutarie”. Il paese più a rischio è l’Austria ma anche l’Italia, pur se in buona compagnia, non scherza. Non mi sembra questo il caso di rispolverare il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio”.

Vento dell’Est

Un ciclone si sta per abbattere sull’Europa e sul – tanto sbandierato come solido – sistema bancario italiano. A lanciare l’allarme è l’agenzia di rating Moody’s.

Secondo l’agenzia, infatti, i Paesi dell’Est europeo – nonostante la crescita in alcuni casi vertiginosa fatta registrare nei mesi scorsi – si trovano ormai in una condizione di grande difficoltà complessiva. La loro, specifica Moody’s in un report, è “una crisi profonda e che non accenna a stabilizzarsi. Per questo sono inevitabili forti ripercussioni sugli interessi delle banche europee occidentali”.

A destare il maggiore allarme sono i sistemi economici che presentano significativi deficit fiscali. In questo senso, le situazioni peggiori sono quelle delle repubbliche baltiche e di Ungheria, Croazia, Romania e Bulgaria (ma, aggiunge ancora Moody’s, per le banche occidentali non è così sicuro investire neanche in Ucraina, Kazakistan e Russia).

L’84% delle banche dell’Europa dell’Est sono di proprietà di istituti italiani, francesi, belgi, tedeschi, svedesi e austriaci. Le esposizioni più pesanti sono quelle dell’Austria, dell’Italia e della Svezia.

Tra le banche più a rischio Unicredit. Ma lo scenario che si prefigura è apocalittico:

Questo misterioso atto di follia collettiva è l’equivalente per l’Europa della bolla dei mutui subprime negli USA. Tuttavia c’è una differenza cruciale: le banche europee devono pagare il conto per entrambe le bolle di debito, quelle statunitensi no.

In più l’Europa ha pure in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti nei Paesi Emergenti: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.