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Colpi di testa

L’Economy, il business magazine di Mondadori diretto da Giorgio Mulé nel numero in edicola in questi giorni, riporta alcune dichiarazioni virgolettate del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Ha ragione il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio: bisogna favorire l’ingresso di capitali italiani nel sistema e spingere aggregazioni interne, consentendo agli stranieri di avere partecipazioni mai però in grado di conquistare posizioni decisive» avrebbe detto il premier dopo la botta in testa ricevuta in Piazza Navona. Delle due l’una: o il Cavaliere vuole riscrivere le teorie liberiste della Casa della Libertà e candidarsi anche al Nobel dell’economia (ramo: economia di mercato) o ha torto il senatore-poeta Luzi che a proposito del cavalletto in testa parla di vittimismo. Auguri di pronta guarigione in ambo i casi.

Il fattore “C”

Qualche giorno fa l’effervescente nipote di Gianni Agnelli, Lapo Elkann, ha invocato in un’intervista al Giorno il sostegno della dea Fortuna per la sua famiglia e per Mirafiori. Dunque ora è ufficiale: per salvare la Fiat non è rimasto che affidarsi al culo. Ma la cosa si presta a numerose altre riflessioni. Soprattutto perchè ora i tecnici dovranno elaborare nuove teorie economiche e finanziarie che tengano conto anche di questa nuova variabile. Non so cosa ne pensa Buttiglione, ma il culo sarà sicuramente uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo del nostro paese, dopo naturalmente il taglio delle tasse. E già vedo ad esempio le slide del prossimo piano industriale di Banca Antonveneta quantificare le percentuali di culo accanto a quelle del ROE, di impieghi, raccolta e così via. E non mi meraviglierei nemmeno che il culo diventasse uno dei criteri su cui basare i prossimi budget. Per i malcapitati, purtroppo, già alle prese con dati e percentuali ballerini, si prospettano ingarbugliatissimi calcoli ed estenuanti discussioni e contrattazioni. Unica nota positiva è che i lavoratori saranno finalmente autorizzati a poter dire che si tratta davvero di budget da culo.

Teatrini

Quasi tutti i comunicati stampa della Fabi Nazionale ricordano, costantemente, di essere “il sindacato più rappresentativo dei bancari”.

Dimostra di non essere immune da questa ossessione neppure la SAS Fabi di Torino di Banca Antonveneta la quale, in un suo comunicato, da una parte se la prende con il “teatrino” della rivendicazione circa “la centralità del 1° tavolo” e dall’altra non riesce a resistere dal non autocelebrarsi come “il Sindacato maggiormente rappresentativo della BAPV”.

Certamente a queste affermazioni della Fabi non fa difetto una buona dose di incoerenza ma il vero problema da sottolineare è che, come scriveva un nostro editorialista, «non sempre il più rappresentativo è il più forte; è l’unione che fa la forza dei numeri e delle idee».

Evidentemente se si chiama 1° tavolo una ragione ci sarà e non è certo colpa dei sindacati che vi siedono se la Fabi è costretta a dare le sue “rappresentazioni” nel teatrino che si merita.

Mamma, li turchi !!!

No, non è il grido di allarme e di dolore dei leghisti nella loro anacronistica e ridicola battaglia. Piuttosto ne è la nemesi, perchè “li turchi” sono già arrivati, nel Paese e in Antonveneta. “Li turchi” al Ministero del Lavoro o del Welfare che dir si voglia. Guarda caso con la bandiera della Lega Nord. Dunque se l’economia va a scatafascio, mentre già la raffica di aumenti per tariffe, bolli, benzina, gasolio e autostrade si mangia il ridicolo taglio delle tasse, che ti trova il ministro per risolvere ogni problema? Ma è ovvio, la riforma dell’art.18, la panacea di tutti i mali d’Italia.

E “li turchi” travestiti da nordestini si annidano nel consiglio d’amministrazione di Antonveneta, pronti a fare da cavallo di troia per nuove invasioni barbariche. Qualcuno se ne è accorto ma le difese innalzate fanno acqua da tutte le parti. Come è possibile parlare di “veneticità” di una banca che vorrebbe avere una vocazione nazionale ed internazionale ed è quotata in borsa? Certo è una battaglia legittima quella di coloro che vorrebbero il ponte di comando a Padova. Ma sono altre le cose alle quali si dovrebbe guardare. Ogni progetto andrebbe valutato per la sua idoneità a creare valore aggiunto e sviluppo e a non disperdere un patrimonio culturale, economico e professionale. E questo farebbe anche un accorto investitore che non voglia solo fare speculazione. E allora una eventuale fusione con Bipielle soddisferebbe queste condizioni? Una fusione con un gruppo che è al trentesimo posto per redditività e che quanto a patrimonializzazione è messo peggio di Antonveneta? Un gruppo che fonda le sue “origini” e la sua espansione su operazioni a dir poco discutibili e men che chiare, come l’acquisto della Banca Rasini, nota a tutti per essere la Banca della mafia?

