Quando saremo tutti morti

Dopo la svalutazione cinese e la debacle delle borse, i soliti ottimisti di professione pensano che i mercati saranno ancora molto agitati in vista del previsto aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti (settembre/ottobre) ma, una volta che la notizia sarà vecchia e tutti si renderanno conto che il mondo non è cambiato, il mercato dovrebbe migliorare, toccando nuovi massimi con gli indici di borsa ancora più elevati di oltre il 10 per cento rispetto ai livelli attuali. Tutto questo è possibile, sempre secondo gli ottimisti, prima della fine dell’anno. Ma, detto questo, cari investitori, bisogna smettere di guardare al portafoglio. Tutto è possibile a breve termine. I rendimenti sono nel lungo termine e una variazione di un mese all’altro di valore totale non significa niente. Ma, come diceva Keynes, nel lungo periodo non saremo tutti morti?

Case di malaffare

Gli analisti di diverse banche d’affari sono pronti a scommettere per ulteriori rialzi dei mercati azionari nel 2010. Ma le loro previsioni sono supportate da dati e analisi corrette o sono solo una trappola perchè più pesci cadano nella rete?

Una lettura alternativa e ben argomentata viene, come al solito, dagli analisti di Comstock, secondo i quali, a causa della debolezza nella spesa per consumi, del calo della fiducia nel settore delle piccole imprese, della crescita della preoccupazione per l’aumento delle foreclosure nel mercato immobiliare e dei seri problemi portati dal debito sovrano, c’è da aspettarsi invece un considerevole declino delle borse.

Tra Barclays Capital, Morgan Stanley, Ubs, JP Morgan e l’onniveggente Goldman Sachs forse solo l’ultima si era accorta dell’arrivo della tempesta perfetta, ma si era ben guardata di lanciare l’allarme mentre, zitta zitta, si alleggeriva dei titoli tossici. E voi vi fidereste di più di chi ha tutto l’interesse di continuare a gonfiare la bolla e i propri profitti o piuttosto di chi, inascoltato, aveva dato l’allarme?

G20 e banchieri, dubbio amletico

Come tradurreste “doom loop“, con “circolo vizioso” o “spirale di morte”?

Dal Telegraph: Bank of England dichiara che i banchieri stanno alimentando un ‘doom loop’ dell’economia.

On the eve of the G20 meeting of finance ministers in Scotland, Andy Haldane, the Bank’s executive director for financial stability warned that the relationship between the state and banks represents a “doom loop” which will keep inflicting crises on the public unless arrested.

The warning, which follows Governor Mervyn King’s call for investment banks to be split from their high street wings, is the most radical yet from the Bank, and comes amid growing concern that the G20 has abandoned any plans for far-reaching reforms.

Mr Haldane, who was a key part of a Bank unit which was among the first to warn, well ahead of the crisis, of a dangerous gap between what banks had in their balance sheets and what they were lending customers …

Alla vigilia della riunione del G20 dei ministri delle finanze, Andy Haldane, direttore esecutivo (per la stabilità finanziaria) della Banca d’Inghilterra, ha ammonito che il rapporto tra Stato e banche rappresenta un “doom loop”, che continuerà ad infliggere crisi alla gente a meno che non venga fermato.

L’avvertimento, che segue il richiamo del governatore Mervyn King per una separazione delle banche di investimento dalle altre attività, è il più radicale, ancora da parte della Banca, e viene nel mezzo della crescente preoccupazione che il G20 abbia abbandonato tutti i grandi progetti di riforme.

Mr Haldane, che è stato un elemento chiave della Banca quando fu tra i primi ad avvertire, ben prima della crisi, di un pericoloso gap tra ciò che le banche avevano nei loro bilanci e ciò che davano in prestito ai clienti …

Quel che certo è che, nonostante le buone intenzioni e i proclami, ben poco è stato fatto per riformare il sistema bancario, anzi, i governi e le banche centrali hanno alimentato i peggiori vizi del sistema attraverso fiumi di denaro a costo zero, finiti, la maggior parte, in quelle discariche di veleni tossici che sono diventate le borse mondiali, una bomba con il timer attivato ma di cui nessuno conosce l’ora fissata.

