La pattuglia degli inguaribili ottimisti è diventata ormai un esercito. Capi di governo e banchieri centrali, economisti e media allineati e ubbidienti alla parola d’ordine che da qualche mese imperversa, hanno fatto proseliti e dopo le luci in fondo al tunnel, ora vedono, con l’arrivo dell’estate, anche le lucciole della ripartenza, in Agosto per la precisione.

Stabilita la data, gli economisti consultati dal Wall Street Journal, la maggior parte dei quali non aveva previsto o addirittura non si era nemmeno accorta della crisi neanche dopo che era arrivata, si dividono ora sui tempi della piena ripresa, sui tempi, per interderci, necessari per ritornare alla situazione ante-recessione: c’è chi dice due-tre anni, chi quattro-cinque, chi anche più anni. Godetevi le tabelle! (Fate un refresh della nuova finestra se non visualizzate la pagina)

Ormai l’establishment, nonostante i fatti e i dati sempre più negativi della produzione, dei commerci e delle esportazioni, dei consumi, della disoccupazione, della contrazione del credito, del costante calo dei prezzi, del valore delle case e l’aumento esponenziale delle insolvenze e delle foreclosure, sembra vivere nel mondo virtuale rappresentato dalle borse drogate, chiuso nell’ennesima bolla frutto dell’illusione che il peggio sia passato.

“Non separatevi dalle vostre illusioni: quando esse sono scomparse potete continuare ad esistere, ma avrete cessato di vivere.” Così veniva citato Mark Twain proprio dal Wall Street Journal nella fatidica data dell’ 11 settembre del 1929. Ma se è vero che l’uomo non può vivere senza sogni, a volte questi, a causa di una cattiva digestione, si possono trasformare anche nel peggiore degli incubi. Perciò a coloro che non vogliono scambiare lucciole per lanterne ricordo quello che accadde durante la grande depressione, nel 1930, dopo il grande crollo del ’29, con le parole di John K. Galbraith:

Nel gennaio, febbraio e marzo del 1930 il mercato azionario mostrò una sostanziale ripresa. Poi in aprile perse lo slancio e in giugno si verificò un’altra estesa flessione. Dopo di che, salvo qualche eccezione, il mercato scese una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro fino a tutto il giugno del 1932. Le posizioni su cui finalmente si fermò fecero sembrare memorabili per contrasto i peggiori livelli toccati durante il tracollo. Il 13 novembre 1929, si ricorderà, l’indice “New York Times” aveva chiuso a 224. L’ 8 luglio 1932 esso segnò 58.

E’ vero, non siamo alla Grande Depressione, ma siamo di fronte a una crisi che, in quanto globale, può trasformarsi persino in qualche cosa di peggio rispetto a quella. Se non bastano i dati e gli avvertimenti dei pochi economisti che da anni si affannano inutilmente a lanciare l’allarme sul buco nero che ci sta risucchiando, basterebbe la semplice constatazione che non una sola delle cause che hanno determinato le prime ondate di questo tsunami sono state rimosse, per comprendere quello che è logicamente possibile aspettarsi nei prossimi mesi.

I segnali che provengono da Londra sono chiari. Altrimenti per quale motivo la Bank of England proprio in questo momento inietterebbe nell’esangue sistema bancario britannico altri quasi 60 miliardi di euro? E’ in arrivo quella che molti definiscono la terza ondata della tempesta perfetta che questa volta si abbatterà sull’Europa portandosi via tutte le chiacchiere dei governi del vecchio continente, incapaci finora di prendere provvedimenti concreti e comuni per fronteggiare la crisi.

Solo nei bilanci delle banche tedesche ci sarebbero nascosti 1.100 miliardi di dollari di titoli tossici, quanti in Francia, Italia, Spagna e nel resto d’Europa? In qualche maniera negli Stati Uniti stanno tentando di metterci qualche rattoppo. Qui nel vecchio continente solo chiacchiere, la testa sotto la sabbia come gli struzzi, nella speranza che le cose si risolvano da sole. In attesa che scoppi la nostra bolla, la madre di tutte le bolle, la bolla che è peggiore di quella dei mutui subrime: l’insolvenza dei Paesi dell’Est. Lettonia ed Ungheria sono ormai mature. Chi vivrà, vedrà.

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