Lunedì, Lawrence Summers, il capo del Consiglio Nazionale dell’Economia, ha risposto alle critiche sul piano Obama che prevede di sovvenzionare i privati per l’acquisto di asset tossici. “Io non conosco nessun economista”, ha dichiarato, “che non creda sia una buona idea avere un mercato dei capitali meglio funzionante con la vendita di quegli asset.”

Lasciamo da parte per un momento la questione se un mercato in cui gli acquirenti devono essere comprati per partecipare può davvero essere descritto come “meglio funzionante.” Anche per questo, Summers ha bisogno di essere meglio informato. Un buon numero di economisti infatti ha riesaminato il suo parere favorevole sui mercati dei capitali e delle attività commerciali alla luce della crisi attuale.

Ma è diventato sempre più chiaro nel corso degli ultimi giorni che gli alti funzionari dell’amministrazione Obama sono ancora dominati dalla mistica del mercato. Credono ancora nella magia del mercato finanziario e nelle abilità dei maghi che eseguono quella magia.

La mistica del mercato non ha sempre dominato la politica finanziaria. L’America emerse dalla Grande Depressione con un sistema bancario ben regolamentato, che faceva una finanza seria, anche noiosi affari. Le Banche attraevano i depositanti fornendo loro sedi appropriate magari con un tostapane o due in regalo; usavano il denaro attratto in questo modo per fare prestiti, e questo era tutto.

E il sistema finanziario non era solo noioso. Era anche, per gli standard attuali, di piccola dimensione. Anche durante gli “anni a go-go” del mercato rialzista negli anni ’60, finanza e assicurazioni insieme rappresentavano meno del 4 per cento del PIL. La relativa mancanza d’importanza della finanza si rifletteva nel listino dei titoli che componevano l’indice del Dow Jones, che fino al 1982 non aveva contenuto una sola società finanziaria.

Tutto ciò suona come primitivo secondo gli standard odierni. Eppure quel noioso, primitivo sistema finanziario fu al servizio di un’economia che raddoppiò il livello di vita nel corso di una generazione.

Dopo il 1980, naturalmente, emerse un sistema finanziario molto diverso. Nell’era del trionfo della cultura Reaganiana della deregolamentazione, l’ormai antiquato modo di fare banca è stato progressivamente sostituito dalla circolarità e dall’attività commerciale su larga scala. Il nuovo sistema è stato di gran lunga superiore al vecchio regime. Alla vigilia della crisi attuale, la finanza e le assicurazioni rappresentavano l’8 per cento del PIL, più del doppio della loro quota nel 1960. All’inizio dello scorso anno, il Dow conteneva cinque società finanziarie – giganti come AIG, Citigroup e Bank of America.

E la finanza è diventata tutt’altro che noiosa. Ha attratto molte delle nostre menti più acute e ha reso pochi eletti immensamente ricchi.

A caratterizzare il nuovo affascinante mondo della finanza è stato il processo di cartolarizzazione. I prestiti non sono più rimasti con il creditore. Invece, sono stati venduti ad altri, che facendo a fette, a dadini e purea i singoli debiti li sintetizzavano in nuovi asset. Mutui subprime, carte di credito, di debito, prestiti auto – tutto è andato nel frullatore del sistema finanziario da cui, apparentemente, sono usciti fuori dolci investimenti con la tripla AAA. E i maghi della finanza sono stati lautamente ricompensati per la supervisione di tutto il processo.

Ma i maghi sono stati anche imbroglioni, sia che sapessero o no, e la loro magia si è rivelata niente più di una collezione di trucchi a basso costo. Soprattutto, la promessa-chiave della cartolarizzazione – che avrebbe dovuto rendere il sistema finanziario più solido diffondendo più ampiamente il rischio – si è rivelata essere un inganno. Le banche hanno utilizzato la cartolarizzazione per aumentare il loro rischio, non per ridurlo, e in questo processo hanno reso l’economia più, non meno, vulnerabile allo sfacelo finanziario.

Prima o poi, le cose erano destinate ad andare male, e, alla fine, ci sono andate. Bear Stearns è fallita; Lehman è fallita; ma soprattutto, la cartolarizzazione è fallita.

Il che ci riporta all’approccio della crisi finanziaria da parte dell’amministrazione Obama.

Gran parte della discussione sul Piano per gli asset tossici si è concentrata sui dettagli e l’aritmetica, ed è giusto così. Al di là di questo, però, ciò che colpisce è la visione espressa sia nel contenuto del piano finanziario che nelle dichiarazioni dei funzionari del governo. In sostanza, l’amministrazione sembra credere che, una volta tranquillizzati gli investitori, la cartolarizzazione – e l’attività creditizia – possano riprendere da dove hanno lasciato, un anno o due fa.

Per essere onesti, i funzionari hanno chiesto anche una maggiore regolamentazione. Infatti, Giovedì, Tim Geithner, il segretario del Tesoro, ha esposto i piani per una migliore regolamentazione che, non molto tempo fa, sarebbe stata considerata una proposta radicale.

Ma la visione resta quella di un sistema finanziario più o meno uguale a quello di due anni fa, anche se un pò imbrigliato con nuove norme.

Come si può intuire, non condivido questa visione. Non credo che questo sia solo un caso di panico finanziario; credo che questa crisi rappresenta il fallimento di un intero modello di fare banca, di un settore finanziario cresciuto troppo che ha fatto più danni che bene. Non credo che l’amministrazione Obama possa resuscitare la cartolarizzazione, e credo non dovrebbe nemmeno tentarlo.

Link al testo originale
The Market Mystique
By PAUL KRUGMAN
Published: March 26, 2009
New York Times
Traduzione di Perestroika

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