Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

“Non abbiamo alcun dubbio che l’Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza”, ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull’Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L’operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell’anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l’attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un’espansione da costa a costa durata vent’anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

Toro seduto

Le vendite di nuove case unifamiliari, dati forniti oggi dal Dipartimento USA del Commercio, sono cresciute in giugno dell’11 per cento rispetto al mese precedente. Anche se, anno su anno, le vendite di nuove case sono diminuite del 21,3% rispetto a Giugno 2008.

Ovviamente questo dato viene presentato come positivo rispetto alle previsioni degli economisti che si aspettavano una crescita inferiore. Ma se il mercato immobiliare si sta riprendendo così alla grande, come si spiega che il prezzo medio delle nuove costruzioni è sceso a 206.202 dollari in Giugno, mentre a Giugno 2008 era di 234.300 (-12%) e a maggio 2009 è stato di 219.000 dollari?

Oggi anche Wall Street sembra cominci a porsi qualche domanda su tutti questi risultati migliori delle attese.

Casino Royale

Sempre a proposito di bische a cielo aperto e giocatori che vincono grazie a carte truccate, ovvero come Goldman Sachs, la Regina delle banche d’affari, riesce a fare profitti enormi in tempo di crisi attraverso strategie di insider trading ad altissima frequenza. Questo post di Andrea Mazzalai ci spiega il trucco in maniera esemplare. Per chi volesse approfondire l’argomento c’è questo lavoro, rigorosamente in inglese.

Così giù che sembra di star sù

L’ho scritto in tutte le salse che Wall Street è diventata una bisca a cielo aperto, dove tra i pochi giocatori che si aggirano tra i tavoli la fanno da padroni quei pochissimi che possono permettersi di rischiare grosso (vedi Goldman Sachs), anche perchè giocano con le fiches pagate dai contribuenti americani e la garanzia che se perdono pagherà Pantalone, truccando il mercato anche con dati manipolati e comunque sempre “migliori di quelli attesi”. Ormai c’è poco altro da aggiungere, se non segnalare questi due interessanti contributi (articoli in inglese) di Jeffrey Cooper e di Smita Sadana e offrirvi la mia traduzione libera di quel che ne pensa anche Robert Reich.

Been Down So Long It Seems Like Up To Me (sono stato giù così tanto che ora mi sembra di star sù), il precoce libro del 1966 di un Richard Farina al tramonto della sua vita, definiva i tardi anni ’60 come gli anni della controcultura. Al rally del mercato azionario che ha spinto l’indice Dow Jones di nuovo sopra i 9000 punti per la prima volta dall’inizio dell’anno potrebbe essere dato il medesimo titolo e potrebbe essere definito come molto-desiderato per la ripresa finanziaria.

Cosa ha spinto il mercato azionario verso l’alto? Principalmente gli inaspettati risultati positivi delle società nel secondo trimestre. Ma quei profitti non sono stati dovuti ai consumatori che all’improvviso si sono ritrovati con un mucchio di soldi in più nei loro portafogli. I profitti sono venuti da drammatici tagli ai costi — inclusi, cosa più ragguardevole, i tagli al costo del lavoro. Se un’azienda taglia a sufficienza i suoi costi, può mostrare un profitto anche se le sue vendite sono vicine allo zero.

Qui il problema è duplice. Primo, tali profitti non possono essere mantenuti. C’è un limite ai tagli oltre il quale l’attività scompare. Secondo, quando viene tagliato il costo del lavoro per mostrare dei profitti, il consumatore finisce per avere meno soldi in tasca per comprare i beni che quell’attività produce. Anche se conservano il posto di lavoro, essi probabilmente avranno paura di perderlo, per cui eviteranno ulteriormente gli ipermercati.

La maggior parte delle compagnie che hanno riportato degli utili hanno superato le aspettative degli analisti, ma questo significa solamente che i profitti sono stati meno cattivi di quanto gli analisti temevano. Secondo il responsabile degli investimenti della BNY Mellon Wealth Management se le società che non hanno ancora presentato le trimestrali mostrano i medesimi risultati di quelle che l’hanno già fatto, complessivamente i profitti delle società saranno scesi del 25% rispetto all’anno passato. Questa potrebbe essere una contrazione inferiore rispetto a quella attesa dagli analisti, ma è comunque terribile. L’utile operativo che le società presenti nel listino S&P 500 hanno dichiarato finora è stato quasi il 29% più basso di quello dello scorso anno e l’80% più basso di quello del 2007, secondo Standard and Poors. Ahi.

“Meglio delle attese” è un eufemismo di moda in questi giorni a Wall Street che stà per “Siamo più felici di quanto pensavamo potessimo essere”. Ma Wall Street è il leader nel mercato dei festeggiamenti, anche quando non c’è nulla di cui rallegrarsi. Si vuole che gli investitori pensino positivamente, nella presunzione che pensare positivimanete possa essere una profezia auto-realizzantesi: se gli investitori iniziano a mettere più soldi nel mercato, allora il mercato automaticamente crescerà, conducendo più investitori a metterci più soldi — prima che, è questa la verità, il rally finisca perchè niente di fondamentale è cambiato nell’economia reale.

