Altri numeri

Non sono certo dati macroeconomici che aprono a grandi speranze quelli arrivati oggi dagli Stati Uniti. Una doccia fredda per chi si era scaldato troppo al solicello tiepido della ripresina, anche se le borse fanno finta di niente e continuano ad andare per la loro strada.

Nel settore immobiliare vanno a fondo le vendite di case di nuova costruzione. In Novembre le vendite di case unifamiliari diminuiscono dell’ 11,3% ad una quota annuale attualizzata di 355.000 case, ben al di sotto del previsto calo del 1,2% e delle 425.000 case attese dagli economisti intervistati dal Dow Jones Newswires.

Per noi nessuna sorpresa visto che il risultato era già annunciato dal dato delle vendite delle case esistenti di qualche giorno fa. Le vendite di nuove case, al contrario di quelle di case esistenti, sono registrate con la firma del compromesso e non alla conclusione della vendita. Difatti l’incremento di novembre nelle vendite di case esistenti scontava la corsa all’acquisto di una prima casa , a settembre ed ottobre, dei compratori interessati agli sgravi fiscali, in scadenza ad ottobre, acquisti che però sono stati registrati alla conclusione dei contratti, un mese dopo. Ora gli sgravi sono stati prorogati ad Aprile 2010 ma ormai chi era intenzionato a comprare casa ha concentrato le sue richieste ad ottobre e in futuro non rivedremo certo quei numeri.

Un’altra ragione che ha depresso le vendite di case nuove è stata la forte domanda di case esistenti, cresciuta del 40% rispetto alla fine dello scorso anno, con moltissimi acquisti, approfittando dei fortissimi sconti per gli immobili sottoposti a procedure esecutive. Fenomeno che si amplierà nei prossimi mesi a causa della crescita del numero di case con mutui underwater e delle foreclosure. Non c’è da aspettarsi quindi che nei prossimi mesi l’edilizia residenziale torni ad essere il motore, come dovrebbe, della ripresa economica.

Altri dati che, pur essendo positivi, testimoniano dell’estrema debolezza di questa ripresa, che è tale solo tecnicamente, sono quelli relativi ai redditi e ai consumi, cresciuti al di sotto delle attese degli economisti. I redditi sono cresciuti a Novembre dello 0,4% rispetto al mese precedente, i consumi dello 0,5% mentre le attese erano per incrementi, rispettivamente, dello 0,5% e dello 0,6%. Da notare che il dato dei consumi del mese di Ottobre è stato rettificato in ribasso dallo 0,7% al 0,6%, quello dei redditi dallo 0,2% allo 0,3%.

Gli inguaribili ottimisti, nonostante tutto, anche dopo la revisione del PIL americano nel terzo trimestre ad un modestissimo 2,2%, sono convinti che proprio perchè l’incremento è così debole, il quarto trimestre registrerà una fortissima crescita. Anche a chi è seduto sulla seconda gamba di una W sembra di essere in alto.

Le balle di Natale

Dopo la buona notizia su una disoccupazione in frenata arriva un altro regalo di Babbo Natale! E poi dicono che i mercati non credono alle favole: le vendite retail in Novembre negli Stati Uniti sono cresciute del 1,3%, il doppio di quanto si attendeva Wall Street che come d’uopo festeggia scambiando questo dato con un ritorno dei consumi che potrebbe sostenere una ripresa ancora in stato di coma assistito.

Se andiamo a guardare bene i dati non c’è di che rallegrarsi molto. I numeri dimostrano solo un piccolo miglioramento delle vendite trascinate dall’effetto rottamazione auto e dall’aumento dei carburanti. Se depuriamo il dato da questi due elementi la crescita è solo dello 0,6%, ben poca cosa per poter dire che ci troviamo di fronte a un ritorno della spesa dei consumatori.

