Non è una ripresa normale

Il Bureau of Economic Analysis (BEA), l’Agenzia federale fonte ufficiale delle statistiche economiche, si prepara oggi a diffondere i dati trimestrali del Prodotto interno lordo americano che dopo quattro trimestri negativi dovrebbe tornare al segno positivo. Gli economisti si aspettano una crescita del 3.2% al tasso annualizzato, dopo la contrazione dello 0.7% del secondo trimestre. Alcuni di essi si spingono addirittura ad ipotizzare una crescita del 4% o anche più.

Quel che fin d’ora è necessario dire è che ci troviamo di fronte a una ripresa drogata, non sostenuta cioè da una reale “domanda” bensì spinta dagli stimoli del governo e da fattori fisiologici. Come in primo luogo la riduzione delle scorte che nel terzo trimestre è rallentata rispetto al secondo trimestre. Si calcola che ai fini del Pil solo questo fattore conti per 1 punto percentuale.

Ci sono poi gli stimoli governativi. Il programma cash-for-clunkers (incentivi alla rottamazione delle auto) e il credito di imposta fino a 8 mila dollari concesso dal governo a chi acquista un’abitazione come prima casa hanno sostenuto le vendite anche di arredamenti ed elettrodomestici, incrementando il Pil.

I facili entusiasmi, il “peggio è dietro le spalle”, sono perciò fuori luogo. Cosa accadrà nel quarto trimestre se continua lo sciopero dei consumatori e non riparte la domanda reale? Dovrà intervenire ancora il governo con nuovi stimoli visto che i programmi di incentivi sono in scadenza? Questo potrà aiutare la crescita del Pil ma aumenterà l’indebitamento. E prima o poi i debiti si pagano.

Update Il Pil americano è cresciuto del 3,5% nel terzo trimestre. Commento del Wall Street Journal: è il primo segnale di crescita dopo più di un anno grazie ad una ripresa dei consumi, ma un mercato del lavoro debole condiziona la ripresa.

La ripresa poggia sulle sabbie mobili

Immagino cosa ne pensa il Mago di SondriOz, lui unico al mondo ad aver visto arrivare la crisi, anche se proveniente da tutt’altra direzione, ma si sa, se Nostradamus va interpretato post factum, lui, il nostro per tre volte ministro dell’economia, non parla nemmeno per quartine ma per quartini. Noi, che siamo parchi di libagioni e non confondiamo, per lo più, le lucciole per lanterne, ci siamo fatti guidare in questa crisi da alcune stelle polari che ci hanno indicato sempre la giusta direzione anche nel buio più profondo. Tra questi i bravi analisti di Comstock, che non frequentano gli antri di Maghi o apprendisti stregoni e non usano filtri o pozioni magiche ma numeri, dati e la cruda analisi economica per spiegare quello che sta accadendo e dove stiamo andando. Quello che segue è il loro ultimo commento settimanale che conferma e riassume molte delle osservazioni ed analisi sparpagliate qua e la in questo ed in altri blog non iscritti al Club degli ottimisti di professione.

La ripresa economica tanto celebrata è costruita sulle sabbie mobili. L’attesa risalita del PIL nel terzo trimestre è basata su una massiccia spesa pubblica, un rallentamento nella diminuzione delle scorte, il programma cash-for-clunkers e alcuni numeri fuorvianti del mercato immobiliare. Allo stesso tempo i più importanti motori di una ripresa sostenuta, come una robusta spesa dei consumatori, l’aumento dei salari reali e una ripresa reale del mercato immobiliare, i motori necessari ad una ripresa economica, mancano tutti dall’elenco dei rimedi.

La spesa dei consumatori, che rappresenta il 70% del PIL, è probabile che rimannga depressa per qualche tempo a venire. Con l’indebitamento delle famiglie ancora vicino a livelli record, il deleveraging sarà una caratteristica dell’economia per un periodo prolungato. Il tasso del risparmio delle famiglie, che in precedenza costituiva in media circa il 9% del reddito disponibile, è ancora ad un misero 4,2% dopo essere caduto a zero durante il precedente boom. Da quando il reddito netto delle famiglie è crollato, la necessità di ricostituire il risparmio continuerà a soffocare la spesa. Allo stesso tempo i salari continuano a diminuire, la disoccupazione è in crescita, le ore di lavoro vengono tagliate e un gran numero di lavoratori sono stati costretti a lavoro part-time quando preferirebbero lavorare a tempo pieno. Inoltre, poiché i ricavi delle imprese sono ancora in picchiata, come risulta dai rapporti del secondo trimestre, le imprese continueranno a tagliare il costo del lavoro, riducendo in tal modo il reddito familiare ulteriormente. Inoltre c’è ancora la stretta creditizia e solo la parte dei consumatori più affidabile finanziariamente ha accesso ai prestiti. Tutti questi fattori fanno sì che la spesa dei consumatori e i profitti rimangono sotto pressione e impediscono a qualsiasi vera ripresa di acquistare velocità.

