E vissero tutti felici e contenti

E’ iniziata la favola dei “conti migliori del previsto” e dei bilanci con “utili sopra le attese”. Era scritto nel copione di questa crisi che nell’orgia di dati negativi i maggiori responsabili della tempesta perfetta cercassero di confondere le acque e di illudere i mercati con falsi segnali di ripresa. Siamo ormai all’inganno istituzionalizzato e anche questo è un segnale di come finanza e politica continuino a sottovalutare il morbo che avvolge con la sua ombra tutto il pianeta.

Hanno cominciato oltreoceano Citi, BofA, Wells Fargo, JPMorgan che, fino al giorno prima sull’orlo del baratro, dopo aver inghiottito come idrovore centinaia di miliardi dei cittadini americani, al solo sentir parlare di nazionalizzazioni e blocco dei superbonus ai top manager, si sono alzate dal letto di morte per saltellare come vispe Terese salvo però non dichiarare perdite, titoli tossici e svalutazioni che hanno in corpo.

Qui da noi in attesa che i prefetti decidano a chi erogare il credito, rendendo superfluo pagare lo stipendio non solo ai top manager delle banche ma persino ai Direttori di Agenzia, Unicredit dichiara ovviamente un utile 2008 “sopra le attese” e propone “un dividendo in azioni di nuova emissione rivenienti da un aumento di capitale gratuito da attuarsi mediante imputazione di riserve disponibili”. Già proprio così: finchè c’è musica si continua a ballare.

Monte Paschi Siena invece, per dare il contentino alla fondazione ed ai senesi, pagherà, a quanto sembra, un mini-dividendo. Tanto, per tappare le falle ci sarà sempre tempo e modo, con i Tremonti Bond. Tempo che non era più a disposizione di Banco Popolare che ha dovuto bussare con il cappello in mano alla porta di Tremonti per chiedere oltre un miliardo di euro per salvare Italease. Prima reazione del mercato negativa e Moody’s ha messo i rating del Banco sotto osservazione.

Tocca al Fondo Monetario Internazionale richiamare tutti, banche pronte al falso in bilancio, borse schizofreniche, premier disperati e presidenti di confindustria che vedono soldi veri, alla dura e cruda realtà. Il Fondo pubblicherà domani nuove stime sulla crescita dell’economia globale e dei principali paesi del G20 per il 2009 e il 2010. Le nuove stime rifletteranno il peggioramento delle prospettive registrato nel corso delle ultime settimane. La crisi sarà lunga e finirà, certo, ma sarà a lieto fine?

Il cavaliere bianco e i banchieri di Wall Street

Sembra siano tutti d’accordo nel ritenere che ieri i timori della loro nazionalizzazione abbiano fatto precipitare i valori azionari delle banche negli Stati Uniti . Questo è probabilmente vero, ma le ragioni di tale reazione andrebbero approfondite, anche perchè l’esempio specifico potrebbe avere una valenza più generale in futuro per altri casi, anche di casa nostra.

Quella paura, credo, non è la paura ideologica che un governo comunista espropri delle società private in buona salute. Si sta discutendo di un’acquisizione temporanea da parte del governo ai prezzi di mercato dei principali gruppi finanziari – sicuramente Citigroup e Bank of America – che sono rimasti in attività e hanno mantenuto un loro valore solo perché i creditori ritengono ci sia una implicita garanzia del governo. Le maggiori banche del paese a stelle a strisce sono state già, fondamentalmente, nazionalizzate, ma facendo un grande regalo a banchieri ed azionisti, attraverso la prima trance di 350 miliardi di dollari del piano di salvataggio, già erogati dal Tesoro.

I valori di borsa toccati da queste banche non riflettono la differenza di valore tra le loro attività e la loro passività. Quelle banche sono tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall’ “effetto Geithner”, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali, un altro grazioso regalo che pioverebbe ancora una volta come una manna sugli azionisti, da parte del nuovo Segretario del Tesoro.

In altro post avevo già sottolineato che Citi e BofA avrebbero bisogno di circa 200 miliardi di dollari come primo intervento della seconda fase di salvataggio, senza risolvere comunque il problema della loro solvibilità. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è sceso a solo circa 32 miliardi. Sarebbe molto più conveniente per il sistema finanziario, per lo Stato e i contribuenti acquisire temporaneamente ai prezzi di mercato quelle banche, ripulirle degli attivi tossici, ristrutturarle e una volta risanate privatizzarle di nuovo.

Allora, non è abbastanza singolare che il mercato reagisca negativamente ad un’ipotesi di salvataggio in cambio del quale il governo chiederebbe la stessa cosa che un cavaliere bianco del settore privato avrebbe chiesto, ossia la proprietà? La paura non è dunque ideologica ma è la paura dei banchieri che temono di perdere poltrone e ricchi bonus e degli azionisti che non potrebbero continuare a lucrare sulla crisi ricevendo ancora aiuti a fondo perduto, a spese dei contribuenti.

Le Big 4 verso la nazionalizzazione

Avevo già scritto del dilemma che attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato all’epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l’argomento con dei dati. Uno studio dell’autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l’ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall’effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla “cultura” americana dall’amministrazione Obama che, in realtà, abbiamo visto, è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street, strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le incertezze della politica e l’estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo “stress test” – la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro – mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l’intervento pubblico.