Fischi per fiaschi

Simpatico siparietto tra Paul Kedrosky e Barry Ritholtz.

Paul Kedrosky esprime in questo post il suo ricorrente disagio di fronte agli esercizi del tipo “stabiliamo il valore della cosa X espresso in termini di un bene Y” (provocatoriamente esclama “fissiamo allora il prezzo degli yo-yo in manguste!”). “Se supponessimo di fissare un prezzo di X in un bene Y, X sarebbe prezzato nel bene Y, ma questo non è poi di così grande utilità”, dice Kedrosky, fornendo un grafico che misura l’indice Dow Jones in oro a partire dal 1900.

Gli risponde a stretto giro di posta Barry Ritholtz con un grafico del prezzo dell’oro espresso in …oro. La cosa è terribilmente sospetta, dice fra sè e sè Kedrosky: ci deve essere qualcosa di oltraggioso in questo grafico, ma dove?

Siamo alla fine o a metà del rally?

Continua la partita a distanza tra Mike Shedlock (Mish) e Barry Ritholtz. Questa volta l’oggetto del confronto è il rally di borsa, se, come sostiene il primo, siamo alla fine dei giochi o, come sostiene Ritholtz, è appena iniziato il secondo tempo.

Shedlock ritiene che il rally del mercato è avanzato così tanto e così velocemente che se inizia la discesa, sotto non c’è nient’altro che un vuoto d’aria, anzi c’è più aria sotto che sopra.

Può darsi, dice Ritholtz, però nessuna delle linee che tracciamo suggerisce che il rally stia per finire presto la benzina. Questo non significa, aggiunge, che non potrebbe finire anche domani, ma dovremmo scommettere sulla probabilità di un’ulteriore crescita, piuttosto che su un ribasso, per almeno 4 ragioni:

1) Gli investimenti della maggior parte dei singoli trader sono sottodimensionati

2) Livelli di partecipazione e quantità sono entrambi positivi (possono sostenere cioè un’ulteriore crescita)

3) La maggior parte degli investitori ritiene – anche se a torto, secondo Ritholtz – che una ripresa è alle nostre porte e i profitti stanno migliorando.

4) La storia dimostra che i mercati secolari in ribasso hanno pesanti vendite e smisurati rallies; l’attuale rally ha ancora spazio per andare avanti basandoci sui precedenti cicli (clicca sul grafico per un’immagine ingrandita e vedi anche Le quattro fasi di Secular Bear Markets).


E l’economia? Qui sta il mio piccolo sporco segreto, confessa Ritholtz. Per due terzi, l’economia non conta veramente niente.

Lo so che sembra folle, ma considerate questo, aggiunge Ritholtz: nel mezzo di secolari mercati al rialzo, l’informazione economica sembra avere la più grande correlazione con la performance del mercato. Buoni dati, più profitti, migliore attività del mercato.

Con il mercato al top, l’economia sembra andare alla grande. I prezzi sono alti, ma i profitti record sostengono i multipli.

Poi tutto precipita all’inferno.

Toccato il fondo, sembra orribile. Sembra che queste società non faranno mai più un centesimo, che questa situazione non avrà mai fine, che non potremo mai più uscire dal buco nero.

E invece alla fine ci riusciamo.

Questo, conclude Ritholtz, deve sconcertare, far impazzire e infuriare gli economisti puri. Ma questo è il lavoro di Mister Mercato, quello di frustrare il più alto numero di giocatori…

Ben, l’indovino

Come i drogati in una fumeria di oppio, le borse volano sotto l’effetto delle dichiarazioni di ieri del governatore della Fed, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è finita. Ma il presidente della Fed è veramente attendibile come Bernacca o dice solo quello che i mercati vogliono sentirsi dire? Tra i tanti commenti che ho letto assegno il primo premio a questo di Barry Ritholtz, deliziosamente ironico e intelligente.

Ben Bernanke ha dichiarato che la recessione è finita.

Questo porta a una semplice domanda: perché dovrebbe importarvi delle sue previsioni sulla recessione?

Basandosi sulla sua esperienza di specialista in previsioni e sul suo acume nell’individuare i problemi economici prima che esplodessero, la sua opinione sull’inizio e sulla fine delle recessioni è, ad essere franchi, irrilevante.

Ricordate che fu Bernanke a descrivere la situazione dei sub-prime, come “contenuta”; è stato lui che ha creduto che la crisi immobiliare non si sarebbe diffusa più ampiamente nell’economia, e fu lui in qualche modo a pensare che la drammatica situazione di Bear Stearns non si ripetesse di nuovo.

Non voglio discriminare Bernanke; dopo tutto, è un economista, e se siete stati attenti, avrete notato che l’intera categoria non ha visto l’arrivo della recessione, la crisi del credito e il collasso del mercato. Potreste anche trovare utile ignorare ciò che la categoria che non è stata capace di prevedere ieri pensa sul domani.

Anche adesso, il presidente della Federal Reserve ha detto che la recessione è “molto probabilmente finita”, non appena i consumatori hanno mostrato alcuni primi segnali di ripresa della spesa. Non importa che tutta questa attività di vendita al dettaglio sia stata stimolata dagli incentivi governativi.