Poi sappiamo che sui mercati finanziari e in borsa sono i soldi che contano e che se a Bill Gates venisse in mente di comprarsi Antonveneta nessuno potrebbe impedirglielo se non il grande controllore che esercita un potere al di fuori di ogni regola di mercato e delle stesse leggi comunitarie.

Ecco questo è il punto. La Bipielle non ha neanche i soldi per comprarsi Antonveneta e offre figurine di un bene che non vale niente e qualche spicciolo al tavolo dei “turchi”. Ma questi “turchi” sono sensibili alle sirene del potere finanziario e delle sue trame al di sopra di un “mercato” che purtroppo in Italia è solo una parola vuota e che descrive unicamente quello che si decide nei salotti di via Nazionale a Roma o nella villa di Arcore. E allora aspettiamoci un bel regalino sotto l’albero di Natale. Se poi Babbo Natale non si farà vivo ci sarà ancora tempo per la Befana.

A’ da venì Peter Pan

Qualcuno l’ha paragonato a un Robin Hood alla rovescia: ruba ai poveri per regalare ai ricchi. Ma la metafora fa un torto all’eroe senza macchia e senza paura della foresta di Sherwood. E che, dovremmo forse far indossare a Bondi i panni di Frate Tuc e a Siniscalco quelli di Little John? No per carità. Piuttosto paragoniamolo a Capitan Uncino, sulla tolda del suo Veliero delle Libertà, con la sua ciurma sempre più indisciplinata e demenziale, i suoi loschi bucanieri, i Gasparri, i Larussa, i Previti, i Calderoli che si ubriacano e sghignazzano per le loro grasse e livide battute (recentemente anche un poeta come Luzi ne ha fatto le spese). Un’operazione “storica”, “epocale”, “decisiva per il rilancio dell’economia”, “svolta mai effettuata fino ad ora nella storia d’Italia”. Dai tavoli maleodoranti della Taverna delle libertà partono veline e tabelle manipolate per ingannare gli italiani. Ma dov’è l’annunciata svolta epocale? Anche accettando le cifre del Governo, complessivamente la manovra finanziaria per il 2005 contiene un aumento delle imposte, non una loro diminuzione. E i 6,5 miliardi per i tagli come li hanno messi insieme? Altri tagli ai servizi sociali e trucchi contabili: si fanno anticipare 2mld di tasse dalle banche e mettono nel bilancio del 2005 come un credito quello che non hanno incassato con il condono edilizio nel 2004. Insomma finanziano i tagli con altri debiti.E chi sono i beneficiari dell’operazione epocale? Le veline affermano che gli sgravi sono concentrati sui redditi più bassi. Falso. Guardiamo a chi vanno quei 6,5 miliardi (in realtà sono 4,3 nel 2005, il resto viene spalmato nel 2006). Dal reddito zero al reddito di 40 mila euro l’anno il beneficio fiscale va da 0 a 40 euro al mese. I poveri non prendono nulla, per i quasi poveri e i meno poveri fino al ceto medio che comunque fatica ad arrivare a fine mese i vantaggi sono questi: da 0 fino a 40 euro mensili. La cifra massima, 40 euro, equivale a una modesta cena in trattoria per due persone o, come dice Scalfari, a trenta cappuccini al mese in più o a pagarsi un paio di medicine di quelle che lo Stato non pagherà più, consapevoli poi che questi sgravi in realtà se li mangeranno l’aumento del costo della vita e il fiscal drag nel 2005. Perciò rinunciamo anche all’idea della cena o di ingozzarci di cappuccini.Sapete poi quanti sono i cittadini compresi nella fascia da 0 a 40 mila euro di reddito? Sono il 75 per cento del totale. E sapete quanto va a questo 75 per cento? Un miliardo e 800 mila euro. Poiché le cifre non sono opinioni il risultato è il seguente: il 75 per cento dei cittadini beneficia del 36 per cento della manovra, mentre il 25 per cento dei cittadini (quelli con redditi superiori ai 40 milioni) beneficia del 64 per cento. Della serie, come rubare ai poveri per regalare ai ricchi. E i sindacati sarebbero “patetici” e “fuori dal mondo”? Cari pirati dell’Isola che non c’è, gli italiani sono abituati ai sacrifici e hanno fatto il callo ai vostri imbrogli e teatrini, ma non ci stanno ad essere presi anche per il culo. A’ da venì Peter Pan.