Guardate sempre all’economia reale, dove disoccupazione e sotto-occupazione stanno salendo. Non è così divertente quanto festeggiare ed investitire proprio ora, ma è di gran lunga più sicuro.

I conti senza l’oste

Oggi andrebbero rilette sotto un’altra luce le dichiarazioni rese ieri da Bernanke nella parte che gli ottimisti ad oltranza hanno ignorato, quella in cui, per intenderci, il presidente della Fed afferma che molte banche sono ancora a rischio.

Dopo diverse trimestrali di cui il mercato, arrampicandosi sugli specchi, ha messo in evidenza solo gli aspetti positivi – positivi rispetto a quanto previsto dagli analisti più pessimisti -, oggi infatti sono arrivati i risultati di Morgan Stanley, passata inopinatamente in rosso in questo secondo trimestre.

La banca ha messo a segno una perdita netta di 1,26 miliardi di dollari, pari a 1,10 dollari ad azione, a fronte dell’utile da 1,06 miliardi, o 61 cent, dello stesso periodo dello scorso anno. La banca d’affari ha anche reso noto di aver registrato oneri per 74 cent ad azione legati ai rimborsi versati al fondo di salvataggio Tarp.

Gli inguaribili ottimisti si rifanno la bocca con la Wells Fargo: la quarta banca Usa per valore degli asset, ha registrato un aumento dell’81% degli utili nel secondo trimestre a al livello record di 3,17 miliardi di dollari (57 cent ad azione). Il risultato è superiore agli attesi 34 centesimi dei soliti pessimisti.

Peccato che sulla testa della Wells penda la spada di Damocle di quei 5,1 miliardi di dollari di capitali freschi che la banca deve raccogliere entro Novembre, grazie alla performance ottenuta negli stress test a cui è stata sottoposta nel mese di Aprile. Tanto che addirittura il Wall Street Journal (per gli abbonati) è costretto ad ammettere che c’è un buco nel portafoglio della banca e il rischio è che il buco si allarghi mentre i profitti si riducono, visto che deve anche restituire i 25 miliardi ricevuti dal governo.

E dove ha previsto di raccogliere tutti questi soldi la Wells Fargo? Dal mercato dei mutui, che sembra diventata la sua principale attività dopo l’acquisizione della Wachovia. Purtroppo, chiosa il WSJ, i tassi sui mutui e la disoccupazione sono in crescita e non si vede all’orizzonte un’altra fonte di profitti, finchè il mercato immobiliare è fermo.

Già la solita storia, tutti prevedono una ripresa entro l’anno, quando invece i dati fondamentali – il mercato immobiliare, la disoccupazione e la domanda aggregata – peggiorano. Ma tanto abbiamo capito come funziona: finchè c’è musica si balla! Anche al tempo di una marcia funebre.

Bernanke nel cestino

Beh, oggi avevo scritto un articolo, ma poi mi sono accorto che le mie stesse considerazioni le ha svolte meglio di me Marco Sarli nel suo pezzo quotidiano, di cui condivido anche le virgole.

Non mi rimane che anticipare la chiusura estiva del blog o invitare Marco a prendersi delle meritatissime ferie.

Tiramisù

Ovvero cosa succede quando le si provano proprio tutte per tirare sù un mercato tenuto artificialmente in vita manipolando dati e scorgendo germogli verdi anche tra le erbacce già bruciate dal sole infuocato di questa caldissima estate.

Giovedì scorso, nonostante il solito dato macroeconomico meno peggiore dello zero virgola zero rispetto a quanto previsto dal più pessimista degli analisti, le borse sino ad un’ora dalla chiusura erano in territorio negativo. Ecco allora i media accorrere in soccorso con una notizia che ha l’effetto di rianimare il moribondo: Nouriel Roubini, l’economista americano che per primo previde la crisi finanziaria e che è sempre stato scettico sulle possibilità di un superamento rapido della recessione, a quanto pare comincerebbe a vedere rosa.

A Roubini con un abile montaggio viene fatto dire in un’intervista apparsa sulla CNBC: «Credo di poter dire che abbiamo passato il momento peggiore, o per lo meno che siamo molto vicini all’inversione di tendenza. Sia in termini economici che finanziari le condizioni possono volgere al miglioramento, anche se la recessione continuerà fino alla fine dell’anno». Tutto rigorosamente virgolettato e ripreso anche da Bloomberg che sottolinea come le dichiarazioni di Roubini hanno contribuito a infondere ottimismo negli analisti e nel mercato, spingendo Wall Street al rialzo.

Peccato che non fosse vero niente, o meglio quelle frasi erano state estrapolate da un contesto dando loro un diverso significato. Tanto è vero che è dovuto intervenire Nouriel Roubini in persona con un comunicato stampa che ha rimesso le cose a posto e tutti i puntini sulle i.

Naturalmente le autorità di borsa si guardano bene dall’intervenire e dall’andare a vedere cosa stia succedendo in un mercato ormai ridotto a una bisca a cielo aperto e facilmente manipolabile dati i bassi volumi di scambio. Anche attraverso l’informazione, distorcendo dati e notizie come sta avvenendo per i risultati delle trimestrali o semplicemente ignorandoli come ad esempio il collasso delle esportazioni nei primi sette paesi industrializzati del mondo.