La grande bolla

Toh, se n’è accorta anche la “grande” informazione:

[…] Dopo il grande tsunami di un anno fa, che ha quasi riportato il mondo ai tempi della Grande Depressione, doveva essere un’era di pentimento e cilicio, di ravvedimento e virtù, di regole stringenti e appetiti misurati. Castigate e imbrigliate, banche e finanziarie dovevano tornare all’umile compito di alimentare l’ordinato sviluppo dell’economia. Beh, riaprite gli occhi: di tutto questo non c’è traccia. Le regole non sono arrivate, i soldi – un fiume di soldi, sotto forma di prestiti, garanzie, tassi stracciati – sì. E la finanza da corsa ha ripreso il largo: i suoi uomini sono tornati a spartirsi un ricco bottino – sotto forma di bonus – e a puntare i soldi in cassa, negati a famiglie e imprese, su scommesse sempre più rischiose nei mercati. Il risultato è che, probabilmente, siamo seduti di nuovo su un’unica gigantesca bolla, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento.

La madre di tutte le bolle: nel senso che, invece delle singole bolle (della casa, dei subprime, dei derivati, del credito, del petrolio) del passato appena trascorso, questa è un’unica bolla che le riassume tutte: la bolla del dollaro. Il fatto che sia una bolla al contrario (il dollaro scende) non deve trarre in inganno: è proprio la discesa del dollaro che gonfia, tutte insieme, le altre bolle.

Prendete il bilancio di una grande banca internazionale, come Barclays. Nel secondo trimestre, il settore prestiti alle famiglie ha visto i profitti ridursi del 61 per cento, quello commerciale del 42 per cento. Il ramo affari, Barclays Capital, li ha raddoppiati. Ancora una volta, l’esempio Goldman Sachs vale per tutti: quasi 14 miliardi di dollari di ricavi nel secondo trimestre. Due terzi di questi ricavi vengono dal settore “trading”, cioè le transazioni/speculazioni, spesso condotte in proprio. Metà dal solo settore reddito fisso, materie prime, valute, cioè, in concreto, per la grande banca di Wall Street, petrolio e derivati. E’ la controprova della frenetica attività dei mercati, dopo il grande gelo dell’autunno 2008.

[…] Anche le borse appaiono largamente sopravalutate. Andrew Smithers, un analista di borsa, ha calcolato che il rapporto fra prezzo dell’azione e utile dell’azienda che l’ha emessa è schizzato a livelli inimmaginabili. Nell’indice S&P 500 di Wall Street questo rapporto è a quota 142. Ovvero l’azione viene trattata ad un prezzo pari a 142 volte gli utili. Non solo è un record, ma quello precedente (47) è un terzo dell’attuale. Anche aggiustando il calcolo per l’attuale situazione di recessione, Smithers conclude che le azioni sono sopravalutate di circa il 40 per cento, rispetto alla media storica. […]

L’articolo completo su Repubblica
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Il Pil “reale” è negativo

Dopo i festeggiamenti di ieri le borse sembrano tornare con i piedi per terra. Avevamo già visto prima della diffusione dei dati riguardanti il Pil americano che si trattava comunque di una ripresa “drogata”, sostenuta non da una domanda reale bensì dagli stimoli del governo e da fattori fisiologici.

Oggi abbiamo qualche dato in più che ci permette di comprendere perchè i brindisi sono durati così poco anche se i soliti ottimisti avevano stappato bottiglie di costoso champagne francese.

Il dato, a prima vista positivo, è che l’incremento dei consumi è pari al 3,4%. Ma già ieri gli analisti avevano quantificato la diminuzione delle scorte di magazzino, in rallentamento, con 1 punto dell’incremento del Pil nel terzo trimestre. Oggi sappiamo che altri 2,2 punti percentuali sono relativi ad acquisti di autoveicoli e alle costruzioni di abitazioni residenziali, beneficiari degli incentivi del governo (cash-for-clunkers e crediti d’imposta fino a 8 mila dollari per la prima casa). Aggiungete un altro 0,6% di spesa federale e fate da soli i conti ricordando che l’incremento del Pil è stato del 3,5%.

In definitiva, senza il sostegno del governo e gli incentivi il dato del Pil sarebbe ancora negativo e potrebbe tornare negativo nel quarto trimestre come fa temere la contrazione in Settembre proprio dei due settori che in luglio ed agosto avevano tirato la domanda beneficiando di quegli incentivi ora esauriti.

Altri dati preoccupanti: gli investimenti privati che dovrebbero trainare la ripresa sono appena l’11% del Pil e pesano per 0,3 punti dell’incremento, la metà di quelli federali. In calo le esportazioni (pesano 1,5%) mentre le importazioni crescono e rappresentano due punti percentuali in detrazione. Insomma la produzione non riprende, la disoccupazione continua a crescere e i consumatori non possono mettere mano al portafoglio perchè non hanno più un lavoro, o hanno paura di perderlo e quindi risparmiano in attesa di tempi migliori o devono pagare i loro debiti.

