Premiato Consorzio & C.

ABN Amro, già acquisita da Fortis e nazionalizzata dopo il fallimento di quest’ultima, sarebbe in trattativa con Royal Bank of Scotland per ricomprarsi alcuni asset che erano passati alla banca scozzese poco più di un anno fa a seguito della scalata vincente del Consorzio formato da Santander, Fortis e appunto RBS. La banca scozzese aveva speso circa 28 miliardi di euro per l’acquisizione delle attività corporate di ABN Amro ed ora sembrerebbe costretta a svendere per pochi spiccioli alla stessa ABN Amro buona parte di quegli asset, dopo le gravi perdite dichiarate per il 2008 (guarda caso pari sempre a 28 miliardi di euro).

La nemesi di questa vicenda si sta così completando, dando ragione a quei pochi che all’epoca con lungimiranza avevano giudicato il passo fatto dal Consorzio più lungo della gamba. L’unico, per ora, ad essersi salvato, don Emilio Botin, il presidente del Santander, che però ha avuto la fortuna di incontrare dei generosi banchieri italiani che gli hanno fatto incassare con la cessione di Antonveneta il triplo del suo valore e il doppio di quanto speso. Cosicchè può permettersi oggi di chiudere il bilancio 2008 con un utile netto di 8,88 miliardi e di rafforzare i conti con 3.57miliardi di profitti straordinari, la maggior parte dei quali rivenienti dalla cessione delle attività di ABN Amro in Italia.

Can che abbaia non morde

Il Presidente Barack Obama da una parte pronuncia parole durissime contro i banchieri perchè nonostante il disastro generale, di cui sono stati i maggiori responsabili, si sono assegnati poco meno di 20 miliardi di dollari di premi nel 2008, e dall’altra si prepara ad aprire le casse federali per fare loro un grazioso cadeau di 2 o 3mila miliardi (o trilioni come preferiscono dire gli americani) di dollari per salvarli.

Sto parlando del piano con il quale verrebbe costituita una Bad Bank che dovrebbe assorbire tutti gli asset tossici, i titoli spazzatura, che sono ancora nei bilanci delle banche americane (e non solo americane) e che le rendono tecnicamente tutte fallite. La “filosofia” sulla quale si basa il piano è che, come dice il Segretario del Tesoro, Geithner,

“We have a financial system that is run by private shareholders, managed by private institutions, and we’d like to do our best to preserve that system.”
“Abbiamo un sistema finanziario sostenuto da azionisti privati, gestito da istituzioni private e dovremmo fare del nostro meglio per preservare questo sistema.”

Siamo sicuri che non ci sia niente di meglio da fare? Per spiegare il problema, ricorrerò a questo esempio che prendo in prestito da un editoriale sul New York Times del premio Nobel per l’economia Paul Krugman che descrive la posizione di un’ipotetica banca che ha chiamato Gothamgroup, Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata – diciamo 400 miliardi – da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già fallita. Le sue azioni non sono completamente prive di valore – essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari – ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? La risposta è ovvia: il fallimento della Lehman Brothers ha dimostrato che lasciar collassare una grande banca può essere veramente rischioso per la salute dell’economia e un buon numero delle maggiori istituzioni finanziarie sono oggi pericolosamente vicine al ciglio del precipizio.

Le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi. In tempi normali le banche raccolgono capitali vendendo azioni a privati investitori che in cambio ricevono una partecipazione alla proprietà delle banche. Se le banche, nella situazione attuale, non riescono a raccogliere abbastanza capitali da investitori privati, il governo dovrebbe fare quello che farebbe un investitore privato, osserva Paul Krugman: fornire i capitali in cambio di una quota della proprietà.

Allora? Se i contribuenti devono pagare il conto del piano di salvataggio delle banche, per quale ragione essi non devono avere una partecipazione, almeno fintantochè non vengono trovati dei privati compratori? Invece l’amministrazione Obama sembra stia facendo anche l’impossibile per evitare quest’esito, quasi che fosse la peggiore delle sciagure.

