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Cavalli di Troia

L’ironia questa volta va messa un po’ da parte. L’argomento richiede la massima serietà ed attenzione. In questi giorni, dopo il momentaneo stop ai rumor su possibili fusioni tra Capitalia e Antonveneta, sono tornati alla ribalta Fiorani e la sua Bipielle, accreditata, in particolare sulle pagine di Milano Finanza, di essere la possibile partner di una aggregazione con Antonveneta, operazione che dovrebbe realizzarsi, ipotesi suggestiva ma, diciamo noi, infondata, a scapito proprio di Capitalia.Ma chi è Giampiero Fiorani? Leggiamo sul “Riformista” del 21 ottobre che il «Sanford Weill della Bassa», esattamente come il banchiere americano che ha fatto nascere la più grande banca del mondo, Citigroup, a colpi di acquisizioni, si è reso protagonista negli ultimi 8 anni di uno shopping vorticoso: 21 banche e 13 società prodotto, per un totale di 5,3 miliardi di euro d’investimenti, molti ottenuti con aumenti di capitale successivi. Una bulimia resa possibile anche dalla lunga serie di via libera ottenuti dalla Banca d’Italia, vista l’altissima considerazione personale di cui Fiorani gode presso il governatore Antonio Fazio. Questa corsa lanciatissima non è stata rallentata dalle piccole, grandi e grandissime buche incontrate lungo la strada. A cominciare dall’acquisto della Banca popolare di Crema. Per quell’Opa lanciata nel 2000, la banca è finita in tribunale, denunciata da un commercialista, Giovanni Cerea. La sua tesi era che la stessa banca nel ’96 (Fiorani era allora direttore generale ) lo aveva utilizzato per rastrellare l’acquisto del 51% delle azioni della Crema, custoditi dalla società Summa di Lugano. Nel 2000, Bpl rilevò quei titoli pagandoli più del doppio del prezzo di quattro anni prima. La magistratura ha accertato che la banca lodigiana non ha ordinato la «scalata fantasma» e ha assolto i vertici da ogni accusa, ma chi fosse il mandante e chi intascò effettivamente una plusvalenza così ricca è rimasto un mistero. Più facilmente invece si saprà quali sono le responsabilità in un altro procedimento per il quale Fiorani e Enrico Fagioli, Amministratore delegato di Efibanca, la banca d’affari del gruppo, sono indagati a Milano. I reati contestati sono concorso in bancarotta e falso in bilancio e si riferiscono al fallimento della società editoriale e di sondaggi Hdc di Maurizio Crespi. Uno dei tanti sondaggisti venuto su all’ombra di Berlusconi che ha visto naufragare il suo sogno imprenditoriale dentro un buco da 35 milioni di euro dopo il litigio con Efibanca, principale finanziatore. Ad entrambi i soci non è rimasto altro che scambiarsi denunce e «contendersi» l’interesse dei giudici. E poi naturalmente Lodi gioca un ruolo non di secondo piano nelle vicende Cirio e Parmalat visto il coinvolgimento nel punto di congiunzione tra i due: l’affare Eurolat, la vendita delle centrali del latte di Cragnotti a Tanzi. I pubblici ministeri di Roma e Parma stanno indagando sul ruolo svolto dalle banche della confezione di questo «affare». E i commissari Cirio hanno già intentato un’azione revocatoria a riguardo verso tre banche: Intesa, Capitalia e la Bpl. Il quarantacinquenne di Codogno, Fiorani è dunque un banchiere ambizioso che non teme di finire nell’occhio del ciclone e naturalmente ha scelto compagni di viaggio altrettanto arrembanti: è socio della banca d’affari Hopa di Emilio Gnutti (al quale dedicheremo prossimamente una nostra inchiesta) e tra i suoi clienti e azionisti ha la Barilla (di cui è socia in Kamps, la controllata tedesca del gruppo parmense) nonché l’immobiliarista Stefano Ricucci ora in cerca di sostegno bancario per acquistare gli immobili ex Fiat. Fiorani così continua ad essere centro di attrazione di interessi variegati e trasversali, e i suoi clienti ed azionisti sembrano non dar peso a quante volte la sua corsa è costretta a fare piccole soste in tribunale.La storia più recente ci racconta dell’interessamento delle procure di Pavia e Milano, nonché della Consob, ai rapporti tra Necchi e la popolare di Lodi. Stanno indagando sugli ultimi anni di gestione burrascosa e molto misteriosa, sospettando reati che vanno dal falso in bilancio all’ostacolo all’attività di vigilanza. Sulla scorta di queste indagini la Guardia di Finanza ha perquisito casa di Beccaria (amministratore e azionista di Necchi) e gli uffici del socio e principale creditore di Necchi: la Popolare di Lodi appunto, che, tra l’altro, si è fatta promotrice di tentativi di salvataggio anche bizzarri come la fusione con la Rocco Bormioli, famosa per i barattoli di vetro e anch’essa nella galassia Bpl.Visto chi è il personaggio, a questo punto vi chiederete perchè all’inizio dell’articolo diciamo che l’ipotesi di un’operazione Bpl-Antonveneta, presentata come un’operazione contro Capitalia, in realtà non lo sia affatto. Ma perchè è proprio quello che l’astuto Fiorani vorrebbe far credere agli azionisti di Antonveneta, di voler innanzitutto creare un consenso contrario alla fusione con Capitalia. Così in questi giorni avrebbe intensificato, sempre secondo il quotidiano milanese, le consultazioni dei pattisti, cioè degli azionisti raccolti in Deltaerre, la fiduciaria che quasi certamente non farà più parte del nuovo patto da aprile prossimo perché i 15 aderenti, o alcuni di loro, sindacheranno le azioni direttamente assieme a Abn Amro, Benetton, Lloyd adriatico. In realtà, quei tre (Fazio, Geronzi e Fiorani), la Trimurti del credito, vanno d’amore e d’accordo, e se l’operazione diretta con Capitalia incontra resistenza, che altro di meglio che solleticare il nemico con promesse di lauti bottini? Non occorrerebbe scomodare nessun eroe omerico per capire il gioco che stanno facendo. Ma tant’è, gli assediati alla fine accoglieranno tra danze e libagioni il cavallo lodigiano. Cadranno le mura di Ilio.