Non c’è da sorprendersi se dopo la sbornia degli ultimi sei mesi analisti ed operatori guardino con sempre più preoccupazione al futuro. Con la maggior parte della spesa dei consumatori sostenuta dagli stimoli temporanei dati dalle misure di sostegno governative e con sempre più americani che perdono il proprio lavoro, è quanto mai improbabile che ci troviamo di fronte ad una reale crescita ed a una ripresa sostenibile.

Dow Jones, consumatori e “socialismo”

L’abbiamo detto tante volte che il recupero delle borse poggia sulle sabbie mobili di una ripresa basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. La pensa così anche Robert Reich che però ci dice anche qualcos’altro in “Why the Dow is Hitting 10,000 Even When Consumers Can’t Buy And Business Cries “Socialism“.

Come può il Dow Jones Industrial Average flirtare con quota 10.000, quando i consumatori, che rappresentano il 70 per cento dell’economia, hanno dovuto tagliare la spesa perché non hanno soldi? I posti di lavoro continuano a scomparire. Un americano su sei è disoccupato o sottoccupato. Le case non possono più funzionare come salvadanaio perché sono ad un valore di quasi un terzo in meno rispetto a due anni fa. E per la prima volta in oltre un decennio gli americani ora devono pagare i loro debiti ed iniziano a risparmiare.

Ancora più curioso, come può il Dow essere così in alto, quando tutte le imprese e i dirigenti di Wall Street in cui mi imbatto mi dicono che il governo sta distruggendo l’economia con il suo enorme deficit e la sua presunta “acquisizione del controllo” di assistenza sanitaria, auto, edilizia, energia, e finanza? Le loro angosciate grida di “socialismo” stanno quasi soffocando tutti i loro evviva per il Dow in risalita.

La spiegazione è semplice. La grande ritirata dei consumatori dal mercato è stata controbilanciata dall’avanzata del governo nel mercato. Il debito dei consumatori sta scendendo giù dal suo picco del 2006, il debito pubblico sta salendo. La spesa dei consumatori è in basso, la spesa pubblica è in alto. Perché la vendita di nuove case comincia a ripartire? Perché la Fed sta facendo incetta di carta da Fannie e Freddie, e Fannie e Freddie, di proprietà del governo, oggi sono quasi gli unici giocatori rimasti nel gioco dei mutui.

Perché le azioni del settore sanitario stanno avendo un boom? Perché il governo è in procinto di espandere la copertura sanitaria a decine di milioni di americani in più, e la Casa Bianca ha assicurato Big Pharma e le assicurazioni che i loro profitti saliranno. Perché le vendite di auto sono su? Perché il programma cash-for-clunkers ha sovvenzionato le vendite di autoveicoli nuovi. Perché il settore finanziario si impenna? Perché la Fed mantiene tassi di interesse vicino allo zero, e il resto del governo garantisce ancora che ogni banca troppo grande per fallire sarà salvata. Perché gli imprenditori federali stanno facendo così bene? Perché lo stimolo ha dato il suo contributo.

In altre parole, il Dow Jones è su, nonostante il più grande ritiro dei consumatori dal mercato dopo la Grande Depressione, grazie alla cosa di cui molti dirigenti si lamentano tanto, l’invadenza del governo. E indipendentemente da come si chiami – keynesismo, socialismo, o semplicemente pragmatismo – sta facendo miracoli per le imprese, in particolare per le grandi imprese, e per Wall Street. La spesa dei consumatori si contrae al 60-65 per cento dell’economia, mentre la spesa pubblica si espande per colmare il divario.

Il problema è che il nostro governo, che da poco ha ampliato la sua azione, non sta facendo molto per la media dei lavoratori americani che continuano a perdere il posto di lavoro e che continuano a stringere la cinghia, e che non stanno guadagnando quasi nulla dalla crescita del Dow se non quel poco nel caso possiedano una piccola quota azionaria. Nostante il felice Dow e nonostante le trimestrali sopra le attese delle imprese, la maggior parte delle aziende stanno tagliando sempre più posti di lavoro e salari. E le grandi banche non fanno ancora prestiti a Main Street.

La trickle-down economics* non ha funzionato quando la supply-side economics era al potere. E non funziona ora, in un momento in cui – nonostante tutte le loro grida sul “socialismo” – le grandi imprese e Wall Street sono politicamente più potenti che mai.