Sicuramente lo sarebbe per la lobby dei banchieri che ancora, nonostante Obama alzi la voce, sembra invece avere delle sponde amiche nella sua amministrazione. Infatti se fossero vere le notizie che circolano, il piano di salvataggio conterrebbe due interventi: acquisizione da parte del governo di alcuni asset “cattivi” e garanzie contro le perdite per gli altri asset. Le garanzie rappresenterebbero un gran regalo agli azionisti delle banche; l’acquisizione potrebbe anche non esserlo, se i prezzi fossero “giusti”, ma probabilmente, come riportano i quotidiani economici, sarebbero basati su “modelli di stima” piuttosto che su prezzi di mercato, e anche in questo caso il governo farebbe un gran regalo a spese dei contribuenti che in cambio non avrebbero niente, solo titoli che varrebbero quanto la carta straccia.

In Italia siamo maestri in questo genere di salvataggi nei quali si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. I contribuenti si accollano i debiti, mentre ad azionisti e manager amici si lasciano i profitti. Vi ricorda niente questo meccanismo? Non vorrei che Obama, oltre all’olio d’oliva marchigiano, finisse per importare anche la finanza creativa all’italiana.

Così parlò il sindacato del Monte Paschi Siena

“Il Consiglio di Amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena nella seduta di giovedì 29 gennaio ha approvato un rapporto che consente ai dipendenti del Gruppo di utilizzare il TFR residuo per l’acquisto di azioni della Banca. E’ una decisione condivisa e anzi da noi più volte sollecitata, in quanto consente ai lavoratori di poter usufruire a questo scopo di una quota di salario differito altrimenti utilizzabile solo per i fini previsti dalla legge.” Letto e sottoscritto: i sindacati del Monte Paschi Siena.

Sarebbe questa la giusta risposta alle attenzioni mediatiche strumentali ed interessate? Meglio per i fini del Monte Paschi che per quelli previsti dalla legge? Un’ultima domanda: quanti lavoratori in difficoltà finanziaria si precipiteranno a dare fondo alla liquidazione per comprare a 1,15 e magari rivendere a 1 euro ( o anche, chissà, a 0,50) per poter estinguere comunque il proprio debito con la Banca? Est modus in rebus e purtroppo siamo anche in tempi un pò sospetti. But the show goes on.

Democrazia finanziaria

Una battuta che circola in America tra i sostenitori di Obama dice che la politica finanziaria dell’amministrazione Bush consisteva nel lasciar fare ai banchieri di Wall Street i loro buoni affari a spese dei contribuenti e che con Obama è esattamente il contrario. Lo spero, perchè se è vero che proprio ieri il Presidente americano ha affermato che i premi che si sono autoassegnati i banchieri nel corso del 2008 (18 e rotti miliardi di dollari) sono “vergognosi”, non è altrettanto chiaro cosa abbia in mente il suo neo Segretario del Tesoro, Timothy Geithner, con il lancio della Bad Bank che dovrebbe rimuovere dai bilanci delle banche gli attivi tossici. Soprattutto, sono curioso di sapere come cavolo farà a stabilire un prezzo della spazzatura senza fare il solito regalo ad azionisti e management, a spese dei contribuenti.

Il cigno nero della Fondazione Mps

Qualche informazione in più per la Fondazione Monte Paschi Siena, che oltre alla barzelletta del dividendo ci ha raccontato anche quella di voler “privilegiare”, tra gli investimenti, “le partecipazioni ed i fondi di private equity rispetto agli strumenti finanziari tradizionali”, dal miglior sito italiano di economia, Icebergfinanza di Andrea Mazzalai.

E la Fondazione Mps preferisce i fondi di private equity

Un amico che ha poca dimestichezza con l’inglese mi ha chiesto cosa dicono i due articoli del Financial Times e del Wall Street Journal da me citati (vedi mio precedente post Accanimento terapeutico, in fondo) e se ho qualcosa di personale contro i fondi di private equity.