Anzi, all’interno delle varie voci del paniere, è possibile individuare segnali contraddittori che dovrebbero far riflettere e invitare a giudizi ed atteggiamenti più prudenti. Infatti mobili e arredi per la casa sono in calo dello 0,7% mentre altri settori sono stati tirati sù dal lungo weekend di supersconti in occasione delle festività del Thanksgiving, come per i prodotti elettronici (+ 2,8%) che però avevano già fatto segnare un balzo anomalo del 7,9% con i saldi di Gennaio e gli alimentari in crescita del 1%. In calo anche l’abbigliamento (-0,7%).

Ripresa dei consumi? Andiamoci piano prima di appendere balle scintillanti sull’albero di natale. E non diamo poi la colpa a Babbo Natale se a Gennaio la festa sarà già finita!

Non c’è ripresa senza consumi

La catena di negozi Kroger, un colosso americano del settore alimentare, dichiara una perdita nel terzo trimestre di oltre 1 miliardo di dollari e perde il 14% in Borsa. Precipitano anche le quotazioni delle altre industrie del settore, seppure con ribassi più contenuti. Sono gli effetti del calo dei consumi e dei prezzi, altro che rischi di inflazione e ripresa economica!

Intanto arriva in contemporanea la notizia che l’indice della fiducia dei consumatori americani, un indicatore ai quali analisti ed economisti attribuiscono un importante significato, ha segnato un ulteriore calo a dicembre, estendendo la flessione del mese di novembre a seguito dei timori relativi all’economia e al mercato del lavoro e passando da 47,9 a 46,8 punti percentuali nei due mesi considerati.

Ieri abbiamo visto come la situazione finanziaria dei consumatori sia totalmente in contrasto con la possibilità di una ripresa sostenibile.

I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l’8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull’economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all’anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

Oggi anche il Wall Street Journal si accorge che

Consumer lending shrank 1.7% in October, the ninth consecutive drop, extending the dramatic decline of financing available to help fuel the U.S. economy.

The $3.5 billion decline, calculated by the Federal Reserve, caps a 4% drop in consumer lending from its July 2008 peak. Before then, borrowing by U.S. consumers — including credit-card debt and auto loans, but excluding mortgages — had been growing for more than a half-century.

Consumer activity accounts for about two-thirds of U.S. economic growth. Curtailed lending to consumers could hurt the chances for a strong recovery.

Il credito al consumo segna ad Ottobre il nono consecutivo calo mensile (-1,7%), estendendo il drammatico declino dei finanziamenti disponibili per alimentare l’economia americana. La diminuzione di 3,5 miliardi di dollari calcolata dalla Federal Reserve, rappresenta un calo pari al 4% del credito al consumo dal suo picco del Luglio 2008. In precedenza il credito al consumo – compresi i finanziamenti attraverso carte di credito e prestiti auto ed esclusi i mutui – era sempre stato in crescita negli ultimi 50 anni. La spesa dei consumatori conta per due terzi nella crescita economica degli Stati Uniti. La riduzione dei prestiti ai consumatori, ammette, bontà sua, il WSJ, potrebbe nuocere alle possibilità di una forte ripresa.

In realtà non c’è alcuna possibilità di vedere una crescita reale dell’economia e quindi una ripresa sostenibile finchè è in corso il processo di riduzione del debito da parte dei consumatori. L’unica teorica possibilità, di scuola, per invertire questo trend sarebbe la crescita nominale del Pil attraverso l’inflazione. Ma questa sarebbe una politica economica terribilmente ardua da perseguire con un fenomeno in atto di riduzione del debito. Ma questa è un’altra storia.

La ripresa economica? Nel reparto rianimazione

Il peggio è alle spalle? I deboli segnali di ripresa rappresentano già di per sè una ripresa sostenibile? Faccio il punto della situazione dell’economia statunitense ricorrendo all’analisi dei miei consulenti finanziari preferiti, quelli di Comstock che, come al solito, non si uniscono al coro degli ottimisti di professione e con i quali mi trovo il più delle volte, come in questa occasione, perfettamente in sintonia.

