Deflazione, deflazione e ancora deflazione

Gli ultimi dati economici, l’enorme crescita della massa di liquità immessa nel mercato, alcuni segnali come l’aumento dei tassi dei titoli di stato americani a lungo termine, continuano a far discutere il fior fiore degli economisti sulle ipotesi se ci stiamo avviando verso la Grande Inflazione o se piuttosto non ci aspettano anni di depressione giapponese.

Segnalo questo post di Brad DeLong che riprende un articolo di Martin Wolf dal Financial Times. La tesi di Wolf, in estrema e parziale sintesi, è che il lieve aumento dei tassi è un segnale positivo di ripresa perchè vuol dire che il mercato sta uscendo da una fase di panico durante la quale gli investitori si erano rifugiati nei titoli di stato che ora abbandonano diversificando i propri investimenti. L’argomento è estremamente complesso e offre numerosi spunti di riflessione come ad esempio la considerazione che un aumento dei tassi potrebbe soffocare questo debole tentativo di ripresa facendo precipitare in una più profonda depressione il mercato immobiliare, aumentando le insolvenze e quindi le sofferenze delle banche. Insomma il classico cane che si morde la coda.

Paul Krugman invece guarda ad altri dati e ripete tranquillamente per l’ennesima volta che ci troviamo nella classica situazione descritta dalla Trappola della liquidità, la teoria formulata da Keynes nel 1936 (The General Theory of Employment, Interest and Money), in base alla quale, quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero, i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d’interesse e di conseguenza preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Nel contesto attuale, seguendo Keynes, il mercato sarebbe indotto ad assorbire qualsiasi ammontare di liquidità immesso dalle autorità monetarie, neutralizzando così ogni impulso sui tassi e rendendo dunque vana la manovra.

Krugman dunque non vede rischi inflazionistici e quello che mi sembra ci possiamo aspettare in base alla sua analisi, è una lunga depressione durante la quale vedremo sempre bagliori di ripresa ma mai la fine del tunnel.

Krugman sostiene la sua tesi con il grafico della decade perduta giapponese

e con quello degli Stati Uniti negli anni ’30

Notice, in this case, that a Friedman-style focus on a broad monetary aggregate gives the false impression that Fed policy wasn’t very expansionary. But it was; the problem was that since banks weren’t lending out their reserves and people were keeping cash in mattresses, the Fed couldn’t expand M2.

Già, stando al grafico, la politica della Federal Reserve non sembra molto espansiva, ma in realtà, dice Krugman lo è stata: il problema è che da quando le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e gli investitori hanno iniziato il loro sciopero (mettendo la propria liquidità sotto il materasso), la Fed non ha potuto espandere l’aggregato M2.

L’ultimo grafico ci mostra la spesa pubblica in relazione con quella privata

Government borrowing, while huge, has not quite offset a huge plunge in private borrowing.

La spesa pubblica, benchè molto ampia, non ha compensato la profonda caduta di quella privata.

Il piano B

Il piano Geithner è stato vivisezionato in lungo e in largo ma ci sono due o tre aspetti che forse non sono stati sottolineati abbastanza e che determineranno il suo fallimento. Un primo punto lo avevo già evidenziato.

Consideriamo poi due casi di banche “venditrici”. Una in cui i titoli illiquidi non incidano significativamente sul bilancio e l’altra in cui invece siano parte consistente dell’attivo.

Nella prima ipotesi la banca tenderà a sbarazzarsi solo dei titoli il cui valore sia prossimo allo zero. In questo caso il meccanismo messo in piedi diventa un gigantesco terno al lotto o se preferiamo un Superenalotto di Ponzi in cui a vincere sarà solo il banco, o meglio la banca che incasserà i soldi dei contribuenti, con il Tesoro che non riavrà indietro i suoi prestiti ma solo carta straccia e gli investitori privati che comunque il loro 15% ce l’avranno rimesso.

Nel secondo caso invece la banca starà molto attenta a liberarsi dei titoli, e quindi a partecipare alla lotteria, per evitare di svalutare il suo attivo e di finire in una situazione di insolvenza.

Una terza problematica è quella toccata da Simon Johnson in un Forum d’eccezione con Brad DeLong, Mark Thoma e Paul Krugman: cosa succede se il piano Geithner fallisce ma fallisce nel senso che le offerte dei compratori sono più basse del prezzo di riserva del venditore con la conseguenza che gli asset tossici non vengono venduti? La vera domanda allora diventa: Geithner e Bernanke hanno pronto, in questo caso, un piano B?

Brad DeLong, moderatamente a favore del piano, sebbene lo ritenga insufficiente, pensa che se il piano fallisce il governo probabilmente sarà nella condizione migliore per andare avanti sulla strada della nazionalizzazione mentre Paul Krugman è fortemente contrario al piano perchè pensa che fallirà e non ci sarà nessun piano B perchè dopo il suo fallimento il governo non avrà più la credibilità politica per chiedere altri soldi al Congresso.

Bene o male che vada sarà comunque uno sperpero di denaro pubblico regalato a Wall Street per prolungare l’agonia di un sistema fallito mentre in sottofondo aumenta il fragore delle presse della Fed che lavorano giorne e notte a stampare miliardi di dollari.