Uomini o caporali?

Dalle Agenzie stampa. “Non ci sono contatti con nessuno. Noi abbiamo il nostro piano industriale: siamo concentrati su quello. Lo stiamo realizzando con grande meticolosità. Non ci sono ‘distrazioni’. Poi, se dovessero intervenire delle cose nell’interesse degli azionisti verranno valutate”. Così il presidente di Banca Antonveneta, Tommaso Cartone, a margine del convegno di Fi sul modello di sviluppo del Veneto, smentisce decisamente tutte le voci di mercato che si stanno intensificando su un possibile ‘matrimonio’ tra l’Istituto di credito padovano e la Banca Popolare di Lodi. Conosciamo il valore delle smentite su questi argomenti. Staremo a vedere. C’è comunque una cosa che mi ispira un’amara constatazione. Pontello ci diceva sempre, certo con un po’ di retorica e con furbizia, che la Banca aveva tre stelle polari: i soci, i clienti e i dipendenti. Prendo atto che l’unico interesse rimasto è quello per gli azionisti. Le filosofie cambiano con i tempi e con i capi. Alla faccia del protocollo sullo sviluppo sostenibile e compatibile del sistema bancario firmato solo quattro mesi fa e del ruolo centrale delle risorse umane e della loro valorizzazione quale “elemento indispensabile e strategico per lo sviluppo ed il successo dell’impresa” e alla faccia dei “valori etici fondamentali cui devono ispirarsi tutti coloro che, ai diversi livelli, operano nelle imprese e della costante attenzione agli impatti sociali ed ambientali connessi all’esercizio della propria attività”. Quisquilie. Pinzellacchere.