Al tempo stesso i recenti dati sulle case stanno dando una immagine fuorviante della solidità del mercato immobiliare. Le vendite di case esistenti in luglio sono salite del 7,2%, ma gli inventari di case invendute sono cresciuti del 7,3%. Una recente indagine a livello nazionale degli agenti immobiliari ha indicato che solo il 36% di vendite di case non sono state fatte sotto pressione. Le restanti vendite riguardano tutte procedimenti esecutivi (foreclosure), o short sales (al prezzo di vendita pari alla quota di mutuo da pagare) da parte di banche o di venditori non in default, ma in difficoltà finanziarie perchè disoccupati, o con una grave malattia o con problemi familiari. Inoltre il 30% delle vendite riguardano acquirenti della prima casa che hanno approfittato del credito d’imposta di 8.000 dollari che scade alla fine di novembre. Le vendite di case nuove sono salite anche a luglio, raggiungendo le 433.000 unità su base annua. Questo a fronte di 776.000 per il 2007 e 485.000 per il 2008, sempre su base annua. Ricordate anche che le vendite mensili annualizzate di nuove case ha raggiunto i circa 1,4 milioni nel 2007. Sciaguratamente nei prossimi tempi è probabile un’ondata di nuove forclosures. Un recente studio di Deutche Bank dimostra che il 26% di tutte le case con un mutuo sono ad un valore inferiore all’importo del mutuo e che questa percentuale salirà al 48% entro il primo trimestre del 2011. Questo porterà a ulteriori foreclosures e a prezzi più bassi, così come a un peggioramento dei bilanci delle istituzioni finanziarie che hanno concesso i mutui. Da aggiungere al quadro negativo un’altra ondata di azzeramenti di mutui a tasso variabile che aggraverà ulteriormente la situazione.

In conclusione le possibilità per una ripresa di tipo a V sono estremamente ridotte, ed è più probabile che, dopo un trimestre o due di incremento del PIL, l’economia continuerà a sprofondare in una ulteriore recessione. Questo sarebbe un tipico comportamento dell’economia a seguito di una crisi finanziaria. Dopo una risalita del 55% dal fondo, il mercato azionario sta scontando uno scenario molto più roseo, e probabilmente resterà estremamente deluso di come la situazione evolverà nel prossimo periodo.

Incentivi da rottamare

A guardarli bene i risultati del programma di incentivi alla rottamazione che negli Stati Uniti chiamano ‘cash-for-clunkers’ (spesi oltre 3 miliardi di dollari dei contribuenti) non hanno risollevato le sorti del mercato americano dell’auto. Anzi per i due giganti di Detroit, General Motors e Chrysler, sono stati abbastanza deludenti.

Infatti la GM, superata dalla Toyota, si è guadagnata il 17,6% dei 690.100 veicoli venduti sotto il programma, mentre la Chrysler, superata anche da Nissan e Hyundai, ha ottenuto appena il 6.6% di vendite. Dato ancor più sconfortante se consideriamo che la quota di mercato della GM nei primi sette mesi del 2009 era stata del 19,6 per cento e per la Chrysler del 9,6%. Insomma chi ha pensato bene di cambiare la propria vecchia macchina utilizzando fino a 4.500 dollari di incentivi – presi dalle tasche di altri contribuenti americani – ha preferito, segno dei tempi che cambiano, le più piccole, economiche ed ecologiche auto giapponesi e coreane.

Inoltre stanno già emergendo segnali che le vendite complessive torneranno giù decisamente, ora che gli incentivi sono finiti. Jeremy Anwyl, chief executive di Edmunds.com, un servizio online che fornisce i prezzi delle auto, ha dichiarato al Financial Times che il ‘Cash-for-clunkers’ ha alterato il mercato in modo da far respirare l’industria per quattro settimane. Ora inizia il tempo di pagarne lo scotto: secondo Edmunds, basandosi sulle visite al suo sito, l’intenzione d’acquisto è andata giù dell’11% dalla media di Giugno, prima che iniziasse il programma ‘cash-for-clunkers’.

Tutto già visto e previsto: gli incentivi alla rottamazione sono pannicelli e acqua calda i cui risultati possono esaltare solo gli ottimisti di professione, perchè anticipano e concentrano in un breve periodo gli acquisti che altrimenti verrebbero rimandati di mesi ma non fanno terminare lo sciopero dei consumatori. Ora non resta che aspettare di vedere quanto ha inciso il cash-for-clunkers sulle future vendite. Non occorre essere profeti di sventura per intuire che probabilmente l’industria dell’auto conoscerà da Settembre il peggiore ciclo di vendite dopo la crisi dei primi anni ’70.