* Trickle-down economics“. Con questo termine viene chiamata la teoria economica secondo la quale una politica che prevede tagli ed altri benefici fiscali per le imprese e per i ricchi è ritenuta possa indirettamente beneficiare tutta la popolazione. I proponenti di queste politiche sostengono che se gli alti redditi investono di più nelle infrastrutture e nei mercati azionari questo porterà a una maggior produzione di beni a prezzi più bassi creando più posti di lavoro per le classi medie e basse. Non è un caso che a coniare il termine “Trickle-down economics” sia stato l’umorista e attore comico Will Rogers, il quale durante la Grande Depressione ebbe a dire che “Tutti i soldi vennnero dati ai ricchi nella speranza che qualche briciola arrivasse ai bisognosi”.

Siamo alla fine o a metà del rally?

Continua la partita a distanza tra Mike Shedlock (Mish) e Barry Ritholtz. Questa volta l’oggetto del confronto è il rally di borsa, se, come sostiene il primo, siamo alla fine dei giochi o, come sostiene Ritholtz, è appena iniziato il secondo tempo.

Shedlock ritiene che il rally del mercato è avanzato così tanto e così velocemente che se inizia la discesa, sotto non c’è nient’altro che un vuoto d’aria, anzi c’è più aria sotto che sopra.

Può darsi, dice Ritholtz, però nessuna delle linee che tracciamo suggerisce che il rally stia per finire presto la benzina. Questo non significa, aggiunge, che non potrebbe finire anche domani, ma dovremmo scommettere sulla probabilità di un’ulteriore crescita, piuttosto che su un ribasso, per almeno 4 ragioni:

1) Gli investimenti della maggior parte dei singoli trader sono sottodimensionati

2) Livelli di partecipazione e quantità sono entrambi positivi (possono sostenere cioè un’ulteriore crescita)

3) La maggior parte degli investitori ritiene – anche se a torto, secondo Ritholtz – che una ripresa è alle nostre porte e i profitti stanno migliorando.

4) La storia dimostra che i mercati secolari in ribasso hanno pesanti vendite e smisurati rallies; l’attuale rally ha ancora spazio per andare avanti basandoci sui precedenti cicli (clicca sul grafico per un’immagine ingrandita e vedi anche Le quattro fasi di Secular Bear Markets).


E l’economia? Qui sta il mio piccolo sporco segreto, confessa Ritholtz. Per due terzi, l’economia non conta veramente niente.

Lo so che sembra folle, ma considerate questo, aggiunge Ritholtz: nel mezzo di secolari mercati al rialzo, l’informazione economica sembra avere la più grande correlazione con la performance del mercato. Buoni dati, più profitti, migliore attività del mercato.

Con il mercato al top, l’economia sembra andare alla grande. I prezzi sono alti, ma i profitti record sostengono i multipli.

Poi tutto precipita all’inferno.

Toccato il fondo, sembra orribile. Sembra che queste società non faranno mai più un centesimo, che questa situazione non avrà mai fine, che non potremo mai più uscire dal buco nero.

E invece alla fine ci riusciamo.

Questo, conclude Ritholtz, deve sconcertare, far impazzire e infuriare gli economisti puri. Ma questo è il lavoro di Mister Mercato, quello di frustrare il più alto numero di giocatori…

Ben, l’indovino

Come i drogati in una fumeria di oppio, le borse volano sotto l’effetto delle dichiarazioni di ieri del governatore della Fed, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è finita. Ma il presidente della Fed è veramente attendibile come Bernacca o dice solo quello che i mercati vogliono sentirsi dire? Tra i tanti commenti che ho letto assegno il primo premio a questo di Barry Ritholtz, deliziosamente ironico e intelligente.

Ben Bernanke ha dichiarato che la recessione è finita.

Questo porta a una semplice domanda: perché dovrebbe importarvi delle sue previsioni sulla recessione?

Basandosi sulla sua esperienza di specialista in previsioni e sul suo acume nell’individuare i problemi economici prima che esplodessero, la sua opinione sull’inizio e sulla fine delle recessioni è, ad essere franchi, irrilevante.

Ricordate che fu Bernanke a descrivere la situazione dei sub-prime, come “contenuta”; è stato lui che ha creduto che la crisi immobiliare non si sarebbe diffusa più ampiamente nell’economia, e fu lui in qualche modo a pensare che la drammatica situazione di Bear Stearns non si ripetesse di nuovo.

Non voglio discriminare Bernanke; dopo tutto, è un economista, e se siete stati attenti, avrete notato che l’intera categoria non ha visto l’arrivo della recessione, la crisi del credito e il collasso del mercato. Potreste anche trovare utile ignorare ciò che la categoria che non è stata capace di prevedere ieri pensa sul domani.