Metti un tigre nel motore

Quale motore? Ma nel carrarmato di latta e cartone.

Infatti ora che il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi si è pronunciato per la crescita autonoma di Banca Antonveneta invitando gli imprenditori del Nord-Est a fare la loro parte, forse gli sparuti e deboli patriottardi che si erano pronunciati contro la fusione con Capitalia hanno trovato un buon additivo (che di certo non sarà però più a buon mercato del petrolio) per i loro progetti indipendentisti.

I piani della trimurti sono dunque destinati a liquefarsi (dal verbo liquefare, non dal sostantivo liquame) come neve al sole? Ma niente affatto. La tenzone è solo all’inizio e queste scaramucce verbali dimostrano soltanto che la partita non interessa unicamente Fazio, Geronzi, Fiorani e di riflesso Abn Amro, e che i molti giocatori pronti a scendere in campo da Roma ad Amsterdam, passando per Arcore, stanno preparando i loro eserciti di ventura perché la partita è molto più grande di Antonveneta: il controllo del credito per i prossimi dieci anni almeno.

Noi, siccome non crediamo, con tutto il rispetto, ai moderni e disinteressati salvatori della patria, invitiamo i lavoratori a prepararsi per tempo ai fuochi d’artificio e a indossare idonei indumenti, questi sì di latta.

Polo Sud

Tutto si può dire sugli Stati Uniti (e ancor di più su Bush) ma non che l’opinione pubblica non eserciti là una particolare attenzione sui comportamenti delle aziende e sulle malefatte di amministratori e finanzieri, il che a sua volta ha alimentato la curiosità, le capacità di investigazione e di “messa alla gogna” dei colpevoli da parte dei media.