La risposta di Comstock a quelle due domande è che la ripresa economica è ricoverata in rianimazione e con prognosi riservata. Condizioni molto sfavorevoli in tre settori chiave – case, immobili commerciali e spesa dei consumatori – rendono altamente probabile che la crescita economica sarà estremamente debole o cadrà in un’ altra recessione.

Circa il 25% di tutte le case con mutui sono underwater (cioè con il valore della casa inferiore al valore del mutuo rimanente), con circa la metà di queste oltre il 20% underwater. L’esperienza indica che un gran numero di questi mutui finiranno in default se non l’hanno già fatto. Anche adesso il 14% di tutte le case con mutui sono in default o in procedura esecutiva. I prezzi delle case sono saliti leggermente rispetto ai mesi passati solo a seguito dello sconto fiscale concesso dal governo agli acquirenti di prima casa e il fatto che i pignoramenti sono stati temporaneamente sospesi per il tempo necessario agli istituti erogatori di verificare quali casi sono suscettibili di modifiche. Non appena questo processo sarà completato quelli non qualificati verranno messi in procedura esecutiva. Inoltre siamo anche di fronte ad un altro round di revisione dei tassi che porterà ancora più default e pignoramenti nel prossimo periodo. Quando ciò accadrà i prezzi delle case riprenderanno il loro declino, mettendo underwater molti più mutui di ora. Non dimentichiamo che la crescente disoccupazione e la mancanza di nuove assunzioni si tradurrà in più famiglie che non riescono a mantenere i loro pagamenti.

Quello degli immobili commerciali – Commercial real estate (CRE) – è un altro settore che esporrà le istituzioni finanziarie e l’economia a ulteriori rischi. I prezzi degli immobili commerciali sono già in calo del 33% nel 2009 e del 45% dal loro picco con una stima dal 55% al 65% a prezzi inferiori al valore dei loro mutui. Circa 1,5 trilioni in dollari di mutui CRE andranno a scadenza nei prossimi anni, e un numero consistente di essi non potrà beneficiare di rifinanziamento a meno che le già indebolite istituzioni finanziarie non mettano a segno insperati risultati. Un gran numero di mutui sono in carico a piccole-medie banche locali. Questa è un’altra ragione per cui le banche sono così restie a concedere nuovi prestiti alle piccole imprese.

La terza gamba del traballante sgabello dell’economia sono le diminuite prospettive per la spesa dei consumatori. I consumatori stanno riducendo il debito e aumentando il loro tasso di risparmio, un processo che è appena iniziato. Il debito delle famiglie / PIL è ancora circa il 100% rispetto ad una media di 57 anni del 57%. Mentre il tasso di risparmio delle famiglie è aumentato al 4,4% da un valore vicino allo zero, con una media generalmente tra l’8% e il 9% nei decenni precedenti al 1992. Ma mentre un maggiore tasso di risparmio ha benefici effetti sull’economia nel lungo termine, esso tende a frenare la spesa dei consumatori quando il processo è in corso. Inoltre il freno alla spesa dei consumatori è la causa per cui i salari sono diminuiti del 5% rispetto a un anno fa, la disoccupazione è ancora in aumento, le nuove assunzioni sono ancora in calo, il reddito netto è precipitato e il credito al consumo è molto ridotto. Il credito al consumo è sceso del 4,3% rispetto all’anno passato, il massimo in almeno 44 anni. Il reddito netto delle famiglie è diminuito del 12%, anno su anno, il massimo calo in 57 anni.

In conclusione, le condizioni estremamente negative in materia di case, immobili commerciali e la situazione finanziaria dei consumatori sono totalmente in contrasto con la visione che l’economia stia sperimentando il tipo di recupero che ha caratterizzato il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Gli analisti di Comstock ritengono pertanto che il mercato azionario è pesantemente sopravalutato e destinato ad un importante calo.