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un’aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall’amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all’economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell’inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell’anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione – calo dei consumi e della produzione – disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l’inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d’inflazione in ogni dato e grida “al lupo al lupo”, il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un’aspettativa dell’allargamento del deficit pubblico e dell’inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c’è stata una consistente crescita del tasso d’interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l’inflazione. E naturalmente l’aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell’inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai “preoccupatori” di professione.

Update. Stamattina devo aver azzeccato l’argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell’economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c’è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

No, il peggio deve ancora arrivare

Annunciati ieri dai dati del declino dell’occupazione nel settore privato sono arrivati oggi quelli dell’occupazione forniti dall’Agenzia federale del lavoro, che hanno gettato nello sconforto coloro che vedono germogli verdi dappertutto e ovviamente le borse.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono calate a 614mila unità negli Stati Uniti, ma meno delle attese che vedevano una discesa a 605mila unità.

Cattive notizie anche dal rapporto sul mercato del lavoro di giugno, con un tasso di disoccupazione, che pur non essendosi spinto al 9,6% messo in conto dagli operatori finanziari, è arrivato al 9,5%, il livello più alto degli ultimi 25 anni.

Ancor più deludente l’indicazione di nuovi posti di lavoro, visto che il mese scorso ne sono stati persi 467mila, ben oltre i 375mila previsti dagli analisti. Un dato che segnala un peggioramento rispetto alla lettura di maggio, rivista al rialzo da -345mila a -322mila unità.

L’economia a stelle e strisce ha perso finora 6 milioni e mezzo di posti di lavoro da quando è partita la recessione, nel dicembre del 2007. Particolarmente colpiti il settore manifatturiero, quello dei servizi professionali e delle costruzioni.

Notizie che fanno il paio con quelle di ieri sul settore immobiliare che vede una lieve crescita delle vendite di case esistenti (ma sappiamo già che un’ampia percentuale è rappresentata da vendite all’asta spesso a prezzi irrisori), accompagnata dalla mancata ripresa nelle vendite delle nuove che, a sua volta, spiega bene l’ennesimo calo dello 0,9 per cento della spesa per costruzioni e il vero e proprio crollo delle richieste di mutui di rifinanziamento, scesi del 30 per cento.

Un mixer di informazioni che confermano che la strada verso la ripresa economica è ancora lunga e il peggio deve ancora arrivare. Non ci sarà ripresa a livello mondiale senza ripresa del mercato immobiliare americano e fintantochè la disoccupazione continuerà a crescere. Hanno una bella faccia tosta i nostri governanti a ripetere la formula esorcistica “il peggio è alle nostre spalle” e a minacciare l’informazione rea di deprimere i consumatori dicendo loro la verità.

A ricordarcelo nel giorno in cui l’Istat pubblica i disastrosi dati dei nostri conti pubblici, è anche l’Economist che dedica un articolo all’Italia in cui si evidenzia che l’insistenza con cui Berlusconi continua a proclamare che nel nostro Paese la recessione non sarà né così severa né così prolungata come in qualunque altro paese, potrebbe rivelarsi un boomerang.

Berlusconi – scrive l’Economist – si trova ad affrontare molti scandali in casa, ma il più grande è il suo rifiuto di accettare la portata delle difficoltà economiche dell’Italia che evidenzia la contraddizione tra le affermazioni del premier e la realtà economica. Se il piano è di compensare la perdita di esportazioni fregando i consumatori italiani facendoli spendere di più, è un piano rischioso, sia per il governo che per il Paese, afferma l’Economist, puntualizzando che Berlusconi “ha già un problema di credibilità in casa riguardo la propria vita privata”.

La nozione che l’Italia, che ha alle spalle 20 anni di “under performance”, eviterà l’intero impatto della recessione è fantasiosa. Inoltre insistendo che non c’è nulla che non va – conclude il settimanale economico – Berlusconi e Tremonti si stanno anche lasciando scappare l’opportunità di cominciare quelle riforme che non solo farebbero correre la ripresa dell’economia, ma migliorerebbero realmente la produttività dell’Italia e le finanze pubbliche.

Parole equilibrate che in un paese normale dovrebbero far riflettere ma che in una nazione trasformata in un immenso Bagaglino a cielo aperto dove un banchiere le cui capacità sono universalmente riconosciute viene bollato come un pericoloso disfattista e qualsiasi voce fuori dal coro viene iscritta d’ufficio a qualche quotidiano complotto della sinistra, tra balletti di veline ed escort, incapperanno sicuramente nell’anatema del capocomico e liquidate come spazzatura comunista.

Scriveva Nassim Nicholas Taleb in un recente articolo (vedi etichette) che a gente che guida bendata un autobus scolastico e l’ha fracassato non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. Noi non solo gliene abbiamo dato un altro ma ad ogni incidente lo premiamo aggiungendo punti alla patente. Come potremo mai evitare la catastrofe?