Cavalli di Troia

L’ironia questa volta va messa un po’ da parte. L’argomento richiede la massima serietà ed attenzione. In questi giorni, dopo il momentaneo stop ai rumor su possibili fusioni tra Capitalia e Antonveneta, sono tornati alla ribalta Fiorani e la sua Bipielle, accreditata, in particolare sulle pagine di Milano Finanza, di essere la possibile partner di una aggregazione con Antonveneta, operazione che dovrebbe realizzarsi, ipotesi suggestiva ma, diciamo noi, infondata, a scapito proprio di Capitalia.Ma chi è Giampiero Fiorani? Leggiamo sul “Riformista” del 21 ottobre che il «Sanford Weill della Bassa», esattamente come il banchiere americano che ha fatto nascere la più grande banca del mondo, Citigroup, a colpi di acquisizioni, si è reso protagonista negli ultimi 8 anni di uno shopping vorticoso: 21 banche e 13 società prodotto, per un totale di 5,3 miliardi di euro d’investimenti, molti ottenuti con aumenti di capitale successivi. Una bulimia resa possibile anche dalla lunga serie di via libera ottenuti dalla Banca d’Italia, vista l’altissima considerazione personale di cui Fiorani gode presso il governatore Antonio Fazio. Questa corsa lanciatissima non è stata rallentata dalle piccole, grandi e grandissime buche incontrate lungo la strada. A cominciare dall’acquisto della Banca popolare di Crema. Per quell’Opa lanciata nel 2000, la banca è finita in tribunale, denunciata da un commercialista, Giovanni Cerea. La sua tesi era che la stessa banca nel ’96 (Fiorani era allora direttore generale ) lo aveva utilizzato per rastrellare l’acquisto del 51% delle azioni della Crema, custoditi dalla società Summa di Lugano. Nel 2000, Bpl rilevò quei titoli pagandoli più del doppio del prezzo di quattro anni prima. La magistratura ha accertato che la banca lodigiana non ha ordinato la «scalata fantasma» e ha assolto i vertici da ogni accusa, ma chi fosse il mandante e chi intascò effettivamente una plusvalenza così ricca è rimasto un mistero. Più facilmente invece si saprà quali sono le responsabilità in un altro procedimento per il quale Fiorani e Enrico Fagioli, Amministratore delegato di Efibanca, la banca d’affari del gruppo, sono indagati a Milano. I reati contestati sono concorso in bancarotta e falso in bilancio e si riferiscono al fallimento della società editoriale e di sondaggi Hdc di Maurizio Crespi. Uno dei tanti sondaggisti venuto su all’ombra di Berlusconi che ha visto naufragare il suo sogno imprenditoriale dentro un buco da 35 milioni di euro dopo il litigio con Efibanca, principale finanziatore. Ad entrambi i soci non è rimasto altro che scambiarsi denunce e «contendersi» l’interesse dei giudici. E poi naturalmente Lodi gioca un ruolo non di secondo piano nelle vicende Cirio e Parmalat visto il coinvolgimento nel punto di congiunzione tra i due: l’affare Eurolat, la vendita delle centrali del latte di Cragnotti a Tanzi. I pubblici ministeri di Roma e Parma stanno indagando sul ruolo svolto dalle banche della confezione di questo «affare». E i commissari Cirio hanno già intentato un’azione revocatoria a riguardo verso tre banche: Intesa, Capitalia e la Bpl. Il quarantacinquenne di Codogno, Fiorani è dunque un banchiere ambizioso che non teme di finire nell’occhio del ciclone e naturalmente ha scelto compagni di viaggio altrettanto arrembanti: è socio della banca d’affari Hopa di Emilio Gnutti (al quale dedicheremo prossimamente una nostra inchiesta) e tra i suoi clienti e azionisti ha la Barilla (di cui è socia in Kamps, la controllata tedesca del gruppo parmense) nonché l’immobiliarista Stefano Ricucci ora in cerca di sostegno bancario per acquistare gli immobili ex Fiat. Fiorani così continua ad essere centro di attrazione di interessi variegati e trasversali, e i suoi clienti ed azionisti sembrano non dar peso a quante volte la sua corsa è costretta a fare piccole soste in tribunale.La storia più recente ci racconta dell’interessamento delle procure di Pavia e Milano, nonché della Consob, ai rapporti tra Necchi e la popolare di Lodi. Stanno indagando sugli ultimi anni di gestione burrascosa e molto misteriosa, sospettando reati che vanno dal falso in bilancio all’ostacolo all’attività di vigilanza. Sulla scorta di queste indagini la Guardia di Finanza ha perquisito casa di Beccaria (amministratore e azionista di Necchi) e gli uffici del socio e principale creditore di Necchi: la Popolare di Lodi appunto, che, tra l’altro, si è fatta promotrice di tentativi di salvataggio anche bizzarri come la fusione con la Rocco Bormioli, famosa per i barattoli di vetro e anch’essa nella galassia Bpl.Visto chi è il personaggio, a questo punto vi chiederete perchè all’inizio dell’articolo diciamo che l’ipotesi di un’operazione Bpl-Antonveneta, presentata come un’operazione contro Capitalia, in realtà non lo sia affatto. Ma perchè è proprio quello che l’astuto Fiorani vorrebbe far credere agli azionisti di Antonveneta, di voler innanzitutto creare un consenso contrario alla fusione con Capitalia. Così in questi giorni avrebbe intensificato, sempre secondo il quotidiano milanese, le consultazioni dei pattisti, cioè degli azionisti raccolti in Deltaerre, la fiduciaria che quasi certamente non farà più parte del nuovo patto da aprile prossimo perché i 15 aderenti, o alcuni di loro, sindacheranno le azioni direttamente assieme a Abn Amro, Benetton, Lloyd adriatico. In realtà, quei tre (Fazio, Geronzi e Fiorani), la Trimurti del credito, vanno d’amore e d’accordo, e se l’operazione diretta con Capitalia incontra resistenza, che altro di meglio che solleticare il nemico con promesse di lauti bottini? Non occorrerebbe scomodare nessun eroe omerico per capire il gioco che stanno facendo. Ma tant’è, gli assediati alla fine accoglieranno tra danze e libagioni il cavallo lodigiano. Cadranno le mura di Ilio.

Metti un tigre nel motore

Quale motore? Ma nel carrarmato di latta e cartone.

Infatti ora che il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi si è pronunciato per la crescita autonoma di Banca Antonveneta invitando gli imprenditori del Nord-Est a fare la loro parte, forse gli sparuti e deboli patriottardi che si erano pronunciati contro la fusione con Capitalia hanno trovato un buon additivo (che di certo non sarà però più a buon mercato del petrolio) per i loro progetti indipendentisti.