Ora, come investitori, vorrete conoscere il punto di vista economico del capo della Fed, in particolare quello pertinente la sua politica dei tassi di interesse. La cura prescritta ha reso chiaro che è stato deciso che i tassi rimangano bassi per il prossimo futuro, cosicchè questo diventa un non-problema in questo contesto.

Ma le sue previsioni economiche? Non preoccupatevi.

Guardate che non sono stato un critico particolarmente duro col presidente della Fed. Mentre non può essere Paul Volcker, non è nemmeno (per fortuna) Alan Greenspan. E ci sarebbe potuto capitare molto di peggio che avere uno studioso della Grande Depressione e anche un pensatore fuori dagli schemi come il capo della Fed.

Ma come specialista in previsioni? Non è meglio del suo predecessore…

Il Piano Regolatore

Il Regulatory plan del duo Geithner-Summers, la Grande Riforma dei mercati finanziari, è riuscito a scontentare sia i sostenitori che gli avversari del Presidente americano che pure ha deciso di spenderci in prima persona la sua autorevole faccia. Secondo Barry Ritholtz, che si schiera al centro, tra i pragmatici, lo spropositato tomo di oltre ottanta pagina si distingue per il gran numero delle mezze misure e l’assenza di quelle che sarebbero state necessarie per prevenire il ripetersi della crisi.

Some very obvious omissions from the plan include:

1) No major changes for the ratings agencies!

This is a giant WTF from the White House. It implies that the team in charge STILL does not understand how the problem occurred.

The ratings agencies are not the only bad actors, but they are a BUTFOR – but for the rating agencies putting a triple A on junk paper, many many funds could not have purchased them, the number of mortgages securitized would have been much less, the insatiable demand on Wall Street for mortgage paper would have also been much lower.

Why is this important? If mortgages originators couldn’t sell a mass amount of loans, they would not have had the need to give a mortgage to anyone who could fog a mirror — and that means no Liar Loans, no NINJA loans, and no huge subprime debacle.

Better Solution: Take apart the ratings oligopoly! Eliminate the Pay for Play/Payola structure. Strip Moody’s S&P and Fitch from their uniquely protected status — they have proven they are neither worthy nor competent. Open up ratings to competition –including open source.

2) Turn Derivatives into Ordinary Financial Products: The Obama team does a series of minor steps for Derivatives, but they don’t go far enough.

Better Solution: Force derivatives to be traded like option/stocks, etc. (including custom one off derivatives) Trade them only on Exchanges, full disclosure of counter-parties, transparency and disclosure of open interest, trades, etc. REQUIRE RESERVES LIKE ANY OTHER INSURANCE PRODUCT.

3) If they are too big to fail, make them smaller.”

That is the famous quote from Nixon Treasury Secretary George Shultz, and it applies to the banks as well as insurers, Fannie & Freddie, etc.

We have a situation where 65% of the depository assets are held by a handful of huge banks – most of wom are less than stable. The remaining 35% is held by the nearly 7,000 small and regional banks that are stable, liquid, solvent and well run.

Better Solution: Have real competition in the banking secrtor. Limit the size fo the behemoths to 5% or even 2% of total US deposits. Break up the biggest banks (JPM, Citi, Bank of America)

4) The Federal Reserve, Despite its Role in Causing the Crisis, Gets MORE Authority:

Under Greenspan, the Fed did a terrible job of overseeing banking, maintaining lending standards, etc. Why they should be rewarded for this failure with more resposibility is hard to fathom. Yet another example of rewarding the incompetent.

Better Solution: Have the Fed set monetary policy. They should provide advise to someone else — like the FDIC — who haven’t shown gross incompetence.

5) Require leverage to be dialed back to its pre-2004 levels. Have we even eliminated the Bears Stearns exemption yet? This was a 2004 SEC decision to exempt five biggest banks from the mere 12 to 1 prior levels. Note that all 5 are either gone, acquired or turned into holding companies.

Better Solution: 12-to-1 should be enough leverage for anyone . . .

6) Restore Glass Steagall: The repal of Glass Steagall wasn’t the cause of the collapse, but it certainly comntributed to the crisis being much worse.

Better Solution: Time to (once again) separate the more speculative investment banks from the insured depository banks.

All of which suggests that the status quo preserving, sacred cow loving, upward failing duo of Lawrence Summers and Tim Geithner are still in control of economic policy. The more pragmatic David Axelrod and the take-no-prisoners, don’t-give-a-shit-about-Wall Street Rahm Emmanuel have yet to assert authority over the finance sector.

Non così demolitorio il giudizio di Paul Krugman che pur avanzando riserve dello stesso tenore si salva in corner con un bel “molto meglio che niente”. Per quel che mi riguarda e per quel che può contare la mia opinione avrete capito che sono convinto che il piano è destinato a fare la fine della spazzatura e che comunque ci penserà la invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni a svuotarlo di quel poco di significativo che contiene attraverso gli emissari che siedono al Congresso.