Anche adesso, il presidente della Federal Reserve ha detto che la recessione è “molto probabilmente finita”, non appena i consumatori hanno mostrato alcuni primi segnali di ripresa della spesa. Non importa che tutta questa attività di vendita al dettaglio sia stata stimolata dagli incentivi governativi.

Ora, come investitori, vorrete conoscere il punto di vista economico del capo della Fed, in particolare quello pertinente la sua politica dei tassi di interesse. La cura prescritta ha reso chiaro che è stato deciso che i tassi rimangano bassi per il prossimo futuro, cosicchè questo diventa un non-problema in questo contesto.

Ma le sue previsioni economiche? Non preoccupatevi.

Guardate che non sono stato un critico particolarmente duro col presidente della Fed. Mentre non può essere Paul Volcker, non è nemmeno (per fortuna) Alan Greenspan. E ci sarebbe potuto capitare molto di peggio che avere uno studioso della Grande Depressione e anche un pensatore fuori dagli schemi come il capo della Fed.

Ma come specialista in previsioni? Non è meglio del suo predecessore…

Non è tutto oro quello che luccica

L’antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l’accusa di manipolare il prezzo dell’oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d’oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell’oro.

L’iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.

Se il mercato dell’oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.

La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell’oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.

Per Barrick, che prevede che i prezzi dell’oro si manterranno in crescita, l’operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l’eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.

Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell’oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.

A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell’oro di questi giorni, visto che l’operazione Barrick implica l’acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.

La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.

After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.

Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

E l’Oracolo di Omaha cosa prevede?

Il New York Times ci aggiorna sull’ex più ricco uomo del mondo (oggi numero 2 dietro il suo amico Bill Gates):

Warren E. Buffett segue due regole cardinali negli investimenti. Regola No. 1: Mai perdere soldi. Regola No. 2: Mai dimenticare la Regola No. 1.

Orbene un sacco di vecchie regole sono finite nella spazzatura quando la crisi finanziaria ha colpito anche l’Oracolo di Omaha.

A 79 anni Buffet sta venendo fuori dal peggior anno della sua lunga, leggendaria carriera. Sulla carta ha perso personalmente circa 25 miliardi di dollari durante il panico finanziario del 2008, abbastanza da costargli il titolo di uomo più ricco del mondo.

Eppure poche persone dentro o fuori Wall Street hanno capitalizzato la crisi più abilmente di lui. Dopo aver consigliato Washington di salvare l’industria finanziaria nazionale ed aver sollecitato gli Americani a comprare azioni mentre il mercato annaspava, ci si è tuffato lui stesso. Buffet ha approfittato di un mercato disastrato — come pure di tutti quei salvataggi finanziati dai contribuenti — tanto da mettere al sicuro la sua fama di uno dei più grandi investitori di ogni tempo.

Quando tanti altri lo scorso autunno scappavano impauriti, Buffet ha investito miliardi in Goldman Sachs — facendo di gran lunga un miglior affare di Washington. Poi ha rischiato altri miliardi in General Electric. Mentre non hanno mai salvato direttamente Buffet, i contribuenti salvavano alcune delle sue scelte azionarie. Goldman, American Express, Bank of America, Wells Fargo, U.S. Bancorp — tutte hanno ricevuto un aiuto pubblico di cui in ultima istanza hanno beneficiato gli azionisti privati come Buffet.

Buffett ci ha preso così bene — almeno, finora, sembra l’abbia fatto — che il suo guadagno potrebbe essere enorme. Ma ora, solo un anno dopo che la crisi ha colpito, sembra essere preoccupato che il più forte mercato azionario potrebbe vacillare di nuovo. Dopo aver comprato con tanta audacia quando in tanti vendevano i loro asset, la sua holding, Berkshire Hathaway, si tira indietro, comprando meno azioni e investendo invece sul debito corporate e governativo. E Buffet avverte che l’economia, sia pure in miglioramento, rimane profondamente in sofferenza.

“Non siamo ancora fuori dai guai”, ha detto Buffet la scorsa settimana in un’intervista, nella quale rifletteva sulle lezioni degli ultimi 12 mesi. “Dobbiamo far riprendere un’economia balbettante in modo che funzioni come dovrebbe”.

Tuttavia Buffet non sembrava così traumatizzato dalla rievocazione di quello che una volta definì come l’equivalente finanziario di Pearl Harbour. (Un guadagno netto stimato 37 miliardi di dollari sarebbe un balsamo per la psiche di chiunque).