I piani della trimurti sono dunque destinati a liquefarsi (dal verbo liquefare, non dal sostantivo liquame) come neve al sole? Ma niente affatto. La tenzone è solo all’inizio e queste scaramucce verbali dimostrano soltanto che la partita non interessa unicamente Fazio, Geronzi, Fiorani e di riflesso Abn Amro, e che i molti giocatori pronti a scendere in campo da Roma ad Amsterdam, passando per Arcore, stanno preparando i loro eserciti di ventura perché la partita è molto più grande di Antonveneta: il controllo del credito per i prossimi dieci anni almeno.

Noi, siccome non crediamo, con tutto il rispetto, ai moderni e disinteressati salvatori della patria, invitiamo i lavoratori a prepararsi per tempo ai fuochi d’artificio e a indossare idonei indumenti, questi sì di latta.

Polo Sud

Tutto si può dire sugli Stati Uniti (e ancor di più su Bush) ma non che l’opinione pubblica non eserciti là una particolare attenzione sui comportamenti delle aziende e sulle malefatte di amministratori e finanzieri, il che a sua volta ha alimentato la curiosità, le capacità di investigazione e di “messa alla gogna” dei colpevoli da parte dei media.

In Usa per “insider trading” (reato previsto per la speculazione sui titoli di una società da parte di chi utilizza a proprio vantaggio informazioni riservate e ottenute perché occupa un posto di rilievo in quella società) si finisce appunto alla gogna e l’unica attività che potrai intraprendere nello Stato a stelle e strisce dopo che ti sei beccato un tale capo d’accusa sarà il commercio delle arance che parenti e i pochi amici che restano ti porteranno in carcere oppure non ti resterà che emigrare al Polo Sud.

In Italia no. In Italia personaggi centrali del mondo finanziario hanno collezionato condanne per corruzione della Guardia di Finanza, falso in bilancio, evasione fiscale e insider trading o hanno patteggiato per lo stesso reato, ma ciò non ne ha certo sminuito il loro ruolo e la loro reputazione nel sistema o davanti all’opinione pubblica. In Italia questi personaggi non ci finiscono al Polo Sud, anzi, ne parlano: Poli Sud, Poli di Centro-Sud e Poli Nord; moltiplicando le loro attività e i loro profitti nei settori più disparati: auto, immobili, telefonia, comunicazioni, banche, alimentari, editoria, stampa.

E così al Polo Sud ci finiremo noi. Pardon, al Polo del Centro Sud. “Perchè l’Italia ne ha bisogno”. L’Italia di chi?

Cavalieri, governatori, camerieri e valvassori

Quando le vicende finanziarie si intrecciano con quelle politiche. Sapevamo tutti che Tremonti, assieme a Tabacci (Udc), aveva messo nel mirino Fazio, e con lui Geronzi e Fiorani. Poi il Cavaliere ha dovuto liberarsi del fantaeconomista e ha ridato fiato alla sacra trimurti, giusto per riequilibrare i giochi, visto che Profumo (Unicredit) e Bazoli (Intesa) sono in odore di ulivo.

Qualche pagina fa avevamo scritto:«Val Casies. Hotel “Quelle”. Il risiko che sta per partire nel sistema creditizio italiano è stato concepito tra la quiete dei monti più belli del mondo, ha in Fazio lo stratega e in Geronzi e Fiorani i suoi valvassori. All’incontro non erano presenti le vittime cirio-parmalat-bond argentini. A quanto pare non era presente neppure Matteo Arpe il quale non è stato ancora messo al corrente. Si fa per dire.»

Per inciso il povero (si fa sempre per dire) Arpe è fuori dai giochi perchè in quel progetto il futuro plenipotenziario del nuovo gruppo sarebbe proprio Fiorani, anche se, si dice, come premio di consolazione (si fa sempre per dire), l’attuale ad di Capitalia andrebbe a Mediobanca.

Ora si viene a sapere che in quell’occasione si sarebbe svolta anche una cena a lume di candela nel vicino hotel Rainer, dove stando al personale dell’albergo (si sa che i camerieri sono da sempre i migliori informatori dei giornalisti), oltre alla sacra trimurti avrebbe partecipato e dato la benedizione al patto anche il senatore Udc Taralli. Come si dice, sarà finita a tarallucci e vino?