Per quanto riguarda i fondi di PE non li ho particolarmente in antipatia, mi limitavo a segnalare che potrebbero diventare il fattore scatenante di una nuova bolla esplosiva, confortato in questo da quanto riportato dai due autorevoli quotidiani economici.

Il Financial Times anticipa che nelle prossime settimane i sottoscrittori di questi fondi riceveranno delle desolate lettere nelle quali verrà comunicato loro che le perdite riportate nel 2008 ammonteranno a un 20 – 30 per cento del valore investito e addirittura che…

[…] the actual losses could far exceed 30 per cent, since many of these companies were bought and taken private at the peak of the financial frenzy. In many deals – particularly ones struck in 2006 and 2007 – private equity firms paid a 25 per cent premium to public market levels to take their targets private.

Le attuali perdite potrebbero anche essere superiori al 30 per cento perchè soprattutto nel 2006 e nel 2007 i fondi di PE hanno offerto premi del 25% per acquisire i loro target. Per garantire questi rendimenti e per ristrutturare e risanare le aziende acquisite, i fondi di PE sono ricorsi massicciamente al leveraggio, indebitandosi enormemente con le banche, per multipli di 3 o 4 volte il valore delle aziende stesse, per cui, secondo il FT, considerata anche la discesa del 40% del valore del mercato, in realtà le perdite potrebbero aggirarsi intorno al 60 per cento innescando, aggiungo io, un effetto a catena.

Carlyle, Fortress, K.K.R., Cerberus, Apollo, lo stesso colosso Blackstone già toccato dalla crisi immobiliare, sono i nomi dei maggiori fondi che potrebbero saltare, trascinando con sè, in un effetto domino, altre centinaia di fondi, soprattutto fondi pensione, che hanno investito nei loro asset.

Questi fondi hanno continuato ad acquisire aziende negli ultimi anni a ritmo esponenziale, facendo utili enormi ma acquistando a prezzi sempre più elevati e con un ricorso sconsiderato alla leva finanziaria, cioè indebitandosi con le banche per 3 o 4 volte più di quanto essi abbiano investito (parliamo di almeno 700 miliardi di dollari negli USA).

I finanziamenti sono stati concessi dalle Banche a condizione che queste aziende generassero determinati flussi di cassa e redditività che se non rispettati (caso estremamente realistico in una fase di prolungata recessione) determinerebbero la restituzione dei finanziamenti, cosa che potrebbe costringere i fondi, per ripagare il debito, a vendere le aziende o pezzi di esse a prezzi da saldi natalizi.

Inoltre anche gli investitori cercherebbero di uscire dai fondi che, trovandosi in posizione di scarsa liquidità sarebbero costretti ancora una volta a svendere altri asset.

Ma c’è di peggio: se le banche non riuscissero a farsi ripagare, avendo a loro volta cartolarizzato quei crediti e trasformati in obbligazioni piazzate ad istituzioni finanziarie (magari fondi pensione o fondi obbligazionari) si creerebbero i presupposti per un altro caso “subprime” con ripercussioni inimmaginabili.

La conferma di quello che bolle in pentola viene dai dati USA che riguardano le aziende partecipate da fondi di private equity. L’articolo sul Wall Street Journal ci dice che “non si tratta di recessione ma di devastazione” e che i fallimenti di queste aziende sono in accelerazione: 15 in settembre, 23 in ottobre, 27 in novembre e 28 in dicembre e secondo una ricerca del Boston Consulting Group almeno il 50% delle aziende sostenute da fondi di private equity sono destinate a default per i debiti, con perdite complessive per i fondi di 1 trilione di dollari.

[…] before they save other companies, it appears private-equity firms will first have to save themselves.

Ma evidentemente la Fondazione Mps è in possesso di altre informazioni.

Corrida spagnola

Non tutte le disgrazie capitano al Monte Paschi Siena, per fortuna. Sicuramente Unicredit se la passa anche peggio, per il suo coinvolgimento nello scandalo Madoff e l’ esposizione, non si sa quanto profonda, al buco nero della spazzatura tossica. Per non parlare di Banca Intesa compromessa per svariati miliardi nelle più grosse e dubbie operazioni industriali italiane, a cominciare dalla vicenda Alitalia.

Ma quando si finisce dalle stelle alle stalle, la notizia fa anche più rumore, soprattutto se la vittima della legge del contrappasso è uno che ha le mani in pasta anche qui in Italia ed ha amici fidati anche tra i soliti noti del nostro mondo bancario ed assicurativo. Stiamo parlando di don Emilio Botin che, dopo l’affare con il quale ha venduto al triplo del suo valore Banca Antonveneta, sembrava con il vento in poppa ed uscito indenne dalla crisi finanziaria mondiale.

Poi è arrivato l’affaire Madoff. “Se non comprendi del tutto uno strumento finanziario, non comprarlo”, diceva don Emilio e, aggiungeva, “Se non compreresti per te stesso uno specifico prodotto, non cercare nemmeno di venderlo”. Parole che devono essere risuonate davvero beffarde alle orecchie dei suoi clienti che hanno perso 2 miliardi e mezzo di euro nella “suola” rifilatagli dal Santander Optimal (davvero Optimus) Fund e che non hanno perso tempo nel portare l’ineffabile don Emilio in tribunale.

Ma ora don Emilio non deve fronteggiare solo una miriade di clienti incazzati per un investimento che il Santander definiva “impeccabile” e per il quale pagavano anche fior fior di commissioni, ma se la deve vedere pure con i soci della banca che hanno rotto il religioso silenzio nel quale si svolgevano le Assemblee presiedute dall’incontestato presidente.

L’ultima assemblea, svoltasi Lunedì, sembrerebbe essersi addirittura trasformata in una specie di corrida, con alcuni azionisti ad accusarlo di essere un “incompetente” e il buon don Emilio a chiedere l’intervento della forza pubblica, contestato, come se non bastasse Madoff, persino per il presunto incauto acquisto della Sovereign Bancorp di Boston. Cose dell’altro mondo per chi era abituato ad approvazioni bulgare e a far accettare le sue decisioni come dogmi di fede.

Accanimento terapeutico

Secondo una fonte riportata in un’agenzia della Reuter, Banca Mps utilizzerà l’articolo 15 del decreto anticrisi per risolvere in gran parte l’obiettivo di aumentare il Tier1 fino al 6%. Cos’è quest’articolo 15? Un’altra delle geniali trovate del ministro Tremonti, la possibilità di poter derogare ai criteri contabili Ias che ha trovato largo consenso in Europa per ridare fiato alle istituzioni finanziarie moribonde. Un artificio in deroga al principio “mark to market”, per cui gli asset delle banche possono essere contabilizzati al prezzo di acquisizione e non in base ai loro prezzi correnti di mercato, detto in soldoni.

Il Tier1 del Mps a fine settembre era di 5,2%. Appare quindi fondato il calcolo di alcuni analisti che lo ritengono oggi, a seguito delle successive svalutazioni di borsa, a circa il 4,5%. I cinquanta punti base (600 milioni di euro), recuperati con l’applicazione dell’art.15 del decreto anticrisi, rivaluterebbero il tier1 solo al 5%, un indice ancora insufficiente. Ecco allora la necessità di cedere altri asset, che però nella situazione attuale di mercato risultano invendibili, come dimostra anche la richiesta di proroga a tutto il 2009 fatta all’Antitrust per la cessione degli sportelli.

Nel frattempo viene diffusa una lunga ed articolata nota della Fondazione nella quale, tra l’altro, “vengono indicate come da privilegiare”, tra gli investimenti della Fondazione, “le partecipazioni ed i fondi di private equity rispetto agli strumenti finanziari tradizionali”. Mi chiedo se non sia meglio organizzare una gita direttamente a Las Vegas piuttosto che entrare in quella che potrebbe essere la prossima bolla speculativa ad esplodere (leggi qui e qui). Evidentemente siamo alla canna del gas.