In Usa per “insider trading” (reato previsto per la speculazione sui titoli di una società da parte di chi utilizza a proprio vantaggio informazioni riservate e ottenute perché occupa un posto di rilievo in quella società) si finisce appunto alla gogna e l’unica attività che potrai intraprendere nello Stato a stelle e strisce dopo che ti sei beccato un tale capo d’accusa sarà il commercio delle arance che parenti e i pochi amici che restano ti porteranno in carcere oppure non ti resterà che emigrare al Polo Sud.

In Italia no. In Italia personaggi centrali del mondo finanziario hanno collezionato condanne per corruzione della Guardia di Finanza, falso in bilancio, evasione fiscale e insider trading o hanno patteggiato per lo stesso reato, ma ciò non ne ha certo sminuito il loro ruolo e la loro reputazione nel sistema o davanti all’opinione pubblica. In Italia questi personaggi non ci finiscono al Polo Sud, anzi, ne parlano: Poli Sud, Poli di Centro-Sud e Poli Nord; moltiplicando le loro attività e i loro profitti nei settori più disparati: auto, immobili, telefonia, comunicazioni, banche, alimentari, editoria, stampa.

E così al Polo Sud ci finiremo noi. Pardon, al Polo del Centro Sud. “Perchè l’Italia ne ha bisogno”. L’Italia di chi?

Cavalieri, governatori, camerieri e valvassori

Quando le vicende finanziarie si intrecciano con quelle politiche. Sapevamo tutti che Tremonti, assieme a Tabacci (Udc), aveva messo nel mirino Fazio, e con lui Geronzi e Fiorani. Poi il Cavaliere ha dovuto liberarsi del fantaeconomista e ha ridato fiato alla sacra trimurti, giusto per riequilibrare i giochi, visto che Profumo (Unicredit) e Bazoli (Intesa) sono in odore di ulivo.

Qualche pagina fa avevamo scritto:«Val Casies. Hotel “Quelle”. Il risiko che sta per partire nel sistema creditizio italiano è stato concepito tra la quiete dei monti più belli del mondo, ha in Fazio lo stratega e in Geronzi e Fiorani i suoi valvassori. All’incontro non erano presenti le vittime cirio-parmalat-bond argentini. A quanto pare non era presente neppure Matteo Arpe il quale non è stato ancora messo al corrente. Si fa per dire.»

Per inciso il povero (si fa sempre per dire) Arpe è fuori dai giochi perchè in quel progetto il futuro plenipotenziario del nuovo gruppo sarebbe proprio Fiorani, anche se, si dice, come premio di consolazione (si fa sempre per dire), l’attuale ad di Capitalia andrebbe a Mediobanca.

Ora si viene a sapere che in quell’occasione si sarebbe svolta anche una cena a lume di candela nel vicino hotel Rainer, dove stando al personale dell’albergo (si sa che i camerieri sono da sempre i migliori informatori dei giornalisti), oltre alla sacra trimurti avrebbe partecipato e dato la benedizione al patto anche il senatore Udc Taralli. Come si dice, sarà finita a tarallucci e vino?

Perestroika intervista Perestroika

Scusi l’impertinenza, ma chi si nasconde dietro questo pseudonimo?

Nessuno. Perestroika non è lo pseudonimo di nessuno. Perestroika è Perestroika. La voce, troppo spesso zittita o inascoltata del bancario che ne ha viste di tutti i colori ed ha accumulato quel po’ di esperienza sufficiente per vedere in trasparenza attraverso i veli e le cortine con cui il potere cerca sempre di celare i suoi oscuri disegni, che poi non sono mai così tanto oscuri. E credo che nel nostro settore ci sia tanto bisogno di chiarezza, trasparenza, e democrazia per abbattere i santuari del potere che generano continuamente mostri. Perestroika, in una parola. 

Va bene, prendo atto che non mi vuole dare le sue generalità, ma nella sua dichiarazione scorgo un bel po’ di megalomania.

Per carità, io cerco di mettere alla berlina il potere con un pizzico di ironia, dicendo delle cose, piccole cose, che altrimenti non potremmo mai dire. Purtroppo di fronte ad un mare di ipocrisia l’unico salvagente è un po’ di ironia, per sorridere ma anche per riflettere e non accettare sempre quello che ci viene propinato. Le rivoluzioni le lascio agli uomini di potere. L’unica vera rivoluzione oggi sarebbe quella di fermarci un attimo e renderci conto verso quale baratro stiamo precipitando.

Parla del settore creditizio o di qualcos’altro?

Parlo della nostra civiltà, della nostra avidità, della violenza, della sopraffazione che c’è nel mondo. E anche nelle nostre banche.

Scusi se rimango sul tema “banche” e restringo i suoi orizzonti. La stampa oggi si esercita a disegnare gli scenari più impensati di un risiko bancario in cui le fantasie dei giornalisti non hanno limiti. E Antonveneta è al centro di ogni futuro scenario. Lei cosa ne pensa?

Sorvoliamo sul fatto che la cura sta uccidendo il paziente. Per i santuari del potere questo è secondario. Quello che è primario è abbattere la febbre (risanare i conti) in maniera che sul mercato l’Azienda produca un adeguato profitto per gli azionisti. Poi, con gli assetti di potere che abbiamo oggi in Italia e l’inefficienza che contraddistingue i soggetti sulla scena, qualsiasi soluzione è destinata a riprodurre su scala maggiore tutta l’inefficienza e la disorganizzazione che ben conosciamo. Credo che i lavoratori di Antonveneta oggi stiano imparando sempre meglio, purtroppo, cosa voglia dire “costruire un aereo in volo”. E tutto questo solo per perpetuare il dominio di quella che una volta veniva definita “la razza padrona” ed è passata indenne per le prime repubbliche, mani pulite, cirio, parmalat e bond argentini. Purtroppo questa è la classe dirigente che ci ritroviamo e non ne vedo una alternativa all’orizzonte. Il resto sono tutte chiacchiere ed esercizi di fantafinanza ai quali siamo relativamente interessati, come il gossip su principesse e regine. Alla fine a rimetterci sono sempre i lavoratori.

Ultimamente si è accanito sui vertici della Banca, rei di rimanere incollati alle loro poltrone, nonostante i raggiunti limiti di età. Ma lei pensa davvero che questi giovani rampanti che dovrebbero sostituirli siano meglio di loro?

Ma lo sa’ che mi ha proprio stufato? La sua intervista è veramente noiosa. Scommetto che qualsiasi lettore di Perestroika dopo aver abbondantemente sbuffato non sia neanche arrivato a metà intervista e sia passato ad un’altra pagina. E poi, scusi, ma lei fa le domande dandosi anche le risposte. Mi faccia una domanda da Perestroika, per cortesia.

Va bene, le faccio una domanda personale, alla quale mi aspetto una risposta “alla Perestroika”: qual’è il più grande rammarico della sua vita?

Che so. Magari non aver sposato la figlia di Enrico Cuccia. Bellissima donna.

Gianduiotti

Per una volta voglio spezzare una lancia a favore dei banchieri e solidarizzare con chi è fatto continuamente oggetto di fantasie giornalistiche. Per ora nessuno si è ancora spinto a disegnare l’ipotesi di una maxi fusione Sanpaolo-Capitalia-Antonveneta-Unicredit, ma, vedrete, si arriverà anche a questo.

Sempre a proposito di fantasie giornalistiche. In Sanpaolo fioriscono le rose. Ma hanno sempre pochi petali. L’ultima rosa ha un solo petalo e porta un nome: Montani.

L’inamovibilità dei vertici è inversamente proporzionale alle situazioni aziendali: più sono confuse e maggiori le chances di rimanere in sella, magari oltre gli 80 anni come Bernheim alle Generali. Non è il quarto principio della termodinamica, ma un teorema che funziona bene a piazzetta Turati.

Mi dicono che in Direzione Generale il 10 settembre (il giorno dello sciopero nazionale dei bancari) c’è stata una tale concentrazione di crumiri che, come dice il mio collega “tuttoèrelativo”, hanno dovuto rinforzare i solai. Ma con i tempi che corrono capisco pure che la paura di non ritrovare più la poltrona o lo strapuntino faccia di questi scherzi.

Val Casies. Hotel “Quelle”. Il risiko che sta per partire nel sistema creditizio italiano è stato concepito tra la quiete dei monti più belli del mondo, ha in Fazio lo stratega e in Geronzi e Fiorani i suoi valvassori. All’incontro non erano presenti le vittime cirio-parmalat-bond argentini. A quanto pare non era presente neppure Matteo Arpe il quale non è stato ancora messo al corrente. Si fa per dire.

Notizie sportive

Da Interbanca all’Inter. Mauro Gambaro, direttore generale in uscita della merchant bank di Antonveneta, assumerà la stessa carica nella squadra nerazzurra. No comment

“Roma val bene una messa”

Mentre nel pollaio padovano i polli sono intenti a beccarsi l’un l’altro per la spartizione del mangime, a Roma, nei salotti che contano, le vecchie volpi pianificano nuove stragi di galline. Fatto fuori il ministro liberalfantasista, uscite per il momento (ma c’è da giurarci che non sarà facile riagguantarle) dai guai giudiziari con una spolveratina sulle spalle, lontane da ambienti dove circolano pericolosi tapiri e incuranti delle proteste chiassose dei piccoli risparmiatori truffati, le vecchie volpi hanno ripreso in mano il mai dimenticato dossier andreottiano della grande banca vaticandicciromana. Oggi la chiamano “grande banca del Centro con forti radici al Nord” ma la sostanza non cambia. La sostanza è come addizionando 1+1+1 si riesca a fare sempre 1. Che è storia dell’ultimo decennio: salvare dalla bancarotta la cassaforte della prima repubblica, depositaria di occulti e indicibili segreti finanziari, incorporando i forzieri (in qualche caso vuoti) di altri istituti e mettendo insieme ricche banche (dissanguandole) con altre decotte. Risultato: una pattumiera. E come Re Mida trasformava in oro tutto ciò che toccava, le nostre volpi in questi anni hanno trasformato in un’altra sostanza, meno gradevole e preziosa del metallo aureo, tutto quello che hanno toccato. Facendo buoni affari, comunque. Hanno comprato per quattro lire Interbanca e BNA e le hanno rivendute ad Antonveneta decuplicando il guadagno e rimpinguando le proprie casse vuote, per esempio. Poco importa se hanno distrutto e dilapidato risorse finanziarie pubbliche e private, rovinato i piccoli azionisti, calpestato la dignità e la professionalità di migliaia di lavoratori. Quello che importa è il risultato, spacciato per un grande progetto di espansione: la Banca del Centro con forti radici al Nord. Queste volpi, tra l’altro devono avere un pubblicitario spiritoso e doppiosensista avendola chiamata Banca del Centro. Per questo l’operazione piace tanto anche a vecchi e nuovi diccì, dall’Alpi alle Piramidi, da Padova a Palermo, e, vedrete, si farà. Parafrasando una frase celebre, “Roma val bene una messa”.

Nota storica: Alla fine del ‘500, la Francia è sconvolta dalla cosiddetta guerra “dei tre Enrichi”. Enrico di Navarra con gli Ugonotti, Enrico di Guisa con la cattolica Santa Lega, ed Enrico III, re di Francia. Enrico III, mandante dell’assassinio di Enrico di Guisa, viene ucciso da un frate domenicano della Santa Lega. L’unico Enrico superstite è Enrico di Navarra – ugonotto e futuro Re di Francia col nome di Enrico IV – che potrà entrare a Parigi, in stato d’assedio da molti mesi, solo dopo la conversione. Si dice che egli, prima di farsi cattolico, abbia detto. “Parigi val bene una messa”.