Pecore e banchieri

Il mondo rimane attonito chiedendosi cosa potrà accadere se davvero si concretizzasse la proposta di Alistair Darling, ministro delle Finanze di Sua Maestà Britannica, di tassare al 50% i premi milionari dei banchieri della City di Londra. L’esempio potrebbe allargarsi a macchia d’olio a cominciare dal resto d’Europa e degli Stati Uniti mettendo in fuga i migliori cervelli della finanza.

Come si conviene a dei banchieri, si alza dalla categoria una indignata e sommessa protesta con la quale si rivendicano i meriti e l’insostituibile funzione di amministratori delegati, presidenti e manager che dagli anni ’70 in poi hanno prodotto le più geniali innovazioni finanziarie che tanto benessere e ricchezza hanno portato all’umanità tutta.

Innovazioni che possono essere paragonate ad invenzioni come l’energia elettrica, il telefono, la penicillina: le cartolarizzazioni, i cds, i derivati, i mutui ARM e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno ha fatto notare che in realtà l’ultima vera rivoluzione nel mondo del credito è rappresentata dall’introduzione del bancomat e forse, negli anni ’50, delle carte di credito. Ma vuoi mettere la sofisticata utilità di uno swap o di un Asset Backed Securities?

No, non possiamo permettere che i laboratori di ingegneria finanziaria chiudano i battenti e vada disperso un patrimonio scientifico di tale portata. Poco importano gli incidenti di percorso, i titoli tossici, il credit crunch, la crisi dei subprime, la recessione. Sono il giusto prezzo che noi consumatori dobbiamo lasciare sull’altare del progresso, insieme ai miliardi di dollari o euro necessari al salvataggio di banchieri falliti perchè continuino a fare il loro mestiere.

L’arte del banchiere, diceva pochi anni fa un rampante amministratore delegato di una banca italiana, è quella di tosare il cliente come una pecora senza che se ne accorga, lasciandogli quel poco di pelo che permetta una ricrescita e una nuova tosatura l’anno successivo.

Un giorno come un altro

Le Agenzie non sanno che pesci prendere. Ecco un paio di titoli, le fonti e l’orario:

# Wall Street gira in positivo, Dow Jones +0,1% – Finanza.com (mer 17:06)
# Borsa Usa incerta dopo nuovi ordini e occupati Usa deludenti – Reuters Italia (mer 17:04)

In realtà non è colpa loro, è Wall Street che annaspa e che non sa che direzione prendere. Dall’apertura oscilla, sempre di poco, sopra e sotto lo zero.

Sarà forse perchè, come dice Reuters, è arrivata la notizia che negli Usa in Agosto sono stati persi altri 298.000 posti di lavoro nel settore privato mentre gli economisti si aspettavano una riduzione di “solo” 213.000 unità confermando così che la favolosa ripresa manifatturiera è frutto di tagli occupazionali e riduzioni di orari e salari?

Macchè, la ragione è un’altra. C’è una voce che circola insistente, secondo la quale una grande banca sarebbe in difficoltà e avrebbe bisogno di altri aiuti e una nuova riorganizzazione. I rumors hanno anche fatto il nome, Wells Fargo, e il titolo è sceso giù di 6 punti. Poi è intervenuta qualche provvida manona a sostenerne il corso. Se c’è qualche notizia vera, verrà fuori stasera dopo la chiusura.

Lo spettacolo va avanti come sempre, tra manipolazioni, compravendite fondate sui rumors e fiumi di denaro fatti deviare con un click dai padroni della borsa, le grandi banche, tranquille che se c’è qualche problema attingeranno alle casse del governo. Un giorno come un altro a Wall Street.

La ricetta inglese contro la crisi delle banche

Che le principali attrici di questa crisi, le banche, nonostante gli iniziali mea culpa e i peana sull’avidità umana e la necessità di un ritorno a virtuosi comportamenti etici, una volta incassati gli aiuti pubblici, ovvero i nostri soldi, siano tornate a fare quello che facevano prima come se nulla fosse successo è sotto gli occhi di tutti. Trucchi contabili per gonfiare gli attivi, attività di trading e uso spericolato della leva finanziaria, profitti trimestrali ottenuti con tagli feroci sui costi e servizi sempre più scadenti sono all’ordine del giorno nella vita aziendale di ogni banca che si rispetti.

Che tutto questo avvenga a spese dei consumatori-investitori e del fattore lavoro è un piccolo dettaglio che non spaventa la razza dei banchieri. In fondo bisogna tirare a campare e a fare risultati immediati per rimpolpare i propri sacri e intoccabili bonus. Poco importa se questi comportamenti nascondono quella contraddizione che ci porterà presto dritti dritti dentro il prossimo tunnel nero in fondo al quale c’è solo il capolinea. Ma veniamo alla notizia.

Le Banche retail del Regno Unito potrebbero considerare misure come la chiusura di un terzo dei loro sportelli per recuperare redditività, dice un nuovo studio della Bain, società di consulenza londinese, secondo la quale le banche inglesi affronteranno un duro futuro nel quale il loro RoE potrebbe essere più basso di almeno il 50% rispetto ai picchi toccati prima della recessione. A riferirlo il Financial Times.

Per quasi un ventennio le più importanti banche retail inglesi hanno registrato medie di RoE pari al 24 per cento ma i bei tempi sono andati e sarà alquanto improbabile tornare a quei livelli nel prossimo futuro. Quegli alti RoE erano generati grazie al fatto che le banche avevano meno necessità di capitali di garanzia e grazie all’uso della leva finanziaria. Poi la crisi ha costretto le banche ad avere più capitali a fronte dei loro impieghi e più asset liquidi, nonchè a ridurre notevolmente la leva finanziaria.

Oggi le Banche retail cercano di attrarre depositi, ma questi sono molto più costosi dei prodotti della finanza creativa e meno remunerativi. A breve queste banche non saranno più in grado di guadagnare da prodotti quali le coperture assicurative, che saranno vendute separatamente dai prestiti personali. E ad essere colpite dovrebbero essere soprattutto le banche che hanno ricevuto maggiori aiuti dal governo, in quanto si presume che l’azionista di maggioranza farà pressioni perchè concedano più credito, aumentando quindi il rischio e restringendo i margini di profitto.

Ecco così trovata la ricetta vecchia quanto il cucco e per la quale sicuramente quella società di consulenza riceverà fior di quattrini: tagliare i costi e incrementare i profitti. Ma come? Ovvio, è l’uovo di Colombo, tagliando posti di lavoro e sulla clientela costituita dai comuni mortali. Il piano prevede infatti la chiusura di un terzo degli sportelli (che significano migliaia di licenziamenti) e la parola fine posta sul conto corrente esente da spese di cui gode buona parte della clientela delle banche d’oltremanica.

Dice Matt Symonds, uno dei soci della Bain, che in questo modo le banche potrebbero concentrarsi sui servizi e i prodotti offerti ai clienti “top” che rappresentano il 5% della clientela e con i quali le banche fanno i loro maggiori profitti e che usano più prodotti bancari. Insomma approfittare della crisi per trasformare le Banche retail in banche d’elite, dai costi ridotti e magari con una bella divisione di investment banking che continui a fare trading come prima e più di prima.

E in Italia? Siamo sulla buona strada, nonostante i RoE non abbiano mai volato come nel Regno Unito. Qui per recuperare redditività bisognerà però inventarsi qualcosa di più originale visto che da sempre la normale clientela viene raggirata con prodotti bidone e poi tosata con nuove e spesso fantasiose spese e commissioni e annualmente si varano ristrutturazioni e conseguenti piani di prepensionamento per migliaia di lavoratori. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza, anzi alla fantasia dei nostri banchieri.

Quanto guadagnano i banchieri italiani

Lavoce.info pubblica le tabelle, con le istruzioni per la loro interpretazione, dei compensi che le banche italiane quotate hanno corrisposto nell’esercizio 2007 ai propri top manager a cavallo dunque dell’anno in cui è scoppiata la crisi finanziaria.

Un anno dopo qualcosa è sicuramente cambiato, in peggio, per coloro che sono compensati con stock option e bonus. Per gli altri, c’è da scommettere, la “busta paga” è rimasta immutata. Ma saranno i bilanci dell’esercizio 2008 a dircelo